sabato 7 marzo 2009

Cinquanta, di me.

Cinquanta...
… il numero che, nella Smorfia, è simbolo di pane. Numero importante, dunque, ché il pane è vita...
… per gli antichi Romani rappresentava la Giustizia, in quanto perfetta metà di 100. Equidistante, fra due poli opposti. L'equidistanza... una parola che, spesso, alla Giustizia non rende merito...
… in Fisica, il quinto numero magico, a indicare “completezza”. Non so cosa significhi, ma so che una vera magia deve esserlo, completa. Ad esempio, la magia della vita...
… numero atomico dello stagno, metallo che non ossida, non corrode, conserva cibo, sembra non vivere. Mentre il numero chiamato a indicarlo, di vita ne ha già molta alle spalle...
… i centesimi di euro che fanno tornare alla mente le “mille lire”...
… gli euro per un bravo muratore rumeno che lavora anche 10 ore al giorno. Conveniente. E se dovesse morire sul lavoro, niente fiaccolate per lui...
… gli anni per nozze d'oro di coppie mai stanche di se stesse. O, forse, solo rassegnate...
… le stelle presenti nella bandiera degli Stati Uniti. Assenti tutte le altre, specie quelle distrutte dalle guerre di cui quel paese si è reso responsabile...
… i chilometri orari di velocità massima consentita in un centro urbano, per non fare danni...
… i litri di vino che entrano in una damigiana...
… i gradi alcoolici che dovrebbe avere una buona grappa, ma di quelle fatte in casa...
… i funerali che mio padre, vinto dall'alcool, vide passare davanti a se, durante le sue visioni, pochi mesi prima di morire...
… gli anni vissuti, da quando sono nato. E vorrei ricominciare.

martedì 24 febbraio 2009

Viaggiare i Balcani...

Ti innalzo a regina di questo vecchio, stanco aereo che, orgoglioso e testardo, ancora sembra farcela a volare.
Il capo chinato verso il finestrino, ad accogliere tue stanchezze e pigrizie. La tua arte, le tue idee, i tuoi progetti, in quelle aule dedicate a un nome, che mi riporta agli anni andati, ai fogli lucidi, come i miei occhi che si tuffano nel ricordo, fogli graffiati a china e lamette, per quel nome che insegnava l'arte e lasciava firme preziose su libretti al portatore.
Trent'anni indietro e avremmo fatto esami assieme. Oggi, ti guardo fisso, e di nascosto.
L'aereo non atterra la prima volta, non ce la fa, riprova una seconda. Ti fisso ancora, sempre di nascosto. Non dovesse farcela, avrei la tua immagine, almeno, ad accompagnarmi verso il buio. Ma anche io, testardo e orgoglioso come l'aereo, vorrei la luce. E una seconda volta...
Questo è stato l'inizio del viaggio. E quando di un viaggio la cosa più bella la incontri all'inizio, che ti resta da raccontare?

Sostegni a distanza... famiglie ormai profughe, non più sfollate... vacanze estive per i loro figli... richieste di lavoro, due o tre mesi... qualunque lavoro, di qualsiasi luogo... raccogliere frutta, impastare cemento, scaricare immondizia... vita pesante, fra auto nuove, costose rate, e ruote impantanate nella neve, da troppe strade usurate... questo, ti resta da raccontare!

Viaggi nei Balcani, per non dire ex, per non dire ingiustizia, per non dire disfacimento, per non dire dissoluzione, per non dire "Colpa nostra!".
Viaggi nei Balcani, per non dire nulla.
"Verrai in Italia anche quest'anno? C'è una famiglia che..."
No, no, no, no, no!!!, c'era!, un bambino che... Ma è cresciuto e ora c'è solo famiglia ad aspettare.
Sei passata di grado, ragazzina, ora comandi tu. Verrai da noi a studiare... forse si... intanto, tuo padre e tua madre invecchiano, sputano sangue e maledizioni, ma a voi sempre sorridono.
Sangue e maledizioni... il prezzo da pagare alla nostra civiltà. La vostra, forse non piaceva e la vollero distrutta. Ma, intanto, i frutti che ancora crescete, qui da noi piacciono e sono amati.
Quante storie ancora, vecchie di anni, che gridano voglia di rispetto! Vecchie per gli stolti, che ancora si ostinano a tirarle fuori, nuove per gli increduli e i distratti, che ignorano o fanno finta.
E poi malattie, tumori nelle ossa o nel sangue, sangue fatto amaro dalla guerra che bambini nati dopo neppure hanno conosciuto. Ma ne muoiono a conseguenza.
Ma così vanno le cose, con chi andarti a lamentare? Così vanno le cose e così, tutti, sembrano proprio volerle lasciare andare.




"Occhi nel vuoto, pensieri riposti in angoli nascosti, dell'anima.
Il vento non te li smuove, la neve non li raggiunge, il ghiaccio non li blocca.
Assopita, ti desti un attimo, smarrita, cerco il tuo sguardo, fonte di un sorriso, nuovo e inatteso.
Che ora è, che tempo fa, faremo ritardo...
Chi sei, che fai, perchè non me lo dici, come ti chiami?
Non lo chiedo, non ho abitudine, mai imparato a farlo. Ma tu lo vedi, riesci a vederlo, quanto è lontano il mondo? Laggiù, sotto questo cielo, dopo quelle nuvole, perde senso, senso che ritrovo nel tuo voltarti, nel tuo sorridermi, benevola, paziente, gentile, affabile, delicata.
Intenerisci il cuore, rimandi a dolcezze antiche, troppo lontane per ritrovarne calore. Lontane, troppo, perchè sappiano raccontare frenesia e follia, del passato amore.
Corro coi pensieri, come questo aereo fra nuvole bianche di soffici sogni, incontro a scintille di vita che accendono impossibili fuochi, nel freddo di questa neve che circonda.
Arriviamo, scendiamo le scalette e poi i controlli, e poi i passaporti, e poi le valigie, e poi mi volto... e sei già solo un altro ricordo."


Occhi di spugna (tratto da: Era solo per dieci giorni)

Vorrei gridare forte, così forte da far cessare questa musica, insolente e maleducata, di questo locale. Guardo vostre gioventù, in un venerdì sera qualunque, correre forte incontro al futuro, occhi spalancati a voglie di scordare, a voglie di oblìo, a voglie di america.
Dove andrete, ragazzi, capaci solo di prese d'atto e mai di scelte, senza memoria di quel che ci è successo? Davvero volete lasciarci soli nella nostra disfatta, davvero non la ritenete anche vostra, ignorando, disprezzando il nostro grido di dolore?
Negli occhi degli anziani trovo sbagli, errori di un tempo andato, rimorso del non poter tornare indietro, come pure speranza delusa, disattesa, violentata.
Nei vostri, ancora per poco giovani, trovo però illusione, feroce voglia di non pensare, assenza del voler capire.
Occhi di vetro, tutto confondono, tutto falsano, per piccolo e breve tornaconto... effimero e giornaliero godimento.
Occhi di spugna, tutto assorbono, non c'è vero non c'è falso, nè giusto nè sbagliato. Tutto e subito, è il loro motto... non si fermano su immagini che vorrebbero più tempo e passione. Hanno voglia di america, questi occhi giovani, non sanno o non ricordano, perchè nulla sembrano conoscere.
Hanno voglia di dimenticare quel poco di vissuto. Tutto e subito, facilità di felicità.
Colpiscono esuberanti, l'animo di chi avvisa, sordi ad ogni suono, che non parli d'america, d'orizzonti facili da poter toccare. Illusione li guida, certezza di linea semplice.
Parlano linguaggi accattivanti, che tutto semplificano, che tutto riducono. Non provano ad accogliere passato, fra le braccia del loro avvenire... non provano a raccogliere strade disfatte da ruote di carri antichi per farne nuovi percorsi che non distruggano memorie... non danno giudizi, questi occhi di spugna, Stanno al centro, nel mezzo di distanze fra due punti lontani. Le cose accadono, ne prendono atto. Stanno a distanza, una birra, del fumo, attenti a non spostarsi troppo, stanno giocando e giocheranno ancora, finchè il tempo sarà con loro, in un perfetto equilibrio che non fa sbagliare mai!
Ascoltano musica che viene da lontano e confondono spugna e conoscenza.
Voglia di futuro... la stessa di certi antichi padri, li guiderà lontano, chissà dove, recidendone radici. E la linfa della nostra storia si disperderà su terre sconosciute.
Ascolto il lamento che viene da occhi stanchi, passati sguardi delusi dal presente. Occhi per voi ormai privi di interesse, è solo luce spenta, fissi sul nulla che li aspetta.
Ma non riesco ad affascinarmi ai vostri, non ce la faccio a rassegnarmi, non posso abituarmi... a una voglia di futuro che sta tutta in un facile orizzonte.
Occhi di spugna, giocate pure con la realtà, finchè avrete cose da assorbire, finchè ne avrete apparente possibilità. Poi, tutto verrà respinto e allora sarà il vostro, di nulla, ad accogliervi a dimora.
E' difficile, la resistenza. Troppo facile, la vostra non violenza, che tutto accetta e poco sceglie, perchè crede inutile la scelta. Forse, è solo conveniente.
Mio padre e mia madre giacciono inermi, malati e sconfitti, in angusti spazi di ex hotel... Avevano dignità e decoro, li hanno umiliati. Che ne saprete mai, avvolti dal vostro fumo e dalle vostre risa, quanto dolore costa la vostra voglia di gioventù?

giovedì 12 febbraio 2009

Možda, ja zatvorim vrata!

Questo blog dovrebbe chiudere.
Ancora mi illudo di poter rappresentare una piccola ma viva, voce dissonante. E' davvero tutto inutile.
Ho iniziato a scrivere un libro, forse, pure, lo porterò a termine, chissà... storia di guerra, storia di donna partita per dieci giorni, rimasta poi ferma con la propria vita per dieci anni.
Ma a chi la racconto?
Tutti siamo presi dal nostro quotidiano, relegando al tempo libero le nostre frustrazioni vissute e non ci sarebbe proprio bisogno di nicchie. Un risultato ottenuto, ad esempio nel campo di una corretta informazione, sarà frutto di anni di lavoro. Ma, nel frattempo, altri avranno deciso e reciso... la verità, col loro gioco sporco di finzioni a pagamento sui quelli che ancora si ostinano a spacciarci per "mezzi di informazione"!
La chiusura andrebbe dedicata ai vari sgarbi, sposini, vespe, fedi, bonoli, gilletti, liguori, mentane, ma pure ai vari gramazi, binetti, veltroni, berluski, capezzoni, dalemi, gasparri, lerusse, fini, schifani e rattzinghi... e chissà quanti altri ancora! E' un delirio...
Si, questo blog dovrebbe chiudere ma poi, forse, dispiacerebbe e allora... mettiamola così.
Mi dispiacerebbe per alcuni, come Giuseppe Torre, che questo blog nemmeno lo segue perchè non ha internet, ma ha il diritto ad essere chiamato "Uomo", inteso come essere umano pulsante, sofferente, trasmettente, esultante, emozionante, vacillante, intrigante, semplicemente esistente!
E mi dispiacerebbe per altri, quei pochi che il blog lo seguono e che trovano pure il modo di dirmelo, in modo semplice, senza "sforzarsi di fare o non fare qualcosa ma lasciando le cose accadere così come vengono..."
E infine, ma si!, mi dispiacerebbe per i semplici di meo come me, inutili, forse solo apparentemente, chissà... a questo mondo.
Illusi di poter combinare qualcosa, in preda a continue instabilità, crisi, dubbi, ripensamenti, schizofrenie, alla fine inefficaci e rassegnati, perchè il mondo non lo avranno mai capito così a fondo da poterlo affrontare di petto. E, finalmente, cambiare.

mercoledì 11 febbraio 2009

Getto la spugna.

E' tutto inutile.
Anche il tuo grido di dolore, è ormai inutile.
Accordi segreti fra governi rendono vano il tuo desiderio di giustizia.
Al mondo, la povera gente è sempre in balia degli eventi.
Fanno le guerre, ammalano di cancro e leucemie bambini e genitori, ma tutto viene nascosto, occultato, colpevolmente affossato. Provi a denunciare ma vieni inesorabilmente azzittito e ignorato. Passi per il fesso di turno...
A cialtroni e guitti mestieranti d'accatto, prezzolati saltimbanchi di televisi quotidiani talk show, si fa dire di tutto. E quando arriva il tuo momento, momento da altri deciso, da altrui convenienze e opportunismi deciso, lo sai che è troppo tardi. Diventi patetico, lo sai che è così, ma la tua testarda buona fede, effimera e sconfitta e derisibile buona fede, ti fa andare avanti.
Ma è tardi, è inutile, si sono già accordati, pensa... anche sulla tragedia.
E alla povera gente supina, sconfitta, inutile, derisa, avvilita, sbeffeggiata, rassegnata, ignorata, per sempre umiliata e perduta, emarginata e divisa, non resta che ciò che le appare conveniente, meschina nella sua solitudine, senza sapere che sarà complice di una doppia sconfitta, di una ulteriore morte assurda. La propria. Che sarà definitiva.

lunedì 2 febbraio 2009

Trent'anni fa...

Ci sono stato, stasera.
Sono passato ancora là sotto, sotto quella finestra d'ospedale dalla quale ci salutavi,
dopo le visite quotidiane,
ogni pomeriggio.
Trent'anni fa, te ne andavi.
Mi guardo intorno e penso che avresti potuto ancora essere qui, a viverti le sorprese della vita, ancora tua, ancora mia.
La rabbia di quel giorno non si è per niente attenuata.
E' ancora qui con me,
in quell'angolo del cuore dove il dolore si annida.
Ma qui con me, stasera, stanotte...
c'è anche quel tuo sguardo, dolce, malinconico, stanco...
che accompagnava una carezza, mentre la vita ti scivolava via.
Trent'anni fa.

martedì 20 gennaio 2009

Capodanno 2009 a Kraljevo, Serbia...

… e alla fine, invece, Jèlena alla festa c’è venuta.
Stava bene, come sempre. Schiva, discreta, gentile e riservata, lo sguardo a seguire la figlia Dragana. Sono venute con Sonja e Milijana, mamma e figlia di altra storia. Anche Sonja ha perduto suo marito in Kosovo, prima della guerra, e un fratello, rimasto a proteggere la sua fuga, a mettersi in salvo con le due figlie piccole, è stato fatto sparire nel nulla. La sorte toccata a tanti serbi del Kosovo, nell’indifferenza generale. Ma questa è un’occasione speciale e ci abbracciamo, lasciando stare tutto per un attimo, per una sera. Sarà bello stare così, tutti insieme, per l’ultimo dell’anno.
C’era tanta gente, nella sala presa in affitto. Cento persone, fra ragazzi e adulti. Ogni volto, una storia. Come sempre succede, ma questa volta è successo un po’ di più. Ogni volto una storia. Sono ormai dieci anni, per qualcuno di loro anche di più… Il Kosovo, la guerra, la fuga, figli piccoli da crescere, e chissà come, e chissà dove, e chissà quando, ritorneremo. Mai più.
E i figli son cresciuti e altri ne sono arrivati. I più grandi, dopo il brindisi della mezzanotte, se ne vanno insieme a piedi a fare un giro in città. Ci sarà un concerto, dicono…
Papà lo sa, non preoccuparti, verrà a prenderci in piazza!” -
Va bene, allora… ciao, srećna nova godina! Felice anno nuovo!” - “Ciao! Srećna nova!”.
Aspettiamo le trombe, i trubaći, per archiviare il vecchio anno e dare il benvenuto al nuovo. Ma non si vede nessuno, forse l’orchestra è stata fermata dal freddo, dal gelo, o, forse, da più facili guadagni. E’ la notte giusta per guadagnare di più e se possono, non rischiano. Così niente trombe. Ma non ci perdiamo di animo. Il nostro Dj è pronto, si è riavuto dalla forte influenza proprio stamattina, dopo tre giorni di febbre alta. E’ Marko, col suo computer e la sua musica, a dettare i tempi della danza. Ranka, la mamma di Danjela e Ivana, ma anche di Tomi e Marija, balla il kolo e tiene le fila dove, a turno, si inseriscono gli altri. Avanti e indietro, destra sinistra, op-là! tre passi là, tre passi qua, oh, ma che è successo?… Niente, niente, è il Dj che ogni tanto interrompe i ritmi per soddisfare particolari richieste, subito si riparte. Eh, questo Dj Marko, distratto dalle ragazze! Ma del resto sono tante, sono belle, col trucco della serata speciale poi, sanno essere irresistibili. E lui lo sa, di stare in un posto strategico e così non si cura delle proteste dei ballerini e cambia musica, a richiesta. Non è artista della vita per niente, il nostro Dj! Serviamo a tavola piatti con salumi, formaggi, verdura, agnello, porchetta. E pane caldo. C’è tanta roba da mangiare, forse troppa. Io stappo bottiglie di vino rosso del Montenegro, ma non si beve molto, la polizia da queste parti è severa con chi guida dopo aver bevuto troppo. C’è da giurarci che ne aspetteranno molti, là fuori, gli agenti in servizio proprio in questo ultimo dell’anno. Un po’ per far rispettare la legge, un po’ per vendetta, dovuta alla frustrazione di doverci stare lì, nonostante i festeggiamenti… Ci sono tanti dolci preparati dalle famiglie ospiti, non manca il nostro panettone e lo spumante, tassativamente italiano. Tutte famiglie conosciute in questi dieci anni, alcune attraverso il sostegno a distanza, alcune tramite i figli ospitati in Italia d’estate, altre ancora neppure ricordo dove e come. Privilegiati fra i dimenticati. Ma un po’ di privilegio, ogni tanto, fa bene a tutti. Così, il giorno dopo, a casa Dubić, dove vive Sanja, con la mamma Svetlana e la sorella più piccola Tanja, proprio Dragomir Dubić, il papà di Sanja, esclama forte…
Erano più di dieci anni che non andavo al ristorante! Quando ho detto ai vicini che sarei andato al “Sunce”, sono rimasti tutti a bocca aperta!”. Ci ridiamo sopra, allegramente. Siamo nella sua nuova casa, finalmente finita. Dopo dieci anni di ex stalla, ora finalmente una casa. I ragazzi giocano coi palloncini colorati della festa, qualche palloncino finisce sulla stufa accesa e scoppia. Sono i nostri botti di capodanno, fanno allegria lo stesso, insieme ai nostri ragazzi sorridenti e a quel nostro stare lì, semplicemente, in amicizia. Salute, Dragomir, živelj! Una bella rakija, adesso, ci sta proprio bene. Tanto, non c’è da guidare anche se, a pensarci bene, qualcuno dovrà farlo… io! Ma sono più di dieci anni che Dragomir non andava al ristorante. C’è proprio da riderci sopra, allegramente...


La casa di Saša

Io lo so, dove abita Saša Božanić.
Lo accompagno spesso a casa, quando vado a Kraljevo, in Serbia. A volte entro, altre aspetto fuori che qualcuno venga ad aprire. E’ una casa isolata ma non troppo distante dalle altre. Ogni volta che lo accompagno resto incantato da quel viale alberato che ti porta fin davanti al suo cancello di ingresso al giardino. Il giardino, molto curato, circonda tutta la casa. Pieno come è di aiuole e fiori, riflette i colori delle stagioni che si alternano. Ci sono delle alte siepi a formare un lungo e sempre vivo recinto. Quando è primavera, fra le siepi nascono delle rose selvatiche, dal colore rosso vivo. Il portico davanti al portone di casa guarda il sole e dal sole ripara d’estate, quando Saša intrattiene i suoi amici, magari per festeggiare qualcosa o qualcuno. Perché ha molti amici Saša e tutti, quando lo incontrano, lo salutano, anche da lontano…
Doberdan, Saša! Kako si?” – “Buongiorno, Saša! Come stai?”…
Un grande salone ti accoglie, entrando in casa. Puoi sprofondare in uno dei grandi e comodi divani e prendere il caffè, guardando la televisione. Ce ne è una grande, così come c’è lo stereo per la musica e tutto ciò che può servire in un grande e accogliente salone. Anche la cucina è grande e con la sua potente stufa riscalda tutta casa, sempre pronta a sfornare cibi caldi per gli ospiti che sempre arrivano. Pita, svadbarski kupus, sarma, carne affumicata, formaggi vari e kaimak, per chi è più tenero di gusti. E rakija a volontà, che Todor, il papà di Saša, è sempre pronto ad offrire per brindare insieme a te. Ci sono due bagni abbastanza grandi, uno con la doccia e uno con la vasca, e quattro grandi stanze da letto, una per Saša, una per i suoi genitori, una per la sorella Jèlena e una per Slađana, la sorella più grande. Ora una stanza è vuota perché Slađana è andata ad abitare da un’altra parte insieme alla piccola Anđela, piccola e splendida Anđela, nipote di Saša. Ma quando tornano a trovarli, la stanza è sempre lì che le aspetta, pronta, come non fossero mai andate via. C’è anche una mansarda che, per ora, è usata come soffitta…
Un giorno la sistemerò e quando verrai a trovarmi con la tua famiglia sarà la tua casa!”, mi dice Saša. Io ci credo….
Milojka e Todor, i genitori di Saša, sono anziani ma ancora forti e gagliardi e fanno sempre molte cose insieme a lui, dai lavori nel grande orto che sta dietro casa a quelli di manutenzione degli interni o del giardino. Fra non molto, dice Saša che prenderà moglie. Forse è ancora presto, ma le ragazze non gli mancheranno, a lui vogliono sempre molto bene. Perché Saša è un tipo gentile e delicato, e queste cose le ragazze le apprezzano. Dice Saša che quando prenderà moglie darà una gran festa e sarò il suo ospite d’onore. Io ci credo…
Io lo so, dove abita Saša Božanić.
La guerra lo ha reso profugo, con tutta la sua numerosa famiglia. Viene dal Kosovo, Saša, costretto a scappare dalla sua terra, dalla sua casa, dalla sua vita a soli cinque anni, perché i signori della guerra, i terroristi albanesi dell'Uck ma pure quelli della Nato quindi, pure quelli italiani, non ne volevano sapere di lui e della sua gente. E li avrebbero ammazzati o fatti ammazzare tutti, compreso Saša. Qualcuno, fra i suoi cari, è stato sequestrato e fatto sparire, che forse è anche peggio. Lazar, giovane marito della sorella di Saša, Slađana e papà della piccola Anđela, è stato fatto sparire nell’ottobre del 1998 con altri 14 uomini del suo villaggio, nei pressi di Orahovac. Cinque mesi prima dei bombardamenti iniziati in quel 24 marzo 1999, quando si andava preparando la guerra nei minimi dettagli, dettagli fatti di propaganda, da distribuire a piene mani nei nostri telegiornali e nei vuoti salotti della politica ammaestrata e addomesticata, e di menzogne, che nascondevano queste sparizioni, queste violenze, queste uccisioni che erano da tempo condotte in modo indiscriminato contro i serbi del Kosovo e Metohija.
Sono passati dieci anni, ormai.
A volte capita di parlare con Saša di quello che è la guerra, ma lui spesso fa una smorfia e scuote le spalle, quasi a volersi scrollare di dosso storie di ingiustizia e brutti discorsi.
Io lo accompagno spesso a casa, quando vado a Kraljevo. Solo che… solo che... non nella casa che ho descritto. Perché non abita lì, Saša. No, vi ho mentito.
Io lo so dove sta la sua casa, ma non vi dirò niente a riguardo. Perché ogni volta che lo vado a trovare io ne vedo un’altra, di casa, bella come ve l’ho descritta, e so che un giorno Saša ci andrà a stare davvero, con tutta la sua vita, certo molto migliore di quella che ho inventato e raccontato. E quando saluterà con quel suo solito, triste abbraccio finale, perché sarà arrivato il momento di lasciarci, i suoi occhi non si veleranno più di rassegnata malinconia.
Io ci credo…

Primo dell'anno...
E’ il primo dell’anno, tutti dormono un po’ di più.
C’è freddo e gelo, il caldo in casa è come una bella donna che ti vuole accanto. Ma i motori non vanno, il gelo li blocca, l’acqua nei radiatori ghiaccia e spacca, tubi e valvole. A Zmajevac, pochi chilometri da Kraljevo, un uomo smonta motori di trattori nel freddo della sua officina. A mani nude, con le maniche della tuta tirate su, svita bulloni, allenta supporti, ascolta pistoni, svuota serbatoi. E’ il primo dell’anno, ma lui è lì. Lo aspetta, il nuovo anno, così. Lo accoglie, il nuovo anno, così. Lo scorda, il vecchio anno, sempre così. Aggiusta una mia idiozia, acqua normale nel radiatore al posto dell’antigelo. Come se Zmajevac fosse località di mare, ai Tropici. Non mi deride, aggiusta in silenzio e parla coi suoi simili. E quando gli dicono che ne ho aiutato qualcuno, fra quei suoi simili, alla fine del lavoro non vuole niente. Provo a dargli mille dinari ma non li accetta…
Tu hai aiutato tanti di noi, posso fare qualcosa anche io per te!”, mi dice. E’ il primo dell’anno e quest’uomo, nel gelo di Zmajevac, ha lavorato gratis, per me. Aggiustando, in silenzio, con rispetto ed educazione, una mia idiozia.


Ritorni
Giusto il tempo di una frontiera, fra scarichi di auto male assortite in file disordinate.
Emigranti al ritorno, Svizzera, Austria, Italia, Germania o Francia. Stanno bene, questi emigranti, le loro auto sono migliori della mia. Ore e ore in fila, per un controllo che non ci sarà, per frontiere inutili e assurde, ormai, fino all’esausto rientro. E di nuovo, la realtà cambia sotto i tuoi occhi e non puoi farci niente. Cambiamenti fatti di bombe, altre bombe, morti, altri morti, infamie, altre infamie. Nessuno sembra preoccuparsene. Tutto va avanti allo stesso modo, stessi orari, stessi cartellini da timbrare, stesse parole. Ogni mattina, ogni giorno, tutto allo stesso modo. Qualche immagine alla televisione ti dice che altrove si sta formando gente come quella che hai conosciuto in questi anni, profughi di guerra, ognuno coi propri morti ammazzati, le proprie grida di dolore, nell’ingiustizia planetaria. Nemmeno noi ci siamo preoccupati, nel nostro capodanno passato insieme, noi e le vittime di altre bombe, di altre guerre, di altre infamie. Neppure una notizia è giunta fra noi, dalla Palestina. E se è arrivata, nessuno ha voluto parlarne. Le vittime sembrano non conoscersi fra loro. Chiuse ognuna nella propria realtà, ignorano le altrui disgrazie. Ma, forse, non si può correre dietro a tutte le infamie del mondo. Basta quella subita, a indurirci il cuore.


Incroci di lana
E’ freddo, in questo angolo di strada, all’incrocio di un semaforo, in questo angolo di mondo. Espongo per bene, distendendole su di un cartone sopra la terra, le mie scarpette di lana colorata finite ieri, davanti a una tiepida stufa di una fredda cucina. Lana usata e riusata, filata e sfilata chissà quante volte. Ma sono venute bene e la lana, anche se usata, è ancora forte. Così, provo a venderle lo stesso, in questo angolo di mondo, in questi incroci di ferri da lana e di strade. Arriva uno straniero, forse le compra, lo riconosco, lo ha fatto altre volte. Duecento dìnari son pochi per lui e per tanti al mondo. Non per me. Ma con lui, stavolta c’è una di noi, una di questo angolo di mondo, di questi incroci di strade. Riconosce la lana, riconosce il lavoro, gli fa cenno che no, non deve comprarle. Se ne vanno, comprano altre scarpette da altre donne. Sono migliori, lo so, ma io ho solo queste… Così, me ne resto qui, al freddo di questo angolo di strada, all’incrocio di un semaforo, in questo angolo di mondo. Senza quei duecento dìnari e senza neppure i centocinquanta, prezzo ribassato ma rifiutato, qualche euro appena. Dovrò provare a vendere queste scarpette di lana a meno, oppure aspettare. Domani sarò qui ancora, con le stesse cose, lo stesso cartone, la stessa terra, gli stessi incroci, lo stesso freddo. Speriamo lo straniero ripassi. Ma da solo. Chè la mia gente, mi è diventata nemica.


Šumarice
(Kragujevac, Ottobre 1941...)
Silenzio,
neve e solitudine della memoria,
a Šumarice. E freddo…
Freddo e gelo,
sui volti scolpiti nella pietra,
esposti al vento,
che li accarezza,
raccogliendone il soffio leggero,
di voce lontana.
Che lo stesso vento
trasforma in grido,
straziante,
di eterno dolore.


Saluti
E’ sera.
Domattina presto dobbiamo partire.
Accompagno Ceca a casa, Maddalena la saluta.
Piange già da un quarto d’ora, solo all’idea di doverlo fare.
E’ un saluto silenzioso, fra figli e figli.
Un arrivederci che lascia lacrime sul viso.
Succede, quando dentro ti resta il vuoto.
Ma quando ti resta il vuoto, solo allora…
è davvero Amore.

giovedì 15 gennaio 2009

Al signor D'Alema...

Che D'Alema, con la Palestina, si stia dando una tinteggiata veloce, una "romanella", come dicono a Roma, può anche far piacere. In fondo, che gli costa? Tutti a dire bene di Israele, hai visto mai che così facendo riprende quota a sinistra grazie a questa ennesima tragedia? Ma vedere come si ostini a non fare un passo indietro sullo scempio del Kosovo e di quel che restava dell'allora Jugoslavia, è insopportabile. "Ci sono state migliaia di vittime anche kosovare, nel 99 e i bombardamenti servirono a fermare una strage" dice imperterrito D'Alema. Chissà a quali stragi si riferisce, forse a quella di Racak, fasulla fin dall'inizio. O a quella di tanti serbi fatti sparire nel nulla già nel 98, un anno prima delle bombe Nato, dalle milizie Uck. Anzi, non nel nulla... molti finirono a Lapusnik, come carne da macello per espianti di organi per finanziare la mafia e la guerriglia albanese. O a quella successiva, dovuta all'uranio impoverito usato in quei bombardamenti tanto utili che ha provocato, e ancora provoca, malattie terribili del sangue e tumori vari. Dimentica, il nostro, che il Kosovo era (è) Serbia e, quindi, era Jugoslavia. E gli albanesi, sotto la spinta USA, mai dimenticarlo!... volevano separarsi da uno stato sovrano. Che c'entra la Palestina? Quando si parla con le donne profughe di quella guerra, vedove col loro dolore mai attenuato, con le loro speranze violentate, verrebbe voglia di portarcelo, il signor D'Alema, a raccontare che si, quelle bombe servivano. Forse, servivano soltanto perchè a fare i conti con gli USA, all'epoca, c'era lui. E no, signor D'Alema, così è troppo facile, stavolta non possiamo berla. Anche nel 2003 sfilaste contro l'aggressione finale all'Iraq, ricorda? Eravamo 3 milioni di persone ma poi si è visto come è andata. Basta, anche con queste "romanelle".