lunedì 2 febbraio 2015

La candela

Non so se ne è valsa la pena.

Potevano restarmi, di te, altre immagini, altri momenti e invece… Ecco che, spesso, nella mia mente, riaffiorano ricordi di dolore. E il dolore non è bello, anche quando è solo lontano ricordo. Il dolore appartiene alla vita, è vero. Ma quando resta solo il dolore, sarebbe meglio se la vita finisse lì. Che terminasse, cessasse di esistere, si dissolvesse nel vento, lasciandoci in pace.

Ricordo che cominciasti col gettare sale dietro le tue spalle, antico rito contro il malocchio. Tue compagne di sventura, prima ferventi credenti, rinnegarono il loro dio, lasciando scritto in drammatici testamenti che, alla fine di tutto, non avrebbero voluto sepolture, né cerimonie officiate con spargimenti di incensi, ma Cremazioni. Sdegnate, rancorose, rabbiose Cremazioni. Insomma, uno sfregio alla fede, di fronte a tanto insopportabile, inenarrabile, personale strazio.

Ricordo, una notte, la morfina. Seppe trasformare il tuo dolore, prima in un elenco di desideri terreni, ataviche preoccupazioni, solo tue, che non osasti mai raccontare, poi in un canto, dolce lamento notturno, che di Chopin non sospettava neppure l’esistenza. Ricordo altre litanie notturne, devastanti cantilene accompagnate, in sottofondo, dal sinistro cigolio dei tuoi metallici bastoni, che accompagnavano quell’andirivieni senza mèta e senza voglia lungo il corridoio di casa, divenuto braccio della morte, la tua. Ricordo il tuo volto, ormai privo di sorriso, stanco ma pure arrabbiato, si, arrabbiato con la vita che ti aveva tradito in quel modo. E il tuo sguardo, sofferente, accigliato. E la tua ultima carezza, su tenere guance dove riuscisti ancora a trovare dolcezza.

Mi sono sempre chiesto se tutto quel dolore valesse la pena di essere vissuto.

C’è chi giura e spergiura di si. Dicono che sempre ne vale la pena. Proprio come potenti personaggi di stati, in genere “uniti”, ribadiscono per altre drammatiche situazioni, che sembrano essere infinite, pure davanti a migliaia di morti innocenti e inconsapevoli.

It’s worth the price”, “Ne vale la pena”, dicono tutti in coro questi torvi, infami personaggi. Avessi saputo...

Avessi saputo, quella candela te l’avrei spenta.

Perché una candela lo sai, che sta per spegnersi. Lo sai che non andrà avanti a lungo. E allora, a che serve vederla esaurirsi, lentamente, per serbare di lei, alla fine, solo immagini monche e senza sorriso?
 
 

Avessi saputo…

Avessi saputo, quella carezza su tenere guance a cercare dolcezza l’avrei avuta per me. E invece, sei stata costretta a stare da sola in quei tuoi ultimi attimi, che avrebbero potuto diventare eterni. Per noi...

Sarebbe stato bello abbracciarci, proprio come davanti a una partenza per un lungo viaggio che ci avrebbe tenuto distanti per molto tempo. Magari, ci saremmo detti qualcosa di grande.

Ma a quel tempo non immaginavo neppure quanto avrei voluto ricordarlo, un tuo sorriso. Un tuo sorriso, un attimo da portare in eterno nel mio cuore. L’attimo in cui si resta da soli, in un passaggio difficile e imprevedibile, dove avere qualcuno a cui raccontarlo, quell’attimo, forse potrebbe aiutare. Magari, proprio a sorridere. Quell’attimo che qualcuno, un giorno, vorrei fortemente dividesse con me.

giovedì 11 dicembre 2014

Il mondo degli Onesti

Ascolto  e leggo commenti di giornalisti delle varie testate e mi accorgo che, ormai, è entrato in uso il termine “Mondo di mezzo”. C’è da scommetterci, ne faranno una fiction televisiva. Tempo un annetto e avremo la puntata da Vespa con i personaggi della fiction, il regista, un testimone reale e politici vari, a completare la serata.

Quando la smetteremo? Quando lasceremo a questa feccia, a loro soltanto, il loro lessico, la loro terminologia, il loro modo di descrivere le loro gesta?

Non esistono “Mondi di mezzo”, mondi di sopra o di sotto. Di mondi, ne esistono solo due: quello dei disonesti e quello degli onesti. Punto.

Il primo, fatto da gente senza scrupoli che, per il solo denaro, sarebbe e lo è, certo che lo è… pronta a qualunque atto, qualunque azione possa portargli il contributo agognato. Passare con una ruspa sopra a Ideali, Amicizia, Coscienza, pure sulla mamma, se necessario, non comporta per costoro, difficoltà alcuna. Un mondo, però, fatto anche da coloro che a questi soggetti ammiccano, si appoggiano, chiedono piaceri o concedono complicità. Piccoli esseri, con le agende piene di nomi e contatti, da far fruttare per le proprie meschinità. Il sottobosco della disonestà.

Il secondo, di mondo, fatto invece da gente con la sola e unica intenzione di vivere una vita di pace, fatta di stipendio, decoroso, fatta di lavoro, dignitoso e coraggioso. Perché non sono coraggiosi i criminali, né i furbi, sono coraggiosi coloro che si alzano alle sei del mattino per preparare la loro giornata, il loro “quotidiano” di tutti i giorni, da sempre e per sempre! Sono coraggiose le persone semplici ma solari, vere, che certe cose neppure le pensano. Persone che si arrabbiano se vedono una carta gettata a terra, perché sanno che qualcuno dovrà poi raccoglierla. Che si fanno il sangue amaro se vedono qualcuno che non fa la fila come tutti, perché sanno che quella fila diventerà più lunga per tutti, per favorire quel furbo, il cui tempo non può valere più di quello degli altri.

Basta così, il concetto è chiaro.
Non dobbiamo assimilare da questi criminali, che avvelenano con la loro presenza le nostre vite, nemmeno una parola. Ce ne sono tante di più belle da esaltare e mitizzare, nel quotidiano del mondo degli onesti.

lunedì 20 ottobre 2014

Majčina dušica

Il buon, vecchio Petar è seduto vicino a me, mi offre una rakija di prugne e inizia a raccontare.

Di come qui, a Klina, paesino della Metohija, quella Metohija il cui nome non si può nemmeno pronunciare nel nuovo Kosovo albanese e monoetnico, “liberato” dalle bombe della Nato e degli Usa, le cui bandiere sventolano da balconi di case private e da pennoni di fiammanti pompe di benzina, banche e hotel, la vita sia diventata impossibile. “Una volta, qui, c’erano solo serbi”, mi dice Petar... “Se vai al cimitero albanese, te ne accorgi. Le date riportate sulle tombe hanno date recenti, dal 1999, dopo i bombardamenti, a oggi. Il nostro, di cimitero, abbandonato, con le tombe divelte, difficile da visitare per il pericolo di violenze dei fanatici estremisti, ha tombe che risalgono a tanti anni fa. Puoi capire tante cose, andando a vedere questi luoghi”.

Da lontano, a poche centinaia di metri, si odono spari, clacson, grida. E’ finita la partita fra Serbia e Albania, gli albanesi festeggiano.... “Cosa festeggiano, Petar?” – “Festeggiano l’idea della grande Albania, festeggiano l’averci umiliati a casa nostra, a Belgrado, festeggiano il nostro peso internazionale, nullo. Avessimo fatto la stessa cosa noi, come quando dovemmo vergognarci per quei delinquenti a Genova, sarebbe stato il finimondo, Vedrai, alla fine incolperanno solo noi, anche stavolta. I nostri politici sono burattini, non si fanno rispettare!”.

Forse, però, è meglio così, penso. Avesse vinto la Serbia o l’Albania, avremmo avuto reazioni anche peggiori e più violente. “Di questo puoi stare sicuro!”, aggiunge.

Klina è poco distante, una mezz’ora in macchina, da Velika Hoča, dove ogni anno, il 12 ottobre, si festeggia il Miholjdan, festa religiosa ma anche laica, visto che è la festa del vino. Ma da queste parti, sacro e profano vanno straordinariamente a braccetto, da sempre. Io visito chiese e fotografo affreschi. Padre Milenko, avvisato dai monaci del monastero di Dečani, mi accoglie volentieri e mi parla della storia del posto. Poi, mi da le chiavi delle chiese che visito con Miloš e Zoran, amici che mi accompagnano.
un "selfie" davanti san Luka, con i miei "assistenti"
Sono 15 chiese, quattro ormai ridotte a poche pietre a terra, che sarebbe meraviglioso ricostruire, altre due di cui non si sa neppure dove e se davvero furono mai realizzate. La chiesa di santo Jovan è stata imbiancata da poco. Durante i lavori di ristrutturazione, eseguiti da una ditta albanese, alcuni operai dovevano andare sul tetto a togliere la croce. Ma si sono rifiutati, memori della malattia che colse il ragazzo che distrusse una croce sul tetto della chiesa di Podujevo, durante il pogrom anti serbo ortodosso del marzo 2004... “Quello è finito troppo male!”, hanno detto a Milenko.
Velika Hoča, monastero di sveti Nikola

A Dečani, intanto, scritte inneggianti all'Isis sono apparse l'altra mattina sulle mura di cinta del monastero. Non è una goliardata, hanno arrestato anche sedici imam a Priština, il mese scorso, per collaborazioni col fondamentalismo. Ma non è la prima volta, poche settimane fa scritte esaltanti l'Uck avevano imbrattato i portoni del monastero, prove tecniche di "grandi albanie" che, pure, non vanno sottovalutate. Un monastero, quello di Dečani che, ricordiamolo, nostri "valorosi militari" sorvegliano 24 ore su 24! Ovviamente, il giorno dopo erano tutti in allerta, per la serie: chiudi la stalla dopo che son scappati i buoi!
monastero di Dečani, scritte inneggianti all'Isis
Oggi c’è stata la slava, festa del santo protettore, al patriarcato di Peć. Sono stato a fotografare gli affreschi di Danilo II, l’arcivescovo, biografo, architetto e curatore artistico in uno dei periodi più fervidi del regno di Serbia, dai re Milutin e Stefan Dečanski fino allo zar Dušan. Una signora mi chiede un foglietto, deve lasciare un messaggio per le preghiere dei prossimi giorni. Lo prende, ci scrive sopra cose, lo lascia sull’altare e poi va a pregare davanti l’icona della Madonna, donata a san Sava nel suo viaggio a Gerusalemme.
patriarcato di Peć, la tomba di Danilo II

Il vecchio Petar non è venuto, c’è stato tante volte e gli fa male vedere quel manifestino attaccato al portone di ingresso al patriarcato, quello che ricorda i sei ragazzi uccisi nel 1997, quando pochi si interessavano a quello che succedeva in Kosovo, con molti serbi che venivano fatti sparire dalle bande criminali dell'Uck.

in morte di Vuk, Ivan, Svetislav, Dragan, Ivan e Zoran 

Petar si ricorda anche del patriarca Pavle, del suo cammino fra la gente, della sua umiltà e santità, degli attacchi subiti da squadracce terroriste dell’Uck.... “Oggi anche la chiesa sta cambiando, fanno entrare tutti nei monasteri, anche gli americani che ci hanno bombardato e che proteggono questi delinquenti al potere oggi!”.
il patriarcato di Peć
Sono parole forti, quelle del buon, vecchio Petar, forse ingenerose verso chi, in ogni caso, sta cercando di salvaguardare una cultura millenaria dai pericoli dei nostri giorni. Allora, le addolciamo con un’altra rakija, prima di andare a dormire. Domani mi attende un altro viaggio che da Klina mi porterà a Novo Brdo, vicino Gnjilane, in Kosovo. Perché il vero Kosovo è quello ad est, questa, a ovest, si chiama Metohija e non mi stancherò mai di ripeterlo. E’ nome più vecchio dell’altro, coniato nel primo medioevo quando i primi regnanti serbi della dinastia Nemanjia, lasciavano grossi possedimenti a monasteri che fondavano per la propria sepoltura. L’anima contava più della terrena materia, a quel tempo.

Ma lungo il corso dell’Ibar, che ieri mi ha portato fin qui, passando per monasteri dal valore storico enorme, unico anello ancora esistente e tangibile (quelle mura le puoi toccare con le mani...) fra la Roma cristiana e papalina e l’Oriente cristiano e bizantino, ancora oggi, a primavera, puoi respirare il profumo dei lillà che riportano a storie romantiche e molto terrene, fatte di accoglienza e pensieri felici.
la chiesa di stara Pavlica

Passando per monasteri come quelli di Studenica e Sopoćani... chiese quali Nova e Stara Pavlica (nuova e vecchia chiesa di san Paolo)... sveti Petar, la più antica della Raška, regione a sud della Serbia dove nacque lo stato medioevale serbo... fino a Gradac, dove è sepolta la regina Jelena Anžuiska, Elena d’Angiò, andata in sposa a re Uroš I, terzo figlio di Stefan Nemanjia, detto “Primo Incoronato”, che ricevette la corona direttamente dal papa romano, Onorio III, nel 1217... ci sono storie che affascinano il visitatore.

Famosa è quella dei lillà che proprio re Uroš fece piantare lungo il corso dell’Ibar, divenuto da allora la “Dolina Jorgovana”, la valle dei lillà, per accogliere nel miglior modo possibile la sua futura sposa. Ancora oggi, a primavera, una festa ricorda la storia della regina più amata dai serbi, nobile d’animo, gentile, che promosse arte e cultura in un rapporto stretto fra l’occidente di provenienza e l’oriente di adozione.

Oppure, a Ljubostinja, nella valle della Morava, in Serbia centrale, dove la principessa Milica, sposa del principe Lazar morto nella famosa battaglia del 1389 contro i Turchi, radunò le vedove dei cavalieri serbi martiri della battaglia, formando una comunità monastica e seppellendo i resti dei propri cari nel giardino del monastero stesso, con i corpi che furono stipati in piedi, per sfruttare al massimo lo spazio, altrimenti insufficiente ad accoglierli tutti. La leggenda narra che proprio questo fosse il luogo dove Milica e Lazar si innamorarono...
Le spoglie di Milica riposano, dal 1405, sotto quattro metri e mezzo di terra, al segreto riparo dai turchi invasori e predatori.
monastero di Ljubostinja
Quando Pietro Karadjordjevic I, il re delle guerre balcaniche di liberazione dai Turchi, cercando la corona d'oro di Lazar nella tomba di Milica, corona che non trovò perchè i Turchi l'avevano già trafugata a Istanbul dove si trova tuttora, riportò alla luce le spoglie della principessa, gli apparve il suo corpo intatto. La leggenda narra che rimase immobile, in piedi davanti a lei, per tre giorni. Quando il viso di lei iniziò a dare segni di decomposizione, si decise a ricoprirne le spoglie. E, da allora, la principessa non fu più disturbata.  

A Ravanica, invece, riposa il principe Lazar, i cui resti furono portati via nel continuo peregrinare del popolo serbo negli anni bui della dominazione turca, per non lasciarli finire nelle mani dell’invasore che li avrebbe volentieri bruciati, come fece con quelli del santo Sava, fondatore della chiesa serba ortodossa, bruciati con enorme falò, visibile da tutti, su una collina a Belgrado, dove oggi sorge la basilica a lui dedicata.
monastero di Ravanica
Storie di tempi lontani ma ancora così vive nella cultura serba, spesso narrate da vecchi poeti accompagnati dal suono delle gusle, antico strumento monocorde, suonato come un violoncello nelle serate d’inverno, davanti alla stufa. Storie alle quali se ne aggiungono di attuali, come quella che vivo direttamente a Draganac, che neppure il buon vecchio Petar conosce.
le gusle
Arrivo nel pomeriggio al monastero di Draganac, dove il mio amico padre Ilarion mi da il benvenuto. Mi mostra i lavori al monastero, da tempo in fase di ristrutturazione e mi porta a fare una passeggiata sulle alture che lo circondano. Un pozzo appena realizzato, una grande cisterna in fase di realizzazione sull’altopiano vicino, dove un monaco da Dečani lavora con una grande pala meccanica. Un profumo intenso si fa largo, fra funghi, silenzi e paesaggi di natura incontaminata, che celano le origini del principe Lazar, nato proprio in un paesino lontano ma visibile alle nostre spalle, Prilepac. Quassù in alto, Ilarion vorrebbe realizzare una fontana...

“Qui c’è acqua, dalle sorgenti intorno viene spinta fino quassù, non servirebbe andare troppo nel profondo per trovarla...”. – “Ma cos’è questo profumo intenso, Ilarion?” – “Questo profumo? Questo è “l’anima della mamma”, si dice così da noi. E’ la majčina dušica” (si pronuncia: màiccina dùsciza, il timo).

Poco lontano Ilarion vede delle persone al lavoro nei campi. Li chiama, li saluta, mi dice “se sono serbi risponderanno!”. Infatti, rispondono e ci invitano a prendere un caffè. Dovrei andare, ma mi lascio guidare, come sempre, qualcosa da raccontare ci sarà.

Dragan, sua moglie e il figlio stanno lavorando alla loro vigna, da dove Dragan coglie dell’uva che ci offre con gentilezza. E’ buona, dolce. Passiamo per un campo recintato, che stona con la natura libera e selvaggia che circonda. Le scritte sul muro della casa di Dragan, inquietano. Inneggiano alla grande Albania, anche qui, in questo luogo sperduto, il fanatismo etnico non si concede pause.
Draganac, scritte inneggianti alla grande Albania

“E’ un albanese, che s’è recintato dieci ettari di terra dopo averne acquistato un quarto da un vecchio serbo che, però, aveva anche dei fratelli, i quali non erano né informati né d’accordo con la vendita. L’albanese lo sapeva, ha pagato pochissimo a un intermediario per un pezzo di terra indefinito, ma ora s’è preso tutto. E il vecchio serbo, non ha visto nemmeno un euro. Ora abbiamo chiesto giustizia, ci sarà un processo...”.
Storie di truffa, stridono con le storie di lillà, innamoramenti e sepolture gloriose. Ma è l’attualità. L’albanese sta provando in tutti i modi a cacciare anche questa famiglia serba, che vive miseramente fra questi fatiscenti, vecchi casolari e che ci offre uva, acqua, biscotti, rakija e caffè...

“Tempo fa, tornavo in bicicletta, mi hanno superato con la macchina, sono entrati dentro casa mia, hanno sporcato dappertutto. Quando sono entrato ho pianto dalla rabbia e per l’umiliazione, ma poi ho pulito tutto e ho ricominciato. Ci minacciano, ma dove posso vivere, se non qui? Non ho altro...”.

Ritorniamo verso il monastero, in silenzio. Il profumo del timo, l’anima di mamma, ci accompagna. Fra sogni di fontane e di giustizia, mangiamo l’uva che Dragan ci ha donato. E’ buona, dolce. 
 
 

giovedì 4 settembre 2014

Monaci r-esistenti

Ci si alza alle cinque, per le funzioni in chiesa. Poi, si lavora nel monastero, nelle stalle, nei campi, nei villaggi, nelle scuole, a fianco con la tua gente, che resiste come te. Isolata, ghettizzata, spesso umiliata. Anelli di una catena millenaria che, però, non va spezzata, per dare a chi verrà il senso di tutto. Della vita, della morte, di radici che portano a Dio.

Questo sono i monaci ortodossi del Kosovo (e Metohija, la terra che appartiene ai monasteri), ridotti a girare con lo spray urticante per il continuo pericolo di violenze cui nessun accordo sembra porre rimedio. Come ad agosto, quando un gruppo di fanatici albanesi (purtroppo tanti giovanissimi...) ha cercato di impedire la celebrazione della Dormizione della Vergine, la “Theotokos”, nel villaggio di Musutište, sulle rovine della chiesa costruita nel 1315 e distrutta da estremisti albanesi nell’estate del 1999 quando le truppe Nato della Kfor avrebbero dovuto garantire la sicurezza. I monaci hanno lasciato il villaggio, un tempo abitato da serbi, scortati dalla polizia, insieme ai tre autobus con 150 pellegrini. 

 
Così, anche una semplice liturgia diventa pretesto per gli estremisti albanesi per causare violenza e barbarie in un Kosovo abbandonato al suo destino, insieme all’immenso Patrimonio Culturale che, nonostante secoli di dominazione turca, guerre balcaniche, due guerre mondiali e “l’umanitarismo” della Nato del ’99, con bombardamenti indiscriminati su tutto il territorio, ancora esiste.


 


Ma qualcosa sta cambiando, se addirittura il presidente della Commissione Europea, Barroso, ritiene necessaria la protezione speciale dei luoghi santi serbi in Kosovo”, aggiungendo che “i monasteri dovrebbero essere fonte di dialogo inter-culturale, piuttosto che di conflitto.  Inseriti tra i cinque più importanti luoghi sacri del Mediterraneo con Gerusalemme, Monte Athos, la Mecca e Vaticano, i monasteri hanno l’attenzione anche del papa... La Chiesa cattolica ritiene che l'Europa abbia bisogno della tradizione cristiana e umanistica della Serbia”, ha affermato mons. Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia.

Nel recente incontro a Belgrado, la Santa Sede ha appoggiato il processo di integrazione europea della Serbia mentre il presidente serbo Nikolić, da parte sua, ha espresso gratitudine alla Santa Sede per non aver riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Paglia ha offerto l'assistenza della Chiesa cattolica nella protezione del patrimonio culturale serbo in Kosovo, a cominciare dai monasteri medievali.


la Madonna Odighitria, monastero di Hilandar, Monte Athos

L’ultima volta che il Vaticano s’è occupato di Balcani, nel secolo scorso, sono state lacrime e sangue per i serbi-ortodossi (basti pensare al campo di sterminio di Jasenovac, in Croazia). Speriamo che il “nuovo corso” di papa Francesco porti qualcosa di buono anche per questa terra martoriata, dove tanti monaci, oggi nostri amici fraterni con tanti serbi dei villaggi, mentre scriviamo resistono, in un quotidiano fatto non solo di preghiera ma di tanta, troppa sofferenza. 

martedì 12 agosto 2014

"C'è un bambino che... a Baošići!"

Grazie al nostro amico, Giuseppe Torre, che non dimentichiamo... grazie a chi ha acquistato il libro "Gli anni di Rosa"... grazie a quelli che hanno sottoscritto per l'alluvione in Serbia... e, infine, grazie a tutti coloro che ci hanno semplicemente aiutato a organizzare, anche per quest'anno, una vacanza per bambini serbi provenienti da Kraljevo e dal Kosovo e Metohija, in particolare dai villaggi di Gračanica, Novo Brdo, Gnjilane.


In tutto, più di 30 ragazzini in situazioni di vita difficoltose, con i rispettivi accompagnatori, sono stati al mare in Montenegro, a Baošići, in una struttura gestita dalla Croce Rossa Serba, per 10 giorni, grazie al finanziamento di Un Ponte per...

Un Ponte per... che continua a stare vicino ai figli delle vittime dei bombardamenti Nato del 1999 contro la Serbia, così come rimane vicino alle vittime dei disastri di oggi in Iraq, in Palestina, in Siria e dovunque può.

Nel realizzare queste solo apparentemente piccole iniziative, possiamo forse ancora trovare la forza di andare avanti.

Leggete cosa ci scrive la Croce Rossa Serba di Kraljevo e guardatevi qualche foto di questa, ennesima, felice vacanza.

Nel giorno in cui ci ha lasciati Robin Williams e il suo Peter Pan, qualche "pensiero felice" da condividere con tutti quelli che, come voi, con forza e coerenza ancora ci seguono.

 
"Dear Alessandro, dear Un Ponte per…,
Hope you are well. It is a time of seasonal annual vacations, we have a normal process of work with minimum employees. After long period of  intensive activities because of flood, our employees really need time for rest but still, in our warehouse, activities are going on. We are continuing
with delivering necessary things for affected people. This summer, weather conditions were not so good, it was too much rain and that was a problem for families whose houses were under the water, never enough sun for drying. We hope that they can resolve major problems before winter.

 
In our programs of holidays, thanks to our donors, for this summer, we included children almost from all families of affected area, who were in the age of 7-14.

Thanks to you and your organization we got a chance to help the children and sent to the sea not only children from affected area but also social vulnerable children and refuges. Together with Red Cross of Kosovo and Metohija we finished with our obligation from agreement. Children were spent wonderful time in Montenegro and back here with unforgettable memories. 

Both group, from Kraljevo and Kosovo and Metohija (Gracanica, Novo Brdo, Gnjilane), were living like one, they were spending time together, enjoying in sea and sharing their stories. Time that spent was priceless for all children. In resort Baosici, in time when our groups have been there, was 400 children from other cities in Serbia. It was a good chance for chidren to meet their peers from other cities, to share experience and acquire new knowledge, especially for children from Kosovo and Metohija because life for Serbs in Kosovo and Metohija is under isolation. Through the new friendship, children got confirmation that they are not alone, that they have their friends from other cities and they can share the good and bad. it was a chance for all children to forget on daily life which is not so easy for them. 

Educators who went with children were responsible. For one child from Kosovo( Miljan Mašić ), whose birthday was in that period, they were repared cake in order to celebrate his birthday. Every evening children were participate in evening program of resort, in masquerade, singing, acting, and many other activities. During the day they were attending the school of swimming, many workshops about connecting with Red Cross main acitivites. Many times, they were walking in the place Baosić to get to know the tradition and meet the culture.
 


Once again, we want to thank you because you are thinking on our children and every year you are providing holiday for them. We appreciate and we know what kind of effort you have to do to realize it.

Now, all is finished and we have to regulate our obligation for transport and accommodation, according to the our agreement. We got request for that (in attachment as scanned file, only as an information). We have to ask you
for transfer money as soon as possible in order to pay for this holiday.


Children has some message for you, we scanned it and send in this way (we will keep original to give you when you come here). Also, there is a pictures, only to feel a little atmosphere.  

Regional Secretary of Red Cross of Kosovo and Metohija, Dragiša Murganić, asked us to forward to you their appreciation for holiday. 

If you need some particular information or document, or something that you want to know, please ask.
Wishing you all the best."


 


mercoledì 18 giugno 2014

Ancora giocano a calcio...

Sono passati 24 anni... e ancora giocano a calcio.
Ci sono i mondiali.
A quel tempo si giocavano in Italia, era una di quelle sere in cui giocavano quelli che non vinceranno mai. Ricordo, Uruguay contro qualcun altro. Uno 0 a 0 da sbadiglio.
Io ero tornato dal mare, con gli amici.
Guardammo gli ultimi minuti insieme, io e te, soli.
Poi, mi dicesti: "Vabbè, sai che c'è?... buonanotte..." - "Ciao, buonanotte papà", ti risposi. Poi, a letto.
Poi i tuoi lamenti, un "che succede?", un bicchiere d'acqua, una corsa al telefono, un dottore, un corpo spento, un addio nemmeno dato, parole che restano sulle labbra, non usciranno più... "Ciao, buonanotte papà".
Stasera, ancora giocano a calcio, ci sono i mondiali.
Ma ci sono anche tante altre cose che non c'erano allora.
Ad esempio, questi 24 anni che sono passati.

La Fortuna è cieca, ma la sfiga c’ha il binocolo!

Nel giugno del 1999 sono fuggito con mia moglie dal Kosovo, senza più nulla. Abbiamo cercato di rifarci una vita qui, a Kraljevo. Così, sono nati i nostri figli.


Neboiša Kostić, 8 anni

Poi, nel 2010, c’è stato il terremoto che ha quasi distrutto casa, allora ho ricominciato qui a Grdica, un po’ fuori Kraljevo. Andava tutto bene ma, adesso, l’alluvione mi ha buttato per strada ancora una volta... che devo fare?”.
 



A casa di Branka Terzić
 
E’ la domanda che pone, ridendoci sopra e nonostante tutto, Milan Kostić. Con la moglie Zorica e i cinque figli, Violeta, 13 anni, Božidar, 11 anni, Bojana, 9 anni, Neboiša, 8 anni e Miloš, 4 anni, è temporaneamente alloggiato a Beranovac, vicino Kraljevo, a 20 minuti dalla sua casa, gravemente colpita dalla recente alluvione.
 
I macchinari che la Croce Rossa Serba di Kraljevo fornisce per deumidificare gli interni delle case sono soltanto dieci, donazione di una organizzazione svizzera, ma le case sono tante e Milan, come molti altri, è in lista d’attesa per poterla usare e poi iniziare i lavori di risistemazione della casa, anche grazie al contributo che Un Ponte per..., tramite la Croce Rossa, gli ha fatto avere. Sono solo 500 euro, ma è meglio che niente e ci ringrazia col suo sorriso ottimista, certo frutto della presenza dei suoi cinque, bellissimi figli.





La storia di Milan sembra quella della Serbia che, colpita, sempre si rialza e pure sorridente. Ce lo ricorda una mostra a Belgrado, a Kalemegdan, sul Danubio, dove pannelli con le foto di Rista Marjanović formano una mostra dal titolo “Bomber auf Belgrad” (1914-1915-1941-1944-1999).

La mostra racconta i terribili bombardamenti delle forze “alleate” su Belgrado, dal 16 aprile al 18 settembre del 1944, con 200 soldati delle forze di occupazione nazista uccisi e oltre 1200 civili serbi innocenti ammazzati pure loro. Belgrado appariva distrutta, non fu quella la prima volta ma neppure l’ultima. Speriamo basti così (e anche per Milan!).
 



In tutto sono sei le famiglie che hanno beneficiato della raccolta fondi che Un Ponte per.. ha lanciato fra attivisti, soci, amici, simpatizzanti a sostegno degli alluvionati. Tremila euro sono stati subito inviati e ora possono essere spesi, sperando in altre entrate future che possano dare una mano ad altre famiglie in forte difficoltà.
 
 
Ma proprio a causa dell’alluvione, non sarà possibile organizzare, almeno per quest’anno, iniziative di ospitalità in Italia. Cercheremo, però, col poco che ci resta, di mandare per dieci giorni in vacanza al mare in Montenegro, in strutture della Croce Rossa Serba, due gruppi di 15 ragazzini, uno proveniente dai villaggi serbi del Kosovo e Metohija che, anche col vostro sempre necessario e prezioso contributo, potranno tornare a considerare l’acqua per quello che è: una fonte di gioia e di divertimento.