sabato 6 febbraio 2010

Vulcano Mitrovica

Un senso di impotenza e scoramento ci assale ad ascoltare le parole di padre Andrej, monaco del monastero di Dečani, uno dei simboli del Kosovo e Metohija che rischia di essere lasciato al proprio destino dalla forte diminuzione del contingente italiano, chiamato al sacrificio afghano dai vertici Nato e Usa. La sua preoccupazione è pari alla tenacia con la quale il monastero verrà difeso, ci dice, fin quando esisterà anche un solo serbo nella terra di Lazar e Miloš.
La partita si giocherà, a detta anche del capo del contingente italiano in Kosovo, colonnello Grasso, il prossimo 25 aprile, quando ci sarà l’intronizzazione del nuovo patriarca Irenej nel patriarcato di Peć, a pochi chilometri da Dečani. Quello sarà il momento in cui il Kosovo “indipendente”, il Kosovo governato da ex criminali di guerra ora in giacca e cravatta, questi si!, ritenuti affidabili dal mondo politico occidentale, dovrà dimostrare di essere anche “tollerante e democratico”. Ci riuscirà, siamo pronti a scommetterci, ma bisognerà vedere cosa accadrà quando i riflettori saranno spenti e le delegazioni internazionali andate via.
Le parole del colonnello sono improntate a una certa tranquillità, forte anche dell’arrivo, ci dice, di altri contingenti fra i quali quello turco.
Nessuno sembra rendersi conto del peso che certe decisioni hanno sullo stato d’animo delle minoranze serbe. Che siano anche i turchi a garantire pace e sicurezza in un territorio che è stato proprio dai turchi dominato per secoli e secoli, costringendo il popolo serbo a sacrifici immani ancora nelle memoria di intere generazioni appare, francamente, come l’ennesimo affronto ai serbi, che già hanno dovuto subire, negli anni più recenti, oltre alla guerra, lo schiaffo di vedere la propria incolumità affidata al contingente tedesco, che solo nella II guerra mondiale, in divisa SS, ha provocato eccidi inenarrabili. E nel marzo del 2004, quando un pogrom antiserbo fu scatenato dagli albanesi sotto gli occhi “distratti” della Kfor anche tedesca, questa diffidenza serba ha trovato, fatalmente, conferma!
Ma il vero termometro della situazione è Kosovska Mitrovica nord, dove l’acqua e la corrente elettrica continuano a venire razionate per i continui boicottaggi degli albanese a sud, che gestiscono il flusso.
“Qui siamo tutti armati!”, ci dicono nostri amici di Mitrovica nord. Armati, in attesa che il vulcano esploda. Perché la volontà della missione Eulex di realizzare ad ogni costo il famigerato piano Arthisaari, non sarà mai accettato dai serbi che non vogliono staccarsi definitivamente da Belgrado. Perché se questo dovesse mai accadere, anche per i serbi rimasti nei ghetti di tanti sperduti e dimenticati villaggi, sarà la fine. E con loro, sarà la fine per i monasteri ortodossi, molti dei quali patrimonio dell’Unesco, come Dečani, Gračanica, Patriarcato di Peć e altri ancora… Forse non verranno distrutti, ma è già partito il revisionismo che li trasformerà in pietre fondanti, e improbabili, di culture non ortodosse, prime fra tutte, quella albanese musulmana. Soprammobili per un business turistico gestito dalla mafia locale e dalla letale equidistanza di tante ong dal gippone facile!
Intanto, contraddizioni emergono ma non sembrano turbare politiche estere ne scelte che la comunità internazionale continua a proporre a danno dei serbi. A Kosovska Mitrovica nord, a pochi metri dal ponte sull’Ibar che, come il ponte sulla Drina di Ivo Andrić, è divenuto testimone della storia fra i due popoli, negozi gestiti da albanesi con tanto di bandiere Usa e Uck e vecchi manifesti elettorali inneggianti agli “ex criminali” Haradinaj e Tachi, in un via vai di auto senza targa, con targa albanese, con targa serba, vedono tanti serbi fare spesa perché tutto costa meno. E si può pagare in dinari. Ancora a Mitrovica nord, il cimitero turco è intatto e libera è la visita ai defunti… a Mitrovica sud, il cimitero ortodosso è distrutto e per visitarlo si rischia la propria incolumità anche se scortati dalla nuova polizia kosovara, formata da ex militanti dell’Uck. Sempre a nord, un villaggio albanese vive in assoluta tranquillità e libertà di movimento proprio vicino al monastero ortodosso di Sokolica dove le monache non si oppongono certo alla visita di donne albanesi che chiedono grazia di fertilità. Percorrendo la strada che da Vranje, uno dei luoghi più bombardati dalla Nato, ti porta in Kosovo, poco prima delle nuove frontiere imposte dall’Eulex, un villaggio albanese mostra il profilo di minareti musulmani intatti, senza contingenti Kfor a protezione. Siamo in Serbia! Ma a Gračanica, i militari Kfor vigilano giorno e notte, coi loro mitra spianati, sul monastero e sulla comunità serba ghettizzata. Siamo in Kosovo!
Tutto questo mentre a Belgrado molti albanesi del Kosovo portano i propri figli a curare gravi malattie, gentile regalo delle bombe all’uranio impoverito, che non hanno fatto distinzioni. Letale equidistanza…
La sensazione che ancora una volta volontà e scelte politiche tutte occidentali stiano giocando sulla pelle della povera gente è forte. Così come la sensazione che il vulcano esploderà a breve. Per questo c’è bisogno della mobilitazione del mondo culturale e associazionistico non colluso con queste scelte, per questo è stato lanciato l’appello da Un Ponte per… per la protezione delle minoranze serbe e dei monasteri ortodossi(vedi: http://www.unponteper.it/sostienici/petizione.php )
Non è da sottovalutare il pericolo che si sta correndo in quella terra.
Il continuo ricatto a cui è sottoposto il governo serbo, al quale ora si richiede addirittura di entrare nella Nato, e sarebbe l’ennesima provocazione per il popolo serbo del quale molti stigmatizzano il senso di persecuzione atavico ma che, a leggere la storia moderna e non, sembra davvero inevitabile… questo continuo ricatto non tiene conto dell’orgoglio di un popolo da sempre avanguardia dell’Europa ma dall’Europa sempre trattato come merce di scambio sul mercato dell’opportunismo occidentale.
Nel frattempo, le 15 famiglie serbe rimaste a Belo Polije, simboleggiate dall’anziano Radomir che ci offre rakija col sorriso sule labbra, nonostante il tumore che lo affligge e nonostante l’anziana moglie malata di Parkinson, non hanno nemmeno legna a sufficienza per scaldarsi nel rigido inverno balcanico. Ma a chi interessa il loro piccolo, lontano destino quotidiano?

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