venerdì 3 settembre 2010

Cultura contro barbarie!

Siamo stati facili profeti noi dell'associazione Un ponte per... quando, nel dicembre dello scorso anno, abbiamo lanciato un drammatico appello per la protezione delle minoranze serbe e dei monasteri ortodossi nel Kosovo e Metohija.
La decisione di affidare la loro tutela, a partire dal monastero di Gracanica, che dal 13 luglio 2006 è inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO, alla polizia kosovara attuale, formata da reduci del disciolto Uck, formazione terrorista che dalla metà degli anni '90 ha imperversato nel Kosovo organizzando la malavita oggi al potere e ammazzando o facendo sparire serbi ma anche albanesi non collusi con l'idea di indipendenza, in genere jugoslavisti, uno per tutti: Ibraj Musa, partigiano jugoslavo (http://www.resistenze.org/sito/as/sosyu/assy9l13-005673.htm) sta divenendo realtà.
C'è da scommettere che arriveranno presto altri monasteri da far "proteggere" agli ex miliziani, magari quello di Decani, Patrimonio dell'UNESCO dal 2004, anno in cui di monasteri questi ex miliziani ne distrussero o ne lasciarono distruggere, con la complciità di una distratta Kfor, circa 150... o magari lo stesso patriarcato di Pec dove in autunno, forse, riuscirà a insediarsi il nuovo patriarca della chiesa ortodossa serba, Irinej. Potrebbe quindi insediarsi, patriarca Irinej, sotto la "protezione" dei terroristi che fermarono e quasi sequestrarono, durante una visita a un monastero, il defunto patriarca Pavle nel 1998!
Se a questo aggiungiamo che i monasteri sono spesso il punto di riferimento unico e vitale, necessario e irrinunciabile per le poche comunità serbe rimaste a resistere nel Kosovo ripulito etnicamente, possiamo capire, anche in questa distratta, sonnecchiosa e ambigua estate, quanto si farà sempre più difficile la situazione nell'area.
Per questo invitiamo a sottoscrivere l'Appello per la protezione delle minoranze serbe e dei monasteri! (http://www.unponteper.it/article.php?sid=1866)
Non lasciamo sole quelle persone e quelle meraviglie di architettura!
Non lasciamo che vinca la barbarie sulla cultura (anche fuori dal nostro paese...).


Nella foto: Il monastero di Gracanica, patrimonio dell'UNESCO, uno dei primi a finire sotto la "tutela" della polizia kosovara.

venerdì 30 luglio 2010

L’Urlo del Kosovo


di Alessandro Di Meo

Storie vere da cui è impossibili fuggire.
L'urlo che la propaganda non riesce a coprire.
Voci che spezzano il coro allineato del pregiudizio che è letale per le persone tanto quanto le scorie della "guerra umanitaria".

Il Libro
Il libro vuole essere una denuncia del dramma vissuto da migliaia di persone, in prevalenza serbe, cacciate da quella terra, il Kosovo e Metohija, dove hanno da sempre vissuto e convissuto con altre etnie. Le ingerenze esterne dovute a interessi di potere, politici e, soprattutto, malavitosi, hanno tolto la parola alle persone per consegnarla alla propaganda e alla menzogna.
L’autore, attraverso le storie narrate, cerca di spostare l’attenzione sui veri protagonisti della triste e drammatica vicenda: le persone in carne e ossa, facendosi testimone della loro tragica vicenda per una ricostruzione dei fatti meno condizionata da propaganda e luogo comune.

Il DVD
Il documentario è un viaggio tra le conseguenze dei bombardamenti che nel 1999, per 78 giorni, hanno colpito quel che rimaneva della Jugoslavia. A oltre 10 anni di distanza, i problemi e le contraddizioni che la cosiddetta “guerra umanitaria” voleva risolvere si sono, in realtà, moltiplicate. L’insorgere di malattie sempre più gravi, dovute a inquinamento ambientale e uso indiscriminato di uranio impoverito; la chiusura delle fabbriche con conseguente perdita del posto di lavoro; la drammatica situazione dei serbi rimasti nei villaggi del Kosovo, di fatto ghettizzati; lo stato dei monasteri ortodossi, patrimonio culturale e storico dell’umanità, a rischio distruzione. Un viaggio nella Serbia di oggi, ancora troppo devastata nel cuore e nell’anima.

si può richiedere l'edizione completa di libro e dvd a:
http://www.unponteper.it/bottega/description.php?II=315
Codice prodotto: 02084
nome: L'Urlo del Kosovo (Libro+DVD)
Durata: 52'
contributo richiesto: euro 18.00
Spese di spedizione: euro 3.00

martedì 27 luglio 2010

la Fiat Bomba!

Nell’articolo di Alessandro Robecchi di domenica scorsa su “il manifesto”, “Le newco del mondo libero”, mancava all’elenco un modello di auto: la Fiat Bomba.
Questa potrebbe davvero essere prodotta in Serbia, proprio in quella fabbrica, la Zastava, distrutta dai bombardamenti del 1999. Ci racconta Rajka Veljovic, del sindacato Samostalni, che ormai non esiste più, messo all’angolo e lasciato senza i secondi…
“Nel 99 fummo uniti a difendere la Zastava. Stavamo dentro, invitammo le maggiori testate televisive europee per dire che non avremmo abbandonato quella che era la nostra seconda casa. Ma ci bombardarono lo stesso.”.
L’intera intervista è riportata nel film-documentario “L’urlo del Kosovo”, che in questi giorni esce unitamente al libro di cui Tommaso Di Francesco ha scritto appassionata recensione il 23 luglio.
Quella che era la Torino dei Balcani, la città jugoslava di Kragujevac e quella che era la Fiat dei Balcani, la Zastava, furono bombardate senza nessun tipo di remora o ritegno, il giorno della Pasqua ortodossa, mandando in frantumi strutture, macchinari e… uova pasquali, colorate e pronte da distribuire fra i lavoratori. In un vortice dove tutto si mischia, vita e morte, dramma e grottesco, lacrime e scoppi di risate, fu bombardata quella che era la seconda casa di questi lavoratori, così come tutta la Serbia e così come tutto il Kosovo, ultima amputazione in ordine cronologico della Jugoslavia, ultimo schiaffo in faccia a i Serbi.
A Kragujevac un inquinamento ambientale spaventoso dovuto alle fuoriuscite di materiale tossico e oli combustibili usati nelle lavorazioni industriali, ha causato e causa tuttora, nascite con malformazioni e l’insorgenza di malattie tumorali mentre i profughi, che da Kragujevac a Kraljevo vivono sparsi in decine di migliaia, molti dei quali provenienti dalle fabbriche satelliti della Zastava, in particolare da Pec, nel Kosovo occidentale, hanno reso, loro malgrado, la situazione di vita quotidiana drammatica per tutti. Cacciati senza nessuna possibilità di ritorno dalla loro terra, dalla loro vita, nel giro di poche ore dal 10 giugno del 1999, con la Kfor che assisteva “distratta” alle violenze dell’estremismo panalbanese, vivono spesso di sussidi, aiuti, e lavori saltuari. Lavoro diventato una chimera anche per chi lo aveva sempre avuto garantito.
Salari che non arrivano ai 200 euro, prezzi che salgono alle stelle, le verdure più semplici che arrivano anche a un euro al chilo, mentre rasenta i due euro al chilo la carne, senza contare le spese fisse per elettricità, riscaldamento e altro, con il dinaro che ogni mese perde punti, (dall’inizio dell’anno a oggi è passato da 95 per 1 euro ai 105 attuali), se non fosse per le secolari capacità di adattamento alla tragedia delle donne e degli uomini di questo popolo, sarebbe la catastrofe.
E invece, eccoli che ancora resistono. Si resiste a Kragujevac, città che nell’ottobre del ’41 vide intere generazioni di uomini e ragazzi e adolescenti ammazzate in un giorno e mezzo dalla belva nazifascista. Oggi un parco ricorda quell’eccidio al cui confronto le nostre Fosse Ardeatine diventano una carezza. Sa sopportare la gente di Kragujevac il destino avverso, ci vuole ben altro che un Marchionne qualunque per piegarla. Ma questa contrapposizione fra lavoratori italiani e serbi fa molto male, soprattutto a loro. Perché nella sede del vecchio sindacato campeggiano alle pareti le foto della solidarietà, che ancora unisce i lavoratori italiani e serbi, attraverso i sostegni a distanza di centinaia di famiglie di operai o ex operai della Zastava. Dalla Fiat non è arrivata una lira, ancora oggi, mentre dai lavoratori delle varie organizzazioni sindacali la solidarietà non è mai mancata, da quel maledetto 24 marzo 1999 fino a oggi. Non avrebbero mai pensato di doversi trovare coinvolti in queste strumentalizzazioni, vere e proprie guerre fra poveri.
Dalla Fiat, che prima delle bombe era solita mandare panettoni, sono arrivati solo diktat e imposizioni che hanno avuto, come conseguenza, licenziamenti in massa, subappalti, ritmi di lavoro disumani, perdita di garanzie e diritti, impoverimento dei salari, perdita di futuro.
Bisogna che questi ponti fra lavoratori italiani e serbi non vengano distrutti dalla superficialità e dalla propaganda, così come vennero distrutti tanti ponti della Serbia durante i bombardamenti. Vogliono le guerre fra i poveri, ma è ora che i “poveri” comincino a guardare oltre il loro stretto utile quotidiano, perché ci sarà sempre qualcuno più ricattabile pronto a fare gli interessi di manager e aziende senza scrupoli. E gli stessi lavoratori dovranno diffidare dei tanti, soprattutto politici che, a parole, sono con loro ma poi, nei fatti, li lasciano soli. Chi sta rischiando davvero di essere ridotto alla fame, sono soltanto loro, i lavoratori. Pensano di ridurli a più miti pretese, tenendoli sotto ricatto. Ma potrebbero sbagliare e dare modo alla solidarietà di avere il sopravvento.
E allora, questa Fiat Bomba davvero potrebbe diventare un veicolo affidabile, da prodursi in cooperazione Italo-Serba. La Fiat Bomba, della solidarietà.

venerdì 23 luglio 2010

Lettera aperta al popolo serbo

L’arresto del criminale kosovaro albanese Ramus Haradinaj è stato il mezzo bicchiere d’acqua che vi hanno fatto bere per mandare giù l’ennesima pillola avvelenata: il pronunciamento della corte di giustizia (quale giustizia?) dell’Aja, che si è espressa a favore della autoproclamata indipendenza del Kosovo monoetnico.
C’è da scommettere che, fra qualche mese, il criminale verrà di nuovo rilasciato o, al limite, condannato, ma lievemente, ci mancherebbe altro. Magari, vedrete, solo per aver tentato di manipolare le prove a sua accusa. E sarà come multare un killer incallito per aver parcheggiato male la sua auto.
Vi stanno fagocitando, col malaffare, con l’ingiustizia e la corruzione. Richiudete le vostre frontiere! Rifiutate a questa Europa vile, meschina e malavitosa, l’ingresso sul vostro sacro suolo!
All’aeroporto di Belgrado, da un po’ di tempo, vedo arrivare e partire sempre più frequenti frotte di gente maleducata e arrogante, prepotenti delle nuove generazioni e ignoranti delle precedenti. Piccoli e medi imprenditori, a caccia di braccia da lavoro a basso costo, quando non a caccia delle vostre donne, per i loro luridi tornaconti. Vestono bene, questi torvi personaggi, hanno portafogli gonfi. Così come le frotte di attorucoli da strapazzo che vengono nelle vostre città con aria annoiata e scostante, a girare chissà quali inutili fiction televisive, quasi non bastasse l’inutilità delle loro vite, vere e proprie fiction di quotidiana stupidità.

Fermateli alle frontiere! Ripristinate i visti d’ingresso, controllate chi entra e chi esce, che vi stanno prendendo l’Anima! Negategliela!
Negate alla Fiat di venire a banchettare sulla vostra pelle, negate a questi avvoltoi di vegliare sul vostro sfinimento, negate agli sciacalli la vostra storia! Gettate nel Danubio e nella Sava quei politici corrotti che hanno studiato in America, mentre i vostri figli non riuscite a farli studiare più neppure nelle vostre scuole! Gettate a fiume queste marionette, traditori della vostra storia, gente che in televisione va a strappare applausi e consensi, in giacche e cravatte alla moda, ma poi regala i vostri soldi agli avvoltoi che oscurano il vostro cielo. Vi stanno abbandonando sempre più, vendendosi e strappandosi vesti pur di entrare nella Nato e avere il proprio meschino compenso! Si, la Nato, quella che vi ha bombardato e ridotto a terzo mondo, proprio quella, dove fra un po’ entrerete per farne parte da vassalli. Fra non molto, li vedrete scorrazzare, coi loro autoblindo oscurati, sulle vostre strade chiedendo e ottenendo precedenza nel vostro traffico quotidiano. Con la vostra polizia e il vostro esercito ossequiosi a farli passare. Tutto nel nome della sicurezza mondiale. Del resto, già lo fanno in quella che è stata la terra dei vostri padri, il Kosovo e Metohija.

Impediteglielo!
Fatevi promotori di un fronte balcanico che si opponga e resista all’avanzata della barbarie guerrafondaia, allo strapotere della banche, alle minacce dell’arroganza politica. Non abbiate timore perche, tanto, vi ridurranno ugualmente alla fame. Non abbiate timore perché, tanto, non c’è nulla da perdere. Il gioco è truccato, il ricatto vi seppellirà.
Soli, avete ancora una speranza.
Soli, avete ancora di che mangiare, di che bere, di che offrire all’onesto viaggiatore. Fatene vostro unico tesoro. Restate liberi, nella dignità. Noi, la dignità l’abbiamo sepolta da un pezzo, con la memoria di noi stessi.

martedì 13 luglio 2010

L'Urlo del Kosovo (vedi: http://www.uniroma.tv/?id_video=16852 )

Nell’ambito dell’iniziativa “C’è un bambino che...”, ospitalità di bambini e ragazzi profughi di guerra provenienti dalla Serbia, giunta al nono anno e organizzata in collaborazione fra l’associazione “Un Ponte per...” e l’Ateneo di Tor Vergata,
siamo lieti di invitarvi alla serata di saluto di Mercoledì 14 luglio, a partire dalle ore 17,30 presso il piazzale della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Roma Tor Vergata, via Columbia 1.

Nell’occasione, alle ore 18 nell’aula Moscati (primo piano, edificio B, davanti la Presidenza) verrà proiettato in anteprima il documentario: “L’Urlo del Kosovo”
video-film sulle conseguenze subite dalla popolazione civile dopo i bombardamenti della Nato del 1999 sulla Jugoslavia e in particolare su Serbia e Kosovo.

Verrà inoltre presentato il libro omonimo di Alessandro Di Meo, edito da Exòrma.
Sarà presente l’autore.
(vedi: http://www.uniroma.tv/?id_video=16852 )

A seguire, nel piazzale della Facoltà,
musica popolare e ritmica, balli, cibi e bevande, oltre alla rakìja!
Sarà un’occasione per accostarsi in modo discreto al dramma e alla sofferenza
di una delle tante ingiustizie del nostro mondo, che cerchiamo,
anche attraverso la presenza dei ragazzi,
di raccontare con la dolcezza di sguardi pieni di futuro.
Vi aspettiamo.

venerdì 4 giugno 2010

Parola di Manolo!

COMUNICATO STAMPA
I morti sono almeno 19 e i feriti circa 160 di cui alcuni molto gravi, ci dice
Manolo Luppichini appena uscito dall’aeroporto militare di Ciampino. I morti
non li ha visti direttamente, la sua fonte è Jennie Campbell, una delle
infermiere che viaggiavano sulla Mavi Marmara, australiana, imbarcatasi insieme
al marito, tuttora sequestrato dagli israeliani.
La Campbell gli ha riferito di aver contato 19 cadaveri e di aver visto
gettare in acqua diversi corpi. In effetti tuttora risultano mancanti all’
appello venticinque persone.
Dalla nave su cui viaggiava,la Sfintoni-8000, Manolo ha assistito alla
battaglia con cui i militanti per la pace hanno tentato di resistere all’
assalto dei soldati israeliani che tentavano d’impossessarsi della nave turca.
Hanno cercato di difendere con grande coraggio la “mission” per cui avevano
affrontato il viaggio: portare aiuti al popolo di Gaza e testimoniare come la
solidarietà sia più potente del blocco imposto da Israele.
Non ci sono riusciti. Si sono battuti a mani nude o con gli arredi della nave
contro i soldati armati di pistole, taser, bombe sonore e sostenuti dalle
sventagliate di mitra sparate dagli elicotteri militari.
Anche sulla Sfintoni-8000 c’è stata tanta paura e alcuni feriti, sebbene
nessuno avesse opposto resistenza. Manolo ora si chiede che fine abbia fatto
PAUL LARUDEE, un signore californiano di oltre sessant’anni , co-fondatore del
“free Gaza movement”, colpito prima dal micidiale taser (la pistola elettrica
vietata in Italia perché produce una sorta di elettrochoc ) e poi gettatosi dal
ponte facendo “perdere tempo” agli israeliani che lo inseguivano e pagandola
molto cara, visto che quando è stato ripescato e portato al centro di
detenzione mostrava evidenti segni di pesanti percosse. Di lui non si sa dove
sia, forse è ancora sequestrato in Israele, o forse è ricoverato in qualche
ospedale.
Anche Manolo è stato picchiato, la sua colpa era di voler comunicare con la
famiglia o il consolato, ma si è trovato davanti dei soldati un po’ nervosi che
lo hanno buttato a terra e lavorato ai fianchi. Ha parecchi ematomi e una
costola contusa, quindi gli è andata bene! Poi è stato tenuto in isolamento per
dodici ore e solo battendo sulla porta mentre passavano i greci con il loro
console è riuscito ad attirare la loro attenzione affinché questi
sollecitassero il consolato italiano. Dopo l’intervento del console, le cose
sono andate meglio.
Ora che è tornato gli abbiamo chiesto cosa intende fare e lui ci ha risposto
che intanto intende riavere da Israele la strumentazione di lavoro (Manolo fa
il regista) che gli è stata arbitrariamente sottratta; quindi battersi affinché
i materiali costati fatica e vite umane arrivino agli abitanti di Gaza; poi
fare quanto possibile affinché tutti i sopravvissuti siano liberati e
accertarsi che Larudee sia vivo e che possa tornare in California.

lunedì 17 maggio 2010

Viaggi nella memoria

Continuiamo con i nostri viaggi nella memoria.
La memoria di un popolo, quello serbo, scippato delle sue tradizioni, della sua cultura, delle sue radici. Ma che resiste, fra mille tentativi di fiaccarla, questa resistenza.
Un viaggio nel Kosovo e Metohija, per me vuol dire sempre un “magone” che prende la gola. Ogni volta, come la prima volta. La tensione è forte nelle mie meravigliose accompagnatrici e interpreti. Ceca (si legge Zezza), 16 anni, Tanja, 18, Beba 13 e Jadranka 19, qualcuna per la prima volta in Kosovo, qualcuna c’è già stata lo scorso anno, qualcun’altra non può ricordarsi. Perché era bambina e fuggiva, a sua insaputa, fra braccia di genitori terrorizzati.
A Dečani, nell’incanto del monastero, dormiamo ospiti dei sempre gentili e accoglienti monaci. Padre Ilarijom fa le veci di Andrej, improvvisamente partito per Belgrado, e di Petar, che pure conosciamo bene, che è a Gračanica.
Dopo la liturgia, ci vengono offerti caffè, rakija e una gradevole cena, con buon vino rosso. Ci sono anche altre persone, che non si fermeranno a dormire. Vengono da Osojane, una vicina frazione e con una di loro, Sonja, ci scambiamo indirizzi e voglia di fare cose. Progettiamo una festa nel suo villaggio.
Prima di dormire chiedo che venga aperto il salone coi ceri della principessa Milica, moglie del leggendario principe Lazar, cavaliere serbo sconfitto nella battaglia del giugno 1389. I ceri, accesi per la prima volta nel 1924, dopo le guerre balcaniche, furono sostituiti con delle copie per opera di Aleksandar Karadjordjević e sua moglie Marija, le cui riproduzioni campeggiano nel salone. I ceri originali vengono conservati altrove, nel monastero. L’anziano padre Avakum, nome che significa amore per Dio, ci racconta volentieri la storia, benevolo e ben disposto verso quelle dolci figure che mi porto dietro. Vederli parlare, in intimità, è qualcosa che ha a che fare con la spiritualità. Io posso solo filmare questo incontro ed esserne testimone. Un anziano pope che conversa amabilmente e in piena sintonia con delle giovani ragazze del suo popolo, in un posto così sacro. E’ la storia che si fa realtà. E’ il ricordo che si tramanda.
All’alba, le ragazze ottengono un appuntamento davvero insolito. Andiamo alla fonte, scortati da un militare armato, a prendere l’acqua della Bistrica. Sarà l’acqua per il giorno, quella da bere. E’ un rito che nel monastero continuano a ripetere da sempre. L’acqua è fresca, leggermente frizzante e la berremo tutti. Dopo aver assistito alla funzione del mattino, partiamo salutando, uno per tutti, padre Silofont che si stacca per un breve momento dalla liturgia per darci ascolto. Alla mia richiesta di pagare per le stanze, mi risponde con un gentile, sorridente, secco… “Certamente no!”.
Alle otto e mezza siamo a Goraždevac, dove è in programma, per il 14 maggio, la festa popolare per il santo protettore Jeremija, la slava del villaggio. Pare che Jeremija lo protegga davvero il villaggio che, dopo i bombardamenti, è comunque rimasto abitato dai serbi. Ma, forse, Jeremija ha trovato collaborazione nella Kfor che, certo, non si aspettava di venire in Kosovo a proteggere coloro che aveva bombardato. Ma tanto è. C’è vita a Goraždevac!
Questa festa religiosa, osteggiata nel dopoguerra dal governo di Tito, è stata trasformata, nel tempo e furbescamente, in una festa legata alla liberazione dal fascismo, così da poter essere comunque festeggiata. Una sorta di compromesso storico tutto jugoslavo.
E’ quanto ci racconta un professore di chimica in pensione che, con la moglie, è venuto apposta per partecipare alla festa e col quale conversiamo in amicizia.
In questo giorno, la processione con l’icona del santo, con la bandiera serba e con il drappo della comunità esce dalla chiesa intorno alla quale farà tre giri, mentre il campanaro suonerà a festa le campane. Poi, si va a rendere omaggio alla vecchia chiesetta del cimitero, quella del XV secolo, restaurata nel 1960 quando venne rifatto il tetto, ma con ancora la struttura originale ben conservata. Il pope celebra la sua breve funzione davanti la vecchia chiesetta che viene aperta al pubblico per l’occasione.
Poi, la processione prosegue per tutto il villaggio dove, nelle case, sono pronti cibi e bevande da offrire al passaggio del corteo. Tavoli imbanditi, alcuni vegetariani nel rispetto delle usanze, altri… meno, aspettano la folla che sfila nelle strade, rendendo omaggio al santo e chiedendo grazia di protezione e buon raccolto, non disdegnando un pezzo di carne o di pesce arrostito o un bicchiere di vino o una rakija.
Le mie splendide interpreti mi aiutano nelle interviste agli anziani che raccontano le loro esperienze e i loro ricordi legati alla festa. Ne ricaviamo tanto materiale da divulgare ma, intanto, anche loro, oltre a divertirsi, scoprono… proprie radici, tradizioni, provenienze. Ecco che, allora, Ceca parla con le persone rovistando fra suoi ricordi legati ai racconti dei nonni e dei genitori. Conversa con gli anziani, che scopre quasi parenti, abitanti di villaggi nei pressi di Kijevo, villaggio di Klina, dove sono nati i nonni, dove sono nati i genitori, dove è nata anche lei. Dove oggi, però, di serbi non ne nascono più perché cacciati e impossibilitati a tornare.
Ecco che, vincendo iniziali titubanze, con Jadranka chiediamo a delle ragazze che siedono su un muretto della chiesa, cosa fanno, come vivono. E loro ci raccontano che stanno abbastanza bene, vanno a scuola ma non escono molto dal villaggio. Ma è meglio di quando sono dovute fuggire in Montenegro, con altri profughi. E’ meglio vivere a Goraždevac, libertà limitata, che come profughi altrove…
Ecco, ancora, che Tanja va in giro per il paese con la sorella Beba, guidata dal cugino Marko Bogicević, 20 anni, che nel 2003 scampò, uscendone “soltanto” ferito, all’assassinio dei due ragazzi serbi che, con lui, facevano il bagno nella Bistrica, il fiume che porta acqua nei numerosi rivoli e fiumiciattoli che attraversano il villaggio.
Proprio in uno di questi rivoli, davanti al mulino, al termine della processione, un ragazzo si immerge simbolicamente nei quattro sensi della croce, ma pure quattro punti cardinali, che riportano alle fasi della luna, del sole e della coltivazione nei campi.
Sveti Jeremija, san Geremia, continuerà a proteggere il villaggio anche per il prossimo anno. Ma ecco che, improvviso, si scatena un allegro e festoso putiferio!
Decine di ragazzi si buttano nelle basse acque scalciando e bagnando chiunque arrivi a tiro. Il liquido si fa presto fanghiglia dove vengono immersi anche malcapitati, occasionali ma comunque ben disposti visitatori. Tutto rimane nell’ambito della allegra festa, senza mai esagerare e ne farà le spese anche la nostra Jadranka che, fatalmente, verrà coinvolta. Attimi di nervosismo fra Marko e un altro ragazzo che avrebbe voluto buttare in acqua anche la nostra Ceca! Ma si sa, i ragazzi, alla fine, finiscono sempre per litigare quando ci sono di mezzo le ragazze!
Tutto torna a posto in un attimo. Jadranka si aiuterà con un paio di rakije bevute alla serba e con delle buste per calzini. Tornerà nella sua casa a Vitanovac, vicino Kraljevo, zuppa ma felice.
Ma a casa di Marko, dove un pochino Jadranka si asciugherà, incontriamo Dragan il padre di Marko, e Miško, lo zio di Tanja e Beba, cognato di Dragan.
Dopo esserci rifocillati e aver conversato, prima di andarcene Dragan ci mostra la foto appesa in camera sua del luogo dove avvenne la tragedia del 2003. Biciclette dei ragazzi a terra, il fiume e la sua luce strana, un senso di vuoto e di morte tutto intorno.
Ci racconta di quei due ragazzi, uno di 12 e l’altro di 19 anni, ammazzati a fucilate. Della vicina, grande piscina gestita, dopo i bombardamenti, da albanesi e di quando, al passaggio del funerale dei ragazzi, la musica venne alzata a tutto volume, in segno di ulteriore sfregio e disprezzo. A un gruppo di italiani che erano a Goraždevac per progetti di riconciliazione, chiesero quale riconciliazione fosse possibile davanti a tutto quell’odio. La loro risposta fu uno sguardo abbassato.
Ma questi italiani erano lì per un mondo migliore, non potevano né volevano prendere le parti di nessuno anche se, a volte, l’equidistanza rischia di fare ancora più danni. Perché non contempla la ricerca della verità. Equidistanti per un mondo migliore, dunque. Che però, adesso, fa a meno dei serbi.
Fa a meno anche di Jugoslav, 17 anni, ammazzato da albanesi nel 1998, insieme a un suo amico. Miško, il padre, ci racconta quei drammatici momenti…
“Sono ricordi pesanti da raccontare… Io glielo dicevo sempre di stare attento, di non allontanarsi troppo, di non restare mai solo, specie se lontano da casa. Erano nei campi, al lavoro. Il suo amico venne colpito da un proiettile che gli trapassò la testa mentre lui venne colpito al fianco destro. Rimase ore e ore così, senza nessuno a soccorrerlo. Io lo so, chi è stato, avrei voluto e potuto ucciderlo, so bene dove abita. La morte di un figlio, ammazzato in quel modo, ti acceca dal dolore. Ma quando ho visto la sua famiglia, i suoi piccoli figli, in quel momento non ce l’ho fatta. E se anche lo facessi oggi, sarebbe la fine per gli altri serbi del villaggio. Chi capirebbe il mio gesto?”.

Neppure la vendetta gli è rimasta, a Miško. Che deve vedere e sopportare nella sua terra, ormai non più dei monasteri, la Metohija, ma di Haradinaj, il criminale “assolto” all’Aja, al tribunale per i crimini nella Jugoslavia… pattuglie di poliziotti kosovari albanesi, in genere ex terroristi dell’Uck, aggirarsi sulle loro auto con i mitra spianati, in mezzo alla pacifica folla in festa. Percorsi della memoria che lasciano il segno!
Lo lasciano nell’animo di Ceca che, traducendo il racconto di Miško, rimane scossa, sfogo di delicato pianto ma pieno di rabbia… di Jadranka, che scopre storie della sua gente prima sconosciute, appropriandosene, finalmente e con tanta voglia di esserci ancora... di Tanja e Beba, che fanno le esperte, essendo questo il loro secondo viaggio in Kosovo, ma già pensano a feste da tenere nel “loro” villaggio, quello di Osojane.
Salutiamo e ce ne torniamo nel pulmino dove ci attende, oltre a Vinko, l’autista, anche Mijo Ratković, col quale andremo a riprendere suo figlio Josif, per la prima volta in Kosovo, che abbiamo lasciato a Belo Polje, dall’anziano zio Radomir, dove un bellissimo e curato orto ci parla il linguaggio della povera gente, onesta e dignitosa vita, vissuta di cose semplici.
Ripassiamo davanti la casa di Mijo, quella depredata e distrutta, a Belo Polje. Ma Mijo neppure si volta più a guardarla, ormai.
Nella rotonda di Peć, intanto, una gigantografia di William Walker campeggia.
Avanguardia della CIA nella destabilizzazione dell’America latina, capo missione OSCE nel ’99 in Jugoslavia (gli osservatori europei, guidati però da questo americano…), colui che diede il via libera ai bombardamenti Nato, responsabile di tanto dolore e tanta ingiustizia nel mondo, è un altro “benemerito” padre della patria kosovara albanese.
Bandiere a stelle e strisce dalle case gli rendono eterno omaggio.

p.s. Entrando nel Kosovo, dopo un po’ arriva sui nostri cellulari un messaggio…
“Welcome to Italy on TIM network!”
La telefonia mobile in Kosovo è stata tagliata ai serbi. Le schede serbe, quindi, funzionano come se si chiamasse dall’estero. Radomir, l’anziano zio di Mijo che vive nel villaggio di Belo Polje, se vuole chiamare i suoi figli in Serbia, paga come se dovesse chiamare Bill Clinton in USA. Ma a lui interessano solo i suoi figli, per sentirli meno distanti. E sentirsi, meno distante.
Invece no, testardo che è, non lo ha ancora capito che il Kosovo è uno stato indipendente e libero. Da quelli come lui, da quelli come i suoi figli, da quelli come la sua anziana, malata moglie. E se vuole pagare meno, cioè come prima, cosa per lui fondamentale vista la precaria situazione economica che vive, non gli servirà cambiare scheda e metterne una kosovara albanese. Pagherebbe allo stesso modo. Tanto.
No, dovrebbe solo andarsene. Lui e gli altri serbi dei villaggi. Per sempre. Intanto, però, pagherà e molto una telefonata alla figlia. Particolare interessante, la tariffa la paga alla TIM Italia, che gestisce le linee in roaming, credo si dica e si scriva così.
Alla faccia della protezione delle minoranze.