mercoledì 16 settembre 2009

Serbia Hardcore?

Cari tutti, ieri c’è stato il reading letterario di UPP all’Apollo 11, a Roma.
Si parlava di Serbia attraverso il libro “Serbia Hardcore”, di Dusan Velickovic.
Bell'ambiente l'ex cinema, buona accoglienza dei molti presenti, ottimo Tonizingaro con la sua fisarmonica, buone letture tratte dal libro, ma... pessima intervista.
A mio avviso, ieri abbiamo assistito a uno spot a favore dell’intervento “umanitario” della Nato nel 1999, intervento che ha portato alla dissoluzione di quel che rimaneva della Jugoslavia. Intervento che decise l’impegno di UPP fra quella gente, sfollati e profughi di guerre più grandi di loro, come lo sono tutte le guerre... più grandi di tutti noi, poveri comuni mortali.
Ma ieri, ci è stato di nuovo detto (come se non ce lo avessero già ripetuto in tutte le salse i nostri media “liberi e indipendenti”...) che quella guerra ha debellato un "terribile regime”, quello di Milosevic (salvo ammettere, parole di Velickovic, che il “terribile tiranno” sarebbe caduto ugualmente, magari anche prima in quanto le bombe ebbero un primo effetto di potenziamento della sua credibilità davanti ai serbi).
"Va bene!", si è detto... "Ci sono state vittime e disastri, ma il terribile tiranno doveva cadere per arrivare a quella democrazia che tutti agognavano!". Omettendo, però, di aggiungere...
- che al momento dei bombardamenti, le maggiori città della Jugoslavia erano rette da esponenti dell’opposizione (cosa confermata da Velickovic). Strano, nel Cile di Pinochet ciò non accadeva;
- che tutti i giorni nel periodo post guerra, c’erano libere manifestazioni contro il regime di Milosevic. I miei occhi non videro cariche della polizia, almeno non in quelle di ottobre-novembre 1999;
- che quando nell’ottobre del 2000 Milosevic perde le elezioni perché arriva secondo dietro Kostunica, bisognava andare al ballottaggio, come prevedeva le legge elettorale del "regime";
- che invece del ballottaggio, ci fu una sommossa di popolo (?) che impedì di fatto il ballottaggio ed esautorò il “terribile tiranno”;
- che se fosse accaduto il contrario tutti, in occidente, avrebbero gridato al colpo di stato, mentre così si parlò di rivoluzione popolare e pacifica (compreso quotidiani come il manifesto);
- che Milosevic è stato l’unico, insieme ad altri imputati serbi, ad essere processato come responsabile di ciò che era accaduto in Jugoslavia, senza riferire delle responsabilità di gente come Tudjman o Itzebegovic, lasciando stare i criminali alla Oric, Haradinaj, Cheku, Thaci e compagnia cantante, tutti assolti!!! (nonostante ciò, sostiene Velickovic, il tribunale è bene che ci sia, forse perché c’è ancora da arrestare Mladic e da processare Karadzic);
- che la consegna di Milosevic all’Aja, vero e proprio atto di sottomissione alla Nato e all’occidente, non sarà mai digerito dai tanti serbi che avrebbero preferito processarsi in casa il loro "tiranno";
- che il nazionalismo, sempre sbandierato come una colpa da espiare, fonte di terribili “pulizie etniche” e di “oppressione di minoranze”, in realtà non impedisce alla Serbia e ai serbi di convivere con albanesi, con rom, con musulmani che in città come Novi Pazar sono in maggioranza;
- che la stessa cosa non accade ai serbi del Kosovo, così come ai rom e così come ai tanti albanesi cattolici o in disaccordo totale con la politica mafiosa, corrotta e violenta degli ex Uck, costretti come sono a subirne le decisioni;
- tante altre cose.
Non una parola, che fosse una... fra le domande poste all’autore del libro, sul Kosovo!
Sul disastro ambientale in Serbia e in tutta la regione, sulle conseguenze fra la popolazione civile, sia essa albanese o serba, sugli oltre duemila ammazzati sotto le bombe, sui quasi duemila “scomparsi” serbi, già dal 1998, quindi molto prima dell’intervento “umanitario”, sugli oltre 250 mila profughi che si sono andati ad aggiungere al milione delle guerre degli anni novanta, sugli oltre 150 monasteri dati alle fiamme e distrutti per sempre in Kosovo, sulla edificazione della più grande base Nato in Europa, quella di Bond Steel, guarda caso nell’unica parte del Kosovo non interessata dai bombardamenti, sulla situazione attuale del Kosovo, in mano a mafie che fanno affari di ogni tipo e sotto gli occhi di tutti e che controllano la regione intera, tanto è che Serbia ed Eulex (ricordo l’Eulex, missione militare europea che ha il compito di garantire l’indipendenza del Kosovo) hanno appena stabilito un accordo per combattere i traffici malavitosi fra le due parti, non una parola su tanto altro ancora.
La propaganda l’avevamo già conosciuta all’epoca dei fatti, quando ci mostravano dal satellite regioni intere del Kosovo come macchie nere nelle quali, si sosteneva, Milosevic aveva fatto finire migliaia di albanesi, fosse comuni mai scoperte in più di dieci anni. Anzi, fosse comuni ne sono state scoperte, ma ci hanno spesso trovato i resti di genitori serbi di ragazzini conosciuti in questi anni.
Ci sono state vittime fra gli albanesi... le bande di Arkan non facevano sconti, soprattutto in una situazione ormai deteriorata dalle bombe e dalle azioni dell’Uck degli ultimi anni. Ma la guerra, l’intervento anche dell’Italia, è avvenuto perché c'era stata una propaganda che non trovò riscontro negli anni successivi, un po' come le armi di distruzione di massa di Saddam. I bombardamenti sugli ospedali di Belgrado e sui civili non li trovammo umanitari, almeno in quello che era Un Ponte per... all’epoca.
Di questo passo, mi aspetto che nei prossimi reading (o readings, non conosco bene l’americano...), arrivi uno scrittore kurdo a parlarci della necessità delle repressioni contro i kurdi per arrivare alla “democrazia”, del “terribile” Ocalan e della "giusta detenzione" di Leyla Zana... oppure, che arrivi uno scrittore irakeno che ci parli del “giusto prezzo da pagare” da parte del suo popolo, come fece a suo tempo la Madelene Albright... quindi del decennale, tragico embargo dopo la prima guerra del Golfo, dell’invasione del 2003, dei disastri sui civili e degli errori collaterali, come necessari per liberarsi di Saddam... oppure, infine, che qualche autore palestinese ci parli di come Israele in realtà, "stia facendo il bene" dei palestinesi.
Non so se tutto questo sia dovuto a una disinformazione generale o a un disinteresse verso l’area in questione da parte di chi lavora in Un Ponte per... Certo è che, in questi anni di attività, non sono mancati resoconti, relazioni, racconti, iniziative per capire cosa si stesse facendo in quelle zone e, soprattutto, perché.
Credo che, a questo punto, urga un chiarimento da parte del Presidente e di tutto il CN di UPP sulla questione ex Jugoslavia-Serbia, per capire se ci siano o no ancora gli spazi e la condivisione politica del nostro operare laggiù oppure se, a distanza di oltre un decennio, sono cambiate ottica e prospettive dell’associazione nei confronti di quell’area, di quelle problematiche e di quelle popolazioni (nel qual caso, mi tirerei fuori).

martedì 11 agosto 2009

Fiocco di neve...

Il 12 Gennaio 2009 scrivevo del ritorno a casa di un caro amico, al quale, per festeggiare, preparavo una cena speciale.
Era Fiocco, cane venuto fra noi in un freddo gennaio di 6 anni fa. Stavolta, non tornerà.
Quel fiocco di neve l'ho trovato sciolto, stamattina, nell'angolo più fresco del giardino. Il caldo di questo anonimo agosto è stato più forte della sua volontà e le Madonne di mezzo Agosto non fanno più miracoli. Spero non abbia sofferto, il soffocamento da avvelenamento porta morte atroce. Spero proprio non sia andata così. Ma la scarsa fiducia nel genere umano affievolisce la speranza.
Vorrei scrivergli poesie, come feci col suo, mio grande amico, gatto nero Gastone. Ma preferisco ricordarlo con una canzone di Rino Gaetano http://www.youtube.com/watch?v=B5HbB3r_LAQ
e con le parole di Schopenhauer... "Chiunque non abbia mai avuto un cane, non sa cosa significhi essere amato".
Addio, caro amico Fiocco. Il tuo ululare alla luna, ci mancherà.

mercoledì 22 luglio 2009

La vita che verrà.

Un gatto nero s’avvicina al tavolo dove stiamo mangiando.
Occhi di pantera, gli intingo molliche nell’olio della carne arrostita e gliele tiro lontano, ché non si fida e non s’avvicina troppo. Mangia affamato. Di nascosto, gli tiro anche un pezzo di carne, che qui è cosa troppo preziosa da dare a un gatto. Siamo a Osojane, piccolo villaggio non molto lontano da Pec, in Kosovo, dove vivono poche famiglie serbe che ancora resistono nel Kosovo albanese. Sreten, del vicino villaggio di Kos, racconta di come le cose, nel bene e nel male, vadano avanti da dieci anni. Il Kosovo “indipendente” è solo uno dei tanti schiaffi alla loro voglia di resistenza. Ma ci vuole altro per mandarli via, per arrenderli.
Lui e i suoi amici in questa piccola kafana ci guardano diffidenti. Come potrebbe essere altrimenti? Chi siamo noi, che arriviamo qui in questo afoso pomeriggio di luglio a parlare con loro, a chiedere cose, a scattare foto? Tanti lo hanno fatto, tanti hanno fatto domande, scritto risposte, scattato foto, filmato video, ma nessuno è mai ritornato.
Io mi presento, presento la mia associazione, racconto quel poco o tanto che abbiamo fatto e la voglia di conoscerli per raccontare ancora. Sreten vive con poche altre famiglie nel suo villaggio, ma intorno ce ne sono circa duecento. La scuola è ben tenuta, ne vanno orgogliosi. E ti dicono che hanno bisogno di tutto e di niente. Hanno bisogno di tutto perché la loro vita è tutta lì, in quella stanca e malmessa kafana, in un campo da coltivare, in una lezione da tenere, in un ambulatorio da mandare avanti fra mille stenti, nelle serate passate nella piazza del villaggio, dove i ragazzini possono giocare. Ma hanno bisogno di niente perché sono dieci anni che vanno avanti così e non sanno che farsene della solidarietà. Termino la conversazione con un “Speriamo di vederci presto” che sa di circostanza, anche se non è così nella mia mente. Solo il tempo saprà dire se questa speranza sarà stata reale.
Viviamo in una prigione a cielo aperto” è la traduzione delle ultime parole di Sreten che fa Beba, nostra piccola, splendida, occasionale interprete che si ritrova a parlare di cose più grandi di lei. Dodici anni, Beba è qui con la mamma Jordanka che ha approfittato del nostro invito per tornare in Kosovo dopo dieci anni dalla fuga. Lei viveva a Osojane e da sei mesi abitava nella nuova casa costruita col marito Lazar, dove aveva portato le sue cinque figlie. Ora, Lazar è morto, così come Sanja, la figlia più grande annegata nel fiume Morava, a Kraljevo. Desiderava rivedere questi posti, Jordanka, ma la visita al cimitero dove sono sepolti la madre e un nipote diciassettenne ammazzato da terroristi albanesi è stata straziante per lei, già al mattino. Ma qui, a poche centinaia di metri c’è la sua casa, vuole rivederla, non si può dirle di no. E’ già tardi, dobbiamo percorrere il viaggio di ritorno, ci vorranno altre cinque ore, ma convinciamo l’autista e ci fermiamo ancora per dieci minuti. Lei ci mostra gli ettari di terra della sua famiglia e una casa costruita dopo, senza permesso, su quella che era stata la sua terra. La strada che portava alla sua casa è stata cancellata dal bosco che ha invaso e seppellito tutto. Allora, aggiriamo il piccolo colle e passiamo da dietro, in mezzo al bosco, passando fra terre che erano di suoi parenti. Da lontano, si intravedono altre case distrutte e razziate, facilmente riconoscibili... le case dei serbi.
Le forze non l’abbandonano quando, fra i rovi e gli alberi, si comincia a scorgere la sua casa. Man mano che ci avviciniamo, però, il suo cammino diviene stanco, rassegnato, preda di ricordi strazianti. Come il suo pianto quando entra in quella che era la cucina, passando fra rovi e arbusti. Non ci sono mura, tutte rubate, mattone dopo mattone. Restano in piedi solo i pilastri, i solai e la scala, ormai tutto staticamente precario. Fra le macerie, una piccola scarpa di bambina, forse appartenuta a Suncica o, forse, a Beba. Piange, Jordanka, come pure Beba, costretta a scoprire, fra lo spettacolo delle sue radici violate e umiliate, la memoria di se.
Vado al piano superiore, mi giro e rigiro in quella desolazione, cercando di coglierne il senso per restituirne qualcosa a chi non sa o finge di non sapere, con la mia videocamera. Ma arriva Jordanka, che subito mi mostra un legno mezzo marcito...
Alessandro, la culla di Beba!”, mi dice scoppiando in lacrime.

Jordanka rovista ancora freneticamente, cercando non si sa cosa, fra mattoni che infami sciacalli hanno spezzato per rubarne altri, insieme alle tubazioni, ai fili elettrici, al legno del tetto, alle tegole, alle piastrelle del pavimento, ai sanitari e a tutto quello che era dentro la sua vita. Ritrova due biberon, Jordanka ed è di nuovo pianto. Beba la segue come un’ombra nei suoi movimenti, quasi sapesse ogni gesto, ogni parola, ogni sua lacrima, come fosse donna adulta. E forse davvero lo è, prima del tempo, niente a che fare con le odierne e tutte nostrane pupe da premier e lacchè.
Scendiamo le scale, Jordanka cerca ancora. “Attenti, qui può crollare tutto!”, ma niente crolla, solo Jordanka potrebbe farlo, da un momento all’altro, sangue che ribolle ed esplode negli occhi, invasi da rabbia e dolore, tristezza e piaga dei ricordi.
I rovi e gli arbusti di rose hanno invaso il piano terra. Mi viene da prenderne dei rami, Jordanka mi ha insegnato un modo per riprodurle, per talea, lasciando sette occhi, togliendo le sette foglie, incidendo alla base il rametto e inserendo dei chicchi di grano. Il tutto va lasciato cinque giorni nell’acqua e poi interrato. Ne prende anche lei, mossa dal mio stesso pensiero. Le dico che uno dovrà essere mio. E così, in un fazzoletto di carta, le dono quella spiga di grano colta nel vicino campo a Osojane, il suo villaggio.
Torniamo al pulmino dove ci aspettano Rade, l’autista e Miso, che ci ha accompagnato, riattraversando la macchia, che ha cancellato strade, sentieri, percorsi di memorie.
Beba porta fra le braccia degli stracci, vecchi vestitini di bambina e quel legno spezzato, sbriciolato, marcito ma tanto prezioso, della sua vecchia culla.
Mi offro di aiutarla ma dice di no e mi accorgo che piange, delicata. Mi dice che è triste per tutto quello che ha visto, ma pure che ringrazia per averla portata lì con la mamma.
Sono triste ma pure felice, perché adesso ho visto...”.
Si, Beba, un albero deve conoscere dove stanno le proprie radici per capire dove andare. E tu, ora, le hai conosciute. Sono qui nel Kosovo, a Osojane, piccolo villaggio vicino Pec. E con la tua culla fra le braccia, puoi adesso tornare alla tua vita. La vita che verrà.

giovedì 2 luglio 2009

Samo Sloga Srbine Spasava

Samo Sloga Srbine Spasava”, “Solo l’unione salverà i Serbi”.
Da sempre i Serbi si ritrovano sotto questo motto, ma mai come oggi questo motto è in pericolo. In Kosovo, gli ultimi resistenti accusano i loro fratelli di averli abbandonati e di avere, soprattutto, abbandonato la terra dei loro padri, il Kosovo e Metohja.
Che importa chi è che comanda oggi in Kosovo? Siamo passati per secoli di dominazione turca, ci hanno invaso i nazisti, ci hanno ammazzato e siamo pronti a morire ancora, ma non ci siamo mai piegati agli invasori... L’unica cosa che conta è che i Serbi restino qui!”.
Ma quelli che se ne sono andati hanno le loro ragioni, e se la prendono con la stato che non li ha protetti...
Si, siamo stai aiutati all’inizio, ma senza lavoro, coi figli da crescere, tutto è difficile. Abbiamo perduto tutto, come possiamo non vendere quel poco che ancora abbiamo in Kosovo? Gli albanesi vengono con tanti soldi e non possiamo rifiutare le loro offerte... alla fine, ci cacceranno anche in maniera legale da quella che era la nostra terra”.
Poi, ci sono i giovani, quelli di Belgrado, quelli che ascoltano Radio B92... quelli che hanno voglia di dimenticare le sofferenze, che non ne vogliono più sapere di Kosovo, di guerra, di passato, tradizione, profughi o resistenti, religione o dinastie Nemanja.
Si arrabbia, madama Dobrila, nel patriarcato di Pec, vecchia, dolce ma ferma signora che sembra una monaca ma monaca non è, e che ci spiega ogni affresco, ogni simbolo, ogni anfratto del patriarcato, quando pensa a quel che è successo...
Ci hanno distrutto la cultura e il perché non lo sa nessuno! Noi convivevamo anche con loro, gli albanesi, ognuno con la sua cultura e religione. Che bisogno c’era della guerra? A cosa è servita? A distruggere tutto e basta! Dopo la seconda guerra mondiale avevamo una popolazione analfabeta, le donne giravano con il velo. Poi, tutti hanno potuto studiare, conoscere, imparare e ora tutto di nuovo si perde. E’ la barbarie che vince”.
Tutto tranquillo, invece, per i militari del Villaggio Italia, che sovrasta Belo Polje, dove una certa propaganda governativa proprio non attacca...
Andare via dal Kosovo per l’Afghanistan? Non se ne parla, noi prendiamo ordini solo dai vertici Nato. Potremo diminuire le forze impiegate, cosa che già è avvenuta, ma non abbandonare le minoranze della zona”.
Villaggio Italia, quindi, non smobilita. Troppo importante il ruolo da deterrente che permette ai pochi serbi delle enclavi (parola che a molti serbi resistenti non piace!) di pensare ancora a un futuro. E troppo grande la stima guadagnata sul campo, sia per la protezione garantita dopo il progrom antiserbo del marzo 2004, sia per la sensibilità dimostrata nel recupero di icone e simboli dalle chiese bruciate dagli albanesi filo Uck. A madama Dobrila, che parla un perfetto italiano con delicato accento francese, si illumina il volto quando pensa al lavoro svolto dai militari nella salvaguardia di queste opere preziose...
Niente a che vedere coi militari degli altri paesi! Siamo qui, protetti da voi italiani, come in una gabbia. Ma almeno una mano l'avete data e continuate a darla!”.
Contraddizione emblematica dei tempi che corrono!
Abbiamo fatto una guerra contro la Jugoslavia, in particolare contro i serbi, a fianco di impresentabili terroristi travestiti da liberatori e ora, gli stessi militari sono qui a proteggere dalla barbarie gente comune che ha la sola colpa di non volersene andare dalla propria terra. Una mano non sa cosa fa l’altra, e il caos regna sovrano.
Intanto, mi giunge la notizia di una cara amica che è morta. Allora, a suo ricordo, faccio come i serbi e verso un po’ di rakija a terra pronunciando il suo nome. Poi, accendo un cero nel pianale più basso di questa chiesa bruciata e mezzo distrutta, quello per i morti, verso i quali il rispetto va aldilà del semplice simbolismo.
E quanto dolore può provocare il vicino cimitero distrutto, con le pietre divelte e spaccate, lo può sapere solo chi, quel rispetto, continua a portarlo avanti con tutta la propria forza. Forza che viene da memoria, cultura e amore per le proprie radici. Quelle che, in Kosovo, stanno cercando di recidere ai serbi.

martedì 9 giugno 2009

Gocce di Primavera

Il giardino è fiorito, l’orto inizia a dare i suoi frutti.
Primavera inoltrata, si cominciano a tirare le somme di un anno, prima dell’estate. Ma le somme non si tirano e i conti non sempre tornano. Le parole corrono, ormai quasi senza senso. O, forse, ne hanno troppo e bisogna farci i conti.
Abbiamo vissuto due mesi come zingari!”, dicono in tv operai rimasti senza lavoro, che hanno occupato la fabbrica. Due mesi come zingari...
La parola “zingaro” evoca, nel nostro immaginario, altro da noi. Vita estrema, che non riguarda il comune mortale, che si sente altro, che aspira ad altro, che non vuole ridursi così in basso. A volte la si usa come finta medaglietta da portare al collo, magari va di moda, uno si sente così, ma tanto, poi gli passa. Ecco perché solo gli “zingari” sanno cosa significa vivere da “zingaro”. Ed è per questo, credo, che ne vanno orgogliosi.

E da i suoi frutti anche quest’anno, l’orto. E danno i loro frutti anche le cartelle per la riscossione tributi spedite a raffica dalla Equitalia Gerit spa. Piccole more, vecchie di anni, crescono. Ma non ci farai marmellate. Saranno tanti, con timore di dio, quindi del potere, quindi dell’esattore, a pagare senza pensarci, perché così dormono tranquilli. Io no. Farò ricorso. Pagherò quello che sarà giusto pagare, ma il resto lo contesterò. Notifiche mai arrivate di verbali vecchi di anni che pretendono cifre esose con l’arroganza di chi non teme nulla. Siamo il paese delle prescrizioni, ma non per le cartelle della Equitalia Gerit spa!

Intanto, scopro che mia figlia non è più minorenne, ma ha solo meno di diciotto anni. La cosa non mi rallegra anzi, mi inquieta un po’. Io potrei considerarmi non più cinquantenne, ma uomo con più di diciotto anni e tornare indietro nel tempo... ma lo specchio è impietoso nel rimandare immagini e non fa sconti.

Primavera inoltrata, 9 giugno di dieci anni fa. Finiva l’aggressione della Nato contro la Jugoslavia. Negli improvvisati campi profughi al confine con l’Albania, dove si erano accampati i kosovari albanesi, prede predilette per giorni e giorni di fotografi, giornalisti e televisioni in cerca di notizie da sbattere in prima pagina... e dove agivano gli umanitari in missioni governative tinte di effimeri arcobaleni, in quei campi... d’improvviso non rimase più nessuno. Arrivederci e grazie, spariti tutti. Guerra finita, Nato vincente, Kfor entrante, profugo lampo tornava a casa.
A cacciare i propri vicini di anni, serbi, rom, goranci, albanesi in disaccordo con l’Uck, rubando loro case, terreni, animali, lavoro, futuro, tutto. Ma pure tutti i giornalisti e le tv e i fotografi e gli umanitari se ne erano tornati a casa. Con l’arcobaleno... Per i serbi, solo pochi occhi a testimoniare il dramma. Fra questi i miei, tristi e pieni di rabbia, rabbia che ancora oggi, a volte, li rende ciechi.

Notizia di oggi, altri operai rumeni morti sul lavoro. In quello, del tutto uguali agli italiani. Ai fascisti dalle forze nuove dico che se mai faranno fiaccolate anche per i rumeni morti sul lavoro, e non solo per quelli che delinquono e che sembrano interessarli molto di più... ci verrò anche io!

Primavera inoltrata, forse troppo. Anche nelle schede elettorali, puntuali, come quasi ogni anno. Sono anni che metto croci sul solito simbolo. Sarà proprio per via di queste croci che questo simbolo continua a dissanguarsi in una emorragia inarrestabile! Ecco perché gli altri cambiano sempre i loro simboli, ecco perché la destra non li ha o, almeno, non li espone nelle schede... è per esorcizzare quella croce che andiamo tutti a segnare. Col tempo, diventa negazione del simbolo.
Propongo, per le prossime votazioni, di poter disegnare qualcosa vicino al proprio simbolo. Magari, disegni come si faceva da bambini. Una casetta, una stradina, un albero e una montagna lontana. E il sole, dietro, pronto a sorgere. Come in un avvenire, davvero ancora possibile.

venerdì 8 maggio 2009

Scempio dello scempio

Si è parlato di dieci anni fa, ieri in ambasciata della repubblica di Serbia in Italia. Dieci anni fa, la guerra, che avrebbe bombardato, fra i tanti obiettivi militari e non, il palazzo della televisione jugoslava con dentro molti operatori fra i quali 16 persone che rimasero uccise. Si è detto che quelle persone sono state ammazzate due volte ma, forse, non sono d'accordo. Le bombe hanno nomi e cognomi e non ammettono distrazioni o concorsi di colpa. E si è detto pure che quello poteva essere obiettivo reale perchè la televisione faceva propaganda al dittatore Milosevic ma, forse, non sono d'accordo. Milosevic, dittatore anomalo, novello Hitler che lasciava alle opposizioni il governo delle maggiori città serbe... che lasciava manifestare tutti i giorni contro se stesso, senza polizia a caricare i manifestanti come accadrebbe in un qualunque democratico stato occidentale... che lasciava il potere dietro una sommossa detta troppo in fretta popolare contro la legge elettorale che prevedeva il turno di ballottaggio... e che si è fatto ammazzare, lui solo, da un tribunale davvero troppo speciale... No, non sono d'accordo.
Se la propaganda può essere motivo per ricevere bombe allora, a quel tempo, in Italia un vero dio, se fosse esistito, ci avrebbe fulminato all'istante. Perchè la propaganda di guerra veniva fatta ogni giorno, in modo sistematico e scientifico, preparando coscienze sulla necessità di bombardare. Il gioco era truccato, bisogna non dimenticarlo mai. Registi nemmeno tanto occulti, uomini di Nato e di Cia riuscivano a manipolare a loro piacimento l'andamento del teatrino delle marionette politiche italiane. Allora, come ora...
Nel frattempo, il Kosovo è diventato un narcostato, le mafie fanno affari, la Serbia è in ginocchio e l'Albania chiede di appropriarsi dei monasteri ortodossi, mentre il circo degli illusionisti organizza viaggi nella terra dei misteri, dove puoi assaporare, dicono..."l'atmosfera del monastero ortodosso e dei monaci coi loro canti, e la poesia del minareto musulmano, perchè il Kosovo è la terra non solo della violenza ma della convivenza e della coesistenza...".
Maledetto gioco di equilibrismo che tutto nasconde, tutto salta e tutto dimentica, come se nulla fosse mai successo. Intanto la gente continua a morire di guerra. In Serbia, ora, in Jugoslavia, prima... La Jugoslavia, da dove tutti, uno a uno, si sono staccati lasciando Serbia sola. Con i problemi della Jugoslavia. Profughi, sfollati, malati, disoccupati, fabbriche disfatte, lavoro e dignità calpestati. In tutto questo, ancora multietnica. Intanto, a Bond Steel, ex Kosovo, c'è la più grande base americana, pardon... della Nato!... in Europa, che su di noi veglia.
Guarda il caso, in un posto nemmeno sfiorato dai bombardamenti. Forse lo sapevano già che lì non avrebbero bombardato, inquinato, distrutto, devitalizzato? Si, lo sapevano già.
Sapevano che truccavano il gioco. Ma noi, nei rari incontri, facciamo finta di dimenticarlo. E andiamo avanti.
No, il vero scempio è questo. Lo scempio della devastazione delle parole, città che cambiano nome, calpestando la propria storia con il circo degli illusionisti che si accoda, nel nome dell'equidistanza. Così le città si chiamano col nome albanese, città serbe, diventano albanesi in tutto. La parola Liberazione, usata per eserciti di terroristi ammaestrati, corrotti, criminali che non dovevano liberarsi da nessun invasore, da nessun esercito nemico, perde di significato. Ci si può, quindi, liberare dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, da una terra che non ci piace più.
Ormai il circo è partito, non si fermerà. La vera lotta andrebbe condotta nello smascherare questi circensi. Sono loro che stanno continuando il gioco sporco e truccato della guerra, iniziato molto più di dieci anni fa. Questo lo sanno molto bene le donne rimaste vedove già nel 1998, a guerra lontana, i loro mariti fatti a pezzi da eserciti criminali che chiamavano di Liberazione. Scempio dello scempio.

lunedì 6 aprile 2009

Cartolina da Kosovska Mitrovica, Serbia...

Eccomi qui, davanti a una birra, senza più un euro, senza più una lira, senza più energie, seduto a un tavolino di un anonimo hotel di Belgrado.
Non c’è più molto nella mente, stanchezza si fa strada, ripone emozione nei cassetti già pieni della memoria. Occorre svuotare, svuotare, tagliare e ricominciare.
Prolece je, è primavera… nell’aria, nei vestiti delle ragazze, sui rami degli alberi, nei suoni del mattino. Le potature daranno i frutti. Ma occorre svuotare, svuotare e tagliare… la memoria, da orpelli ingombranti, per lasciare rami vivi che andranno a farsi largo e strada verso l’alto, a raggiungere il cielo, e i cuori, rimasti a terra. Con i frutti dell’estate.
Mitrovica rimane là, confine dell’assurdo, coi suoi dottor House veri e con malati che non guariranno… occhi di bambina, che non avranno Venezie a ricordo.
Serbo, io ormai mi sento così… ma questo è verbo, semplice verbo, coniugato al presente, a monito di un futuro, paura e lacrime.
Serbo, cartolina che non spedirò…
Serbo, frasi dedicate, testimoni di un incontro…
Serbo, ricordo esile, di fragilità indotte…
Serbo, immagine di Serba, bambina di Mitrovica, vestita a metastasi…
A chi dare, la colpa?
A questa birra, che non è fresca… a turisti per caso, italiani o inglesi o tedeschi, che differenza fa, seduti avanti a me, qui per lavoro, qui per chi, qui perché… al mio muovermi, folle tra le folle, individuo perso alla ricerca di giustizia, dove ingiustizia regna.
La penna scivola, la birra finisce, calda.
Barcellona in TV, torna il calcio planetario, e tornano occhi di bambino sorridente, battuto al gioco dei ricordi, nomi di famosi calciatori lontani da noi, lontani da tutto, lontani da Mitrovica. Mitrovica è lontana. Qui, ora, è Serbia ma Mitrovica non lo sa.
Mitrovica senza luce, Mitrovica senza acqua, Mitrovica senza vita. Mitrovica che a nord perde la speranza. Ma lotta e resiste, vestita a metastasi. Esile, fragile, senza Venezie a ricordo, a sera s’addormenta, senza più mattino nei pensieri.