Chiederanno ai serbi, in maniera sempre più pressante, di sacrificare la loro terra, il Kosovo e la Metohija, per far entrare la Serbia nell'Unione Europea... e poi, gli chiederannno sacrifici sempre più alti, per farcela restare. Tito aveva intuito che la terza via, quella dei non alllineati, era possibile. Oggi, sarebbe ancora l'unica possibilità per togliersi il cappio al collo messo a tanti paesi sovrani, fra i quali il nostro.
In questo quadro, parlare dei dimenticati del Kosovo e della Metohija, a 13 anni dai bombardamenti della Nato, a 4 anni dall' autoproclamazione del "Kosovo indipendente", riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato ma non dalla maggior parte dei paesi che stanno nelle Nazioni Unite, è difficile.
Orecchie sensibili ce ne sono sempre meno, che non siano di mercanti... occhi onesti che non abbiano come secondo fine quello di speculare sulla tragedia di questo popolo, pure... parole libere, non condizionate dalla ricerca del consenso a tutti costi, diventano utopia.
Allora, ecco il mio video, il primo di cui sono totalmente "responsabile" (dalle riprese al montaggio, dai testi alla scelta delle musiche, fino al titolo...). Tranquilli, sarà il primo di una serie. Perchè fino a che avrò forza e voce, racconterò quello che le mie orecchie ascoltano, che i miei occhi vedono, che le mie parole hanno il dovere di testimoniare... l'ingiustizia perpetrata ai danni dei serbi del Kosovo e della Metohija.
http://www.youtube.com/watch?v=fAeR9cW5olw
http://www.youtube.com/watch?v=UhcnbuU581g&feature=related
buona visione.
sabato 18 febbraio 2012
martedì 15 novembre 2011
Quando si dice, la fortuna!
Bene, Berlusconi se n’è andato e siamo tutti contenti. Ma sarà vero?
Sarà vero che se n’è proprio andato? E sarà vero che siamo tutti contenti?
Il popolo in piazza ha festeggiato, lasciandosi andare a quel senso di liberazione che l’ha pervaso alla notizia del dimissionario premier.
C’è chi non ha avuto proprio nulla da festeggiare. A parte i suoi fedelissimi, non hanno avuto nulla da festeggiare coloro i quali non arrivano alla fine del mese perché, come recita uno slogan efficace, alla fine dello stipendio manca sempre troppo mese!
Non hanno avuto modo di festeggiare i precari, gli studenti, i lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, gli ospedalieri, gli sfruttati del privato, i pensionati… perché non una parola di speranza per il loro futuro o per un anche minimo cambiamento nella loro vita è giunta da chi è stato chiamato a sostituire Berlusconi.
Siamo contenti, è vero, non possiamo negarlo. Berlusconi è andato… e fra gli scontenti ci sono i fascisti o post fascisti, che sempre fascisti sono. Cartelli appesi sulle grate dell’università di Roma Tor Vergata che la vigilanza, in altri casi sempre molto attenta, si guarda bene dal rimuovere… Comandi dall’alto, affinità di pensiero o paura di pestaggi e ritorsioni da parte dei fascisti del nuovo millennio?
Del resto qui a Tor Vergata Casapound è di casa.
Cartelli appesi contro questa “offesa alla nazione”, che si è vista imporre un governo dalle banche del grande potere economico. Un potere che, però, proprio loro, i fascisti, storicamente hanno sempre spalleggiato e difeso. Scarsa memoria, opportunismo o riconoscenza verso Berlusconi, uno dei maggiori artefici del loro sdoganamento?
Ma anche a sinistra, la sinistra vera, in molti non sanno di cosa essere contenti. Il governo Monti, imposto dalla Banche e dal mondo della Finanza dell’Unione Europea, non promette nulla di buono.
Lacrime e sangue che, al solito, dovremo versare noi comuni lavoratori, in quanto nessuno oserà toccare i privilegi della casta. Dall’evasione fiscale, alle milionarie proprietà.
Questa sensazione di paese a sovranità limitata è molto più reale di quanto si possa credere. Tanto che andare alle elezioni, occasione per toglierci di mezzo tanti parlamentari analfabeti o eletti per servigi tutt’altro che nobili, è stata ritenuta una perdita di tempo. Una cosa inutile.
E, in effetti… da quanto tempo le elezioni non sono più utili?
Chi si scandalizza oggi nel vedere ridotto il nostro paese a servo di interessi superiori che vengono da oltre la Alpi e da oltre i nostri mari, dovrebbe rifletterci, sempre che sia in buona fede e porsi la domanda: da quanto tempo questa è, di fatto, la realtà?
Io dico che dovremmo gioire, invece e tanto!
Fare cortei, caroselli festosi, iniziative nelle strade.
Ma non con la motivazione di quelli scesi in piazza a Montecitorio, che si sentono liberati più da un feticcio insopportabile e ingombrante, odioso nella sua protervia quanto ridicolo nella sua goffaggine e che non sospettano neppure da cosa si dovranno liberare domani e dopodomani.
Dovremmo gioire perché il cambiamento è avvenuto senza le bombe della Nato. Ma ci pensate se avessero scelto di liberarci e restituirci “democrazia” alla stessa maniera dell’Iraq di Saddam? O dell’Afghanistan dei Talebani? O della Jugoslavia di Milošević? O della Libia di Gheddafi?
Da quanto tempo siamo un paese a sovranità limitata?
In politica estera innanzitutto, con la scusa di esportare “democrazia”. La stessa “democrazia” che oggi vuole più solide garanzie da offrire al Grande Capitale Internazionale. Lacrime e sangue.
Ma si, c’è proprio da gioire. Berlusconi se n’è andato senza neppure bisogno delle bombe, intere o a frammentazione, dell’uranio impoverito o gas nervini. Sono bastati spread e titoli di borsa.
State tranquilli, avrà di che consolarsi. Ha molte nipotine, Silvio, anche straniere. Ma che fortuna, per noi, vivere aldiquà dell’Adriatico!
Sarà vero che se n’è proprio andato? E sarà vero che siamo tutti contenti?
Il popolo in piazza ha festeggiato, lasciandosi andare a quel senso di liberazione che l’ha pervaso alla notizia del dimissionario premier.
C’è chi non ha avuto proprio nulla da festeggiare. A parte i suoi fedelissimi, non hanno avuto nulla da festeggiare coloro i quali non arrivano alla fine del mese perché, come recita uno slogan efficace, alla fine dello stipendio manca sempre troppo mese!
Non hanno avuto modo di festeggiare i precari, gli studenti, i lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, gli ospedalieri, gli sfruttati del privato, i pensionati… perché non una parola di speranza per il loro futuro o per un anche minimo cambiamento nella loro vita è giunta da chi è stato chiamato a sostituire Berlusconi.
Siamo contenti, è vero, non possiamo negarlo. Berlusconi è andato… e fra gli scontenti ci sono i fascisti o post fascisti, che sempre fascisti sono. Cartelli appesi sulle grate dell’università di Roma Tor Vergata che la vigilanza, in altri casi sempre molto attenta, si guarda bene dal rimuovere… Comandi dall’alto, affinità di pensiero o paura di pestaggi e ritorsioni da parte dei fascisti del nuovo millennio?
Del resto qui a Tor Vergata Casapound è di casa.
Cartelli appesi contro questa “offesa alla nazione”, che si è vista imporre un governo dalle banche del grande potere economico. Un potere che, però, proprio loro, i fascisti, storicamente hanno sempre spalleggiato e difeso. Scarsa memoria, opportunismo o riconoscenza verso Berlusconi, uno dei maggiori artefici del loro sdoganamento?
Ma anche a sinistra, la sinistra vera, in molti non sanno di cosa essere contenti. Il governo Monti, imposto dalla Banche e dal mondo della Finanza dell’Unione Europea, non promette nulla di buono.
Lacrime e sangue che, al solito, dovremo versare noi comuni lavoratori, in quanto nessuno oserà toccare i privilegi della casta. Dall’evasione fiscale, alle milionarie proprietà.
Questa sensazione di paese a sovranità limitata è molto più reale di quanto si possa credere. Tanto che andare alle elezioni, occasione per toglierci di mezzo tanti parlamentari analfabeti o eletti per servigi tutt’altro che nobili, è stata ritenuta una perdita di tempo. Una cosa inutile.
E, in effetti… da quanto tempo le elezioni non sono più utili?
Chi si scandalizza oggi nel vedere ridotto il nostro paese a servo di interessi superiori che vengono da oltre la Alpi e da oltre i nostri mari, dovrebbe rifletterci, sempre che sia in buona fede e porsi la domanda: da quanto tempo questa è, di fatto, la realtà?
Io dico che dovremmo gioire, invece e tanto!
Fare cortei, caroselli festosi, iniziative nelle strade.
Ma non con la motivazione di quelli scesi in piazza a Montecitorio, che si sentono liberati più da un feticcio insopportabile e ingombrante, odioso nella sua protervia quanto ridicolo nella sua goffaggine e che non sospettano neppure da cosa si dovranno liberare domani e dopodomani.
Dovremmo gioire perché il cambiamento è avvenuto senza le bombe della Nato. Ma ci pensate se avessero scelto di liberarci e restituirci “democrazia” alla stessa maniera dell’Iraq di Saddam? O dell’Afghanistan dei Talebani? O della Jugoslavia di Milošević? O della Libia di Gheddafi?
Da quanto tempo siamo un paese a sovranità limitata?
In politica estera innanzitutto, con la scusa di esportare “democrazia”. La stessa “democrazia” che oggi vuole più solide garanzie da offrire al Grande Capitale Internazionale. Lacrime e sangue.
Ma si, c’è proprio da gioire. Berlusconi se n’è andato senza neppure bisogno delle bombe, intere o a frammentazione, dell’uranio impoverito o gas nervini. Sono bastati spread e titoli di borsa.
State tranquilli, avrà di che consolarsi. Ha molte nipotine, Silvio, anche straniere. Ma che fortuna, per noi, vivere aldiquà dell’Adriatico!
venerdì 21 ottobre 2011
Una delle Cartoline dal Kosovo e Metohija...
Cari amici,
Il mio nome è Sonja Vuković. Vivo a Osojane, comune di Istok, a Kosovo e Metohija. Lavoro in una scuola elementare come pedagogo. Mi piace lavorare con bambini, mi rallegrano, fanno ridere e mi fanno essere felice. Da anni porto alunni alle varie gite ma questo soggiorno a Roma per me è stato davvero una cosa speciale.
Da tanto tempo desideravo vedere Roma ed ecco, il mio è un esempio che i sogni possono diventare la realtà. Bisogna soltanto desiderare le cose giuste e Dio ci penserà a farle diventare la realtà nel momento giusto per noi. Roma è una città bellissima, è così meravigliosa che non ci sono le parole con cui potrei descrivere la sua bellezza. Camminare per le strade di Roma è un cammino sulle vie di eternità.
Quello che è più importante in assoluto è che ho conosciuto delle persone fantastiche, e in questo senso particolarmente Samantha ed Alessandro, le persone piene di calore, sincerità e amore. Grazie di aver riconosciuto l'ingiustizia che è stata compiuta verso il nostro paese. Grazie per amare i Serbi e la Serbia. Dopo tante sconfitte che abbiamo vissuto come popolo, dopo tanto dolore per non riuscire a dimostrare al mondo che non siamo cattivi ne colpevoli, il vostro amore ed il vostro combattere per il popolo Serbo, sono di grande conforto per noi.
Il villaggio Osojane in cui vivo è il primo villaggio a Kosovo e Metohija in cui le persone sfollate sono cominciate a tornare. Siamo scappati nel 1999 proprio quando a Kosovo e Metohija è stata ufficialmente proclamata la situazione di pace. Abbiamo vissuto come profughi per due anni, dopo i bombardamenti del mio paese, e questi erano i giorni più difficili. Siamo tornati il 13 agosto 2001. Tutto era distrutto, bruciato, rovinato. Davanti ai resti della mia casa ho trovato il mio slittino, il mio unico ricordo dell'infanzia che si è salvato.
Per un anno abbiamo aspettato che ci ricostruissero le case e nel frattempo abbiamo vissuto nelle tende e nei container. Ci scortavano e proteggevano i soldati italiani e per cinque anni potevamo muoverci solo con la scorta militare. L'inizio è stato difficile, ma tutto si sopporta più facilmente se si è nella propria casa, e sulla propria terra.
La scuola a Osojane è stata riaperta e ha cominciato a lavorare nel 2002 con solo 6 alunni. Un anno dopo il vecchio edificio è stato rinnovato e quest'anno ci sono 40 alunni. Non ci sono molte persone giovani a Osojane. Dopo il ritorno molti hanno deciso di andare via di nuovo perché non potevano sopportare la pressione psicologica e l'isolamento. In questo momento a Osojane sento soprattutto la mancanza dei miei amici, che sono sparsi per il mondo. Nonostante tutte le difficoltà siamo felici di vivere sotto il pezzo del cielo che è nostro, che non abbiamo rubato né tolto a nessuno. Quando guardo la mia terra sono molto orgogliosa perché è mia e io le appartengo. Ecco perché non vedo il mio futuro al di fuori della Serbia e fuori dal Kosovo e Metohija.
Mi piacerebbe tornare di nuovo a Roma, dove ci sono anche delle possibilità per specializzazione, però dopo tornerei di nuovo nel mio paese. Quando avrete letto questa lettera sarò migliaia di km lontano da voi. Ma la lontananza non permetterà che io dimentichi tutte le persone care e i giorni passati a Roma che hanno assomigliato molto al mio sogno.
Grazie a tutti che hanno aiutato l'organizzazione del nostro viaggio. Noi forse non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti e le emozioni però credete che i nostri cuori a Roma sono stati pieni di gioia. Stiamo tornando alla nostra solita vita di sempre e nei momenti difficili mi ricorderò di Roma, delle persone care e di quel mare infinito, con il castello sullo sfondo.
Il mio nome è Sonja Vuković. Vivo a Osojane, comune di Istok, a Kosovo e Metohija. Lavoro in una scuola elementare come pedagogo. Mi piace lavorare con bambini, mi rallegrano, fanno ridere e mi fanno essere felice. Da anni porto alunni alle varie gite ma questo soggiorno a Roma per me è stato davvero una cosa speciale.
Da tanto tempo desideravo vedere Roma ed ecco, il mio è un esempio che i sogni possono diventare la realtà. Bisogna soltanto desiderare le cose giuste e Dio ci penserà a farle diventare la realtà nel momento giusto per noi. Roma è una città bellissima, è così meravigliosa che non ci sono le parole con cui potrei descrivere la sua bellezza. Camminare per le strade di Roma è un cammino sulle vie di eternità.
Quello che è più importante in assoluto è che ho conosciuto delle persone fantastiche, e in questo senso particolarmente Samantha ed Alessandro, le persone piene di calore, sincerità e amore. Grazie di aver riconosciuto l'ingiustizia che è stata compiuta verso il nostro paese. Grazie per amare i Serbi e la Serbia. Dopo tante sconfitte che abbiamo vissuto come popolo, dopo tanto dolore per non riuscire a dimostrare al mondo che non siamo cattivi ne colpevoli, il vostro amore ed il vostro combattere per il popolo Serbo, sono di grande conforto per noi.
Il villaggio Osojane in cui vivo è il primo villaggio a Kosovo e Metohija in cui le persone sfollate sono cominciate a tornare. Siamo scappati nel 1999 proprio quando a Kosovo e Metohija è stata ufficialmente proclamata la situazione di pace. Abbiamo vissuto come profughi per due anni, dopo i bombardamenti del mio paese, e questi erano i giorni più difficili. Siamo tornati il 13 agosto 2001. Tutto era distrutto, bruciato, rovinato. Davanti ai resti della mia casa ho trovato il mio slittino, il mio unico ricordo dell'infanzia che si è salvato.
Per un anno abbiamo aspettato che ci ricostruissero le case e nel frattempo abbiamo vissuto nelle tende e nei container. Ci scortavano e proteggevano i soldati italiani e per cinque anni potevamo muoverci solo con la scorta militare. L'inizio è stato difficile, ma tutto si sopporta più facilmente se si è nella propria casa, e sulla propria terra.
La scuola a Osojane è stata riaperta e ha cominciato a lavorare nel 2002 con solo 6 alunni. Un anno dopo il vecchio edificio è stato rinnovato e quest'anno ci sono 40 alunni. Non ci sono molte persone giovani a Osojane. Dopo il ritorno molti hanno deciso di andare via di nuovo perché non potevano sopportare la pressione psicologica e l'isolamento. In questo momento a Osojane sento soprattutto la mancanza dei miei amici, che sono sparsi per il mondo. Nonostante tutte le difficoltà siamo felici di vivere sotto il pezzo del cielo che è nostro, che non abbiamo rubato né tolto a nessuno. Quando guardo la mia terra sono molto orgogliosa perché è mia e io le appartengo. Ecco perché non vedo il mio futuro al di fuori della Serbia e fuori dal Kosovo e Metohija.
Mi piacerebbe tornare di nuovo a Roma, dove ci sono anche delle possibilità per specializzazione, però dopo tornerei di nuovo nel mio paese. Quando avrete letto questa lettera sarò migliaia di km lontano da voi. Ma la lontananza non permetterà che io dimentichi tutte le persone care e i giorni passati a Roma che hanno assomigliato molto al mio sogno.
Grazie a tutti che hanno aiutato l'organizzazione del nostro viaggio. Noi forse non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti e le emozioni però credete che i nostri cuori a Roma sono stati pieni di gioia. Stiamo tornando alla nostra solita vita di sempre e nei momenti difficili mi ricorderò di Roma, delle persone care e di quel mare infinito, con il castello sullo sfondo.
mercoledì 7 settembre 2011
Cartoline dal Kosovo e Metohija
Gorica, Sonja, Gordana, Marina, Milica, Jelica, Albijana, Roxanda, la "mascotte" Violeta... e poi Stefan, Stojan, Milos, Danilo, Stefan, Srdjan. 12 ragazzi in età preuniversitaria più 3 accompagnatrici maggiorenni, provenienti dai villaggi serbi del Kosovo e Metohija, martoriata terra serba dove Un Ponte per, in accordo coi monaci del monastero di Decani, oggi protetto dai militari italiani della Kfor, ha avviato sostegni a distanza per famiglie che o non sono mai andate via, nonostante i soprusi subiti o sono tornate a vivere in quella che da sempre è la loro terra. Il Kosovo e la Metohija, appunto, la terra dei monasteri.
Fra mille difficoltà, queste famiglie vivono in una sorta di piccole riserve indiane, appena tollerate quando non osteggiate nel nuovo Kosovo indipendente, riconosciuto a tempo di record dall'Italia e dai paesi Nato, non riconosciuto da molti altri, fra i quali Cina, Russia, India, Brasile. La comunità internazionale non sembra preoccuparsi di questo apartheid, quasi che le sorti di questa gente non rientri nelle agende dei solerti Ministeri degli Esteri che in passato, al contrario, hanno fatto di tutto per bombardare quel che rimaneva della Jugoslavia, con particolare accanimento contro la Serbia, con la scusa, ben propagandata, di combattere le "pulizie etniche".
Questi ragazzi siamo riusciti, con uno sforzo economico enorme per una piccola associazione come Un Ponte per..., a farli arrivare in Italia, a offrire loro una sistemazione più che dignitosa, a farli frequentare un corso di italiano presso le strutture della Facoltà di Lettere dell'università di Roma "Tor Vergata", a regalare loro momenti di gioia, di gioco ma pure culturali davvero di buon livello.
Vedere tanta parte del nostro impegno aggirarsi per i monumenti di Roma, fare foto come normali turisti, conoscendo però la loro situazione di vita, ci ha in parte commosso ma pure regalato forza e consapevolezza di poter continuare nella strada intrapresa. Coscienti che, insieme anche ai tanti sottoscrittori che ci hanno aiutato e che continuano a farlo, si possano stabilire solidi ponti di solidarietà anche coi dimenticati. Che noi, continueremo a non dimenticare.
Fra mille difficoltà, queste famiglie vivono in una sorta di piccole riserve indiane, appena tollerate quando non osteggiate nel nuovo Kosovo indipendente, riconosciuto a tempo di record dall'Italia e dai paesi Nato, non riconosciuto da molti altri, fra i quali Cina, Russia, India, Brasile. La comunità internazionale non sembra preoccuparsi di questo apartheid, quasi che le sorti di questa gente non rientri nelle agende dei solerti Ministeri degli Esteri che in passato, al contrario, hanno fatto di tutto per bombardare quel che rimaneva della Jugoslavia, con particolare accanimento contro la Serbia, con la scusa, ben propagandata, di combattere le "pulizie etniche".
Questi ragazzi siamo riusciti, con uno sforzo economico enorme per una piccola associazione come Un Ponte per..., a farli arrivare in Italia, a offrire loro una sistemazione più che dignitosa, a farli frequentare un corso di italiano presso le strutture della Facoltà di Lettere dell'università di Roma "Tor Vergata", a regalare loro momenti di gioia, di gioco ma pure culturali davvero di buon livello.
Vedere tanta parte del nostro impegno aggirarsi per i monumenti di Roma, fare foto come normali turisti, conoscendo però la loro situazione di vita, ci ha in parte commosso ma pure regalato forza e consapevolezza di poter continuare nella strada intrapresa. Coscienti che, insieme anche ai tanti sottoscrittori che ci hanno aiutato e che continuano a farlo, si possano stabilire solidi ponti di solidarietà anche coi dimenticati. Che noi, continueremo a non dimenticare.
martedì 2 agosto 2011
Memoria e Retorica
Il ministro Brunetta continua coi suoi decreti e le sue circolari a incasinare sempre di più la pubblica amministrazione che, invece di unirsi e metterlo in un angolo, come meriterebbe per le sue follie, lo prende sul serio e si adegua. Si burocratizza sempre più la burocrazia! Non se ne uscirà più, e si rafforzerà il concetto di lavoratori pubblici scansafatiche e profittatori. Mentre i ministri se ne vanno baldanzosi, prepotenti e sempre più ricchi.
Sono i tempi che corrono. Tempi che stanno pianificando il disastro annunciato al quale dovranno prendere parte, loro malgrado, i nostri figli. Tagli senza criterio su tutto ciò che è pubblico, da sbeffeggiare e annullare, dove la fa da padrone Nostro Signore Debito, esaltando l’efficienza e l’agilità, tutte robe moderne, del Privato Profitto.
E lasciamo stare i miliardi di euro regalati al mercato della guerra, con le sue missioni umanitarie sparse per il mondo, con le armi e gli armamenti vari, aerei, elicotteri, navi da acquistare, vendere, scambiare. Che si uccidano migliaia di persone non interessa molto, anche perché, spesso, la cosa nemmeno viene raccontata.
Si è costretti talvolta a parlare, raccogliendoci tutti uniti fraternamente (ma solo un minuto, che è pure troppo…) di qualche soldatino sbadato che salta in aria. Chissà perché, poi, tutta questa irriconoscenza, visto che parte per esportare democrazia, oltre che per pagarsi il mutuo della casa, aperto ai tassi da usura delle democratiche e sempre pulite banche mondiali.
Tutto questo, verrà mai ricordato da qualcuno? Quando i nostri figli pagheranno gli ingenti danni che stanno costruendo per loro, qualcuno ricorderà mai gli inutili Don Chishotte che cercavano di raccontare un’altra verità?
Perché la memoria è la base di tutto, senza memoria non si va da nessuna parte. E si tende a farne a meno. Solo che quando ne fa a meno chi è in evidente malafede ce ne facciamo una ragione. Ma quando a farne a meno sono gli insospettabili, la cosa si fa dura.
Ed ecco che, allora, per entrare nel tema fondante di questo blog, leggo nell'articolo di Tommaso Di Francesco di venerdì 29 Luglio su “il manifesto”, dell'ennesima crisi al confine fra Kosovo e Serbia. Ma, leggendo, ho dovuto segnalare un errore, che voglio ancora credere una svista (anche se la segnalazione è stata ignorata…), dato che a commetterlo è uno dei giornalisti da sempre fra i più attenti della questione jugoslava e balcanica.
Nel presentare queste nuove tensioni al confine fra Serbia e Kosovo, si parla delle sparizioni dei serbi dal giugno del 1999, opera dell’Uck, cosiddetto esercito di liberazione del Kosovo, in realtà formazione terroristica e delinquenziale (vedere: Uck, l’armata nell’ombra, di Sandro Provvisionato).
C’è da ribadire ancora una volta, ma credevo non ce ne fosse bisogno mai più, che i serbi scomparivano si, vittime dei sequestri delle bande dell'Uck, ma già dal giugno del 1998, a bombe Nato lontane! E anche prima, di quella data.
Ogni data è fondamentale, perché consente di riportare tutto dentro la giusta ottica. Non di ritorsione si è trattato, come un lettore distratto e male informato potrebbe capire leggendo di sparizioni e sequestri avvenuti dal giugno del 99, alla fine dei bombardamenti Nato e al rientro degli albanesi dal confine con l’Albania (mèta delle governative operazioni Arcobaleno, chi le ricorda più? Ah, la memoria, questa sconosciuta…) ma di autentica aggressione! Un’aggressione condotta all'interno di uno stato sovrano, contro liberi cittadini che avevano la colpa di essere serbi e abitare una regione che gli albanesi ritengono di loro proprietà, occultando le millenarie presenze delle altre etnie che si cerca di far scomparire dalla memoria storica, insieme ai tanti monasteri e chiese ortodossi. E questo, senza dimenticare i tanti scomparsi e uccisi non serbi, addirittura albanesi, colpevoli solo di essere considerati collaborazionisti semplicemente perché, magari, coltivavano la terra insieme al "nemico" serbo o lo frequentavano per un caffè da prendere insieme.
Nel mio ultimo viaggio in Kosovo e Metohija (dove sta divenendo pericoloso anche solo pronunciarlo questo nome: Metohija, la terra dei monasteri…), in un clima revisionista che vorrebbe cancellate dalla memoria collettiva le radici storiche, culturali e religiose di un intero popolo; dove si introducono nelle scuole programmi adottati dall'Albania che inculcano nelle nuove generazioni fin dalle elementari il concetto di monoetnicità della regione, nel mio ultimo viaggio ho incontrato persone nei villaggi serbi della Metohija che vivono al limite della dignità umana. Famiglie che hanno bisogno di tutto, alle quali le autorità albanesi tagliano l'acqua, monopolizzando fiumi e sorgenti e impedendo, di fatto, la coltivazione minima anche di un orto.
Vorrei chiedere, anche se so bene che la domanda può apparire retorica in quanto difficilmente mi verrà data risposta: come possono tollerare i fautori delle guerre umanitarie, sempre più in voga e sempre più finanziate da tutti i governi che si susseguono, siano essi di destra o di sinistra, questa palese e sfrontata negazione dei diritti umani in Kosovo, quel Kosovo ora "libero e indipendente" dove il premier Thaci è accusato ormai da tutti di traffico di organi umani espiantati in modo violento e infame agli scomparsi degli anni precedenti le bombe della Nato?
Davvero la loro coscienza, che s’indigna davanti ai "pazzi sanguinari" di turno che “ammazzano il loro stesso popolo” e che sono sempre e comunque da bombardare, ma in maniera accettabile e condivisa, con le bombe più intelligenti che esistano, come quelle all'uranio, capaci di avvelenare un popolo per generazioni e generazioni future... davvero la loro coscienza è così intermittente? Davvero il loro difendere i diritti umani è atto così poco equidistante, quando l’equidistanza da sempre è il loro verbo assoluto? Davvero devo pensare siano così in malafede?
Non posso crederlo, né accettarlo. E, spero, anche voi che leggete.
Nel frattempo, si accennava alle nuove tensioni che stanno avvenendo, nel silenzio generale, fra Kosovo e Serbia.
Il governo serbo getta acqua sul fuoco, con politiche improntate al massimo dialogo, ma nel rispetto delle risoluzioni Onu (fa tenerezza questa ostinazione della Serbia ufficiale a credere nelle sirene della “Democrazia” importata a suon di bombe. C’è da credere a questo senso delle istituzioni? O è solo fumo da gettare negli occhi dei serbi, che dovranno in un futuro molto prossimo, ci scommetto, accettare molto di peggio??).
Le autorità albanesi di Pristina, al contrario, soffiano sullo stesso fuoco, forti, come sempre, dell’appoggio dei propri protettori europei e, in particolare, di quelli a stelle e strisce che da un lato si compiacciono per le politiche neoliberiste e per gli arresti eccellenti da consegnare al tribunale dell’Aja, tutta opera dell’attuale governo serbo, ma dall’altro nulla fanno, ad esempio, per accelerare l’incriminazione e l’arresto di quello che da sempre è il loro più grande alleato della regione: quell’Agim Thaci, ex criminale, ora elegante premier in giacca e cravatta del neoNato narcostato, già molto amico della Albright ai tempi degli accordi farsa di Rambouillet.
Ma, certo, la base Usa di Bond Steel, nel sud del Kosovo, la più grande d’Europa, deve essere ben salvaguardata nel territorio! E chi, meglio di astuti e incalliti criminali che, nel frattempo, accrescono i propri loschi affari mafiosi e malavitosi, può farlo? Un’altra domanda retorica, alla quale nessuno risponderà.
Intanto, nel nord del Kosovo, a maggioranza serba, il blocco alle frontiere sta determinando una situazione difficile a causa dell’impedimento al passaggio delle merci, avallato dall’intervento della Kfor che non essendo in grado di pretendere da Pristina lo sblocco delle dogane, fa finta di vigilare per evitare altre violenze ma, di fatto, militarizzando quei confini, rendendoli sempre più difficili da attraversare. Quando l’equidistanza diventa farsa!
In tutto questo, registriamo l’assordante silenzio della comunità internazionale, tutta intenta a continuare le proprie guerre, distruggendo popoli e territori, come in un risiko gigantesco.
Ora, dopo la Libia, che resiste, soffre e muore, toccherà alla Siria. E dopo? Domanda retorica.
Sono i tempi che corrono. Tempi che stanno pianificando il disastro annunciato al quale dovranno prendere parte, loro malgrado, i nostri figli. Tagli senza criterio su tutto ciò che è pubblico, da sbeffeggiare e annullare, dove la fa da padrone Nostro Signore Debito, esaltando l’efficienza e l’agilità, tutte robe moderne, del Privato Profitto.
E lasciamo stare i miliardi di euro regalati al mercato della guerra, con le sue missioni umanitarie sparse per il mondo, con le armi e gli armamenti vari, aerei, elicotteri, navi da acquistare, vendere, scambiare. Che si uccidano migliaia di persone non interessa molto, anche perché, spesso, la cosa nemmeno viene raccontata.
Si è costretti talvolta a parlare, raccogliendoci tutti uniti fraternamente (ma solo un minuto, che è pure troppo…) di qualche soldatino sbadato che salta in aria. Chissà perché, poi, tutta questa irriconoscenza, visto che parte per esportare democrazia, oltre che per pagarsi il mutuo della casa, aperto ai tassi da usura delle democratiche e sempre pulite banche mondiali.
Tutto questo, verrà mai ricordato da qualcuno? Quando i nostri figli pagheranno gli ingenti danni che stanno costruendo per loro, qualcuno ricorderà mai gli inutili Don Chishotte che cercavano di raccontare un’altra verità?
Perché la memoria è la base di tutto, senza memoria non si va da nessuna parte. E si tende a farne a meno. Solo che quando ne fa a meno chi è in evidente malafede ce ne facciamo una ragione. Ma quando a farne a meno sono gli insospettabili, la cosa si fa dura.
Ed ecco che, allora, per entrare nel tema fondante di questo blog, leggo nell'articolo di Tommaso Di Francesco di venerdì 29 Luglio su “il manifesto”, dell'ennesima crisi al confine fra Kosovo e Serbia. Ma, leggendo, ho dovuto segnalare un errore, che voglio ancora credere una svista (anche se la segnalazione è stata ignorata…), dato che a commetterlo è uno dei giornalisti da sempre fra i più attenti della questione jugoslava e balcanica.
Nel presentare queste nuove tensioni al confine fra Serbia e Kosovo, si parla delle sparizioni dei serbi dal giugno del 1999, opera dell’Uck, cosiddetto esercito di liberazione del Kosovo, in realtà formazione terroristica e delinquenziale (vedere: Uck, l’armata nell’ombra, di Sandro Provvisionato).
C’è da ribadire ancora una volta, ma credevo non ce ne fosse bisogno mai più, che i serbi scomparivano si, vittime dei sequestri delle bande dell'Uck, ma già dal giugno del 1998, a bombe Nato lontane! E anche prima, di quella data.
Ogni data è fondamentale, perché consente di riportare tutto dentro la giusta ottica. Non di ritorsione si è trattato, come un lettore distratto e male informato potrebbe capire leggendo di sparizioni e sequestri avvenuti dal giugno del 99, alla fine dei bombardamenti Nato e al rientro degli albanesi dal confine con l’Albania (mèta delle governative operazioni Arcobaleno, chi le ricorda più? Ah, la memoria, questa sconosciuta…) ma di autentica aggressione! Un’aggressione condotta all'interno di uno stato sovrano, contro liberi cittadini che avevano la colpa di essere serbi e abitare una regione che gli albanesi ritengono di loro proprietà, occultando le millenarie presenze delle altre etnie che si cerca di far scomparire dalla memoria storica, insieme ai tanti monasteri e chiese ortodossi. E questo, senza dimenticare i tanti scomparsi e uccisi non serbi, addirittura albanesi, colpevoli solo di essere considerati collaborazionisti semplicemente perché, magari, coltivavano la terra insieme al "nemico" serbo o lo frequentavano per un caffè da prendere insieme.
Nel mio ultimo viaggio in Kosovo e Metohija (dove sta divenendo pericoloso anche solo pronunciarlo questo nome: Metohija, la terra dei monasteri…), in un clima revisionista che vorrebbe cancellate dalla memoria collettiva le radici storiche, culturali e religiose di un intero popolo; dove si introducono nelle scuole programmi adottati dall'Albania che inculcano nelle nuove generazioni fin dalle elementari il concetto di monoetnicità della regione, nel mio ultimo viaggio ho incontrato persone nei villaggi serbi della Metohija che vivono al limite della dignità umana. Famiglie che hanno bisogno di tutto, alle quali le autorità albanesi tagliano l'acqua, monopolizzando fiumi e sorgenti e impedendo, di fatto, la coltivazione minima anche di un orto.
Vorrei chiedere, anche se so bene che la domanda può apparire retorica in quanto difficilmente mi verrà data risposta: come possono tollerare i fautori delle guerre umanitarie, sempre più in voga e sempre più finanziate da tutti i governi che si susseguono, siano essi di destra o di sinistra, questa palese e sfrontata negazione dei diritti umani in Kosovo, quel Kosovo ora "libero e indipendente" dove il premier Thaci è accusato ormai da tutti di traffico di organi umani espiantati in modo violento e infame agli scomparsi degli anni precedenti le bombe della Nato?
Davvero la loro coscienza, che s’indigna davanti ai "pazzi sanguinari" di turno che “ammazzano il loro stesso popolo” e che sono sempre e comunque da bombardare, ma in maniera accettabile e condivisa, con le bombe più intelligenti che esistano, come quelle all'uranio, capaci di avvelenare un popolo per generazioni e generazioni future... davvero la loro coscienza è così intermittente? Davvero il loro difendere i diritti umani è atto così poco equidistante, quando l’equidistanza da sempre è il loro verbo assoluto? Davvero devo pensare siano così in malafede?
Non posso crederlo, né accettarlo. E, spero, anche voi che leggete.
Nel frattempo, si accennava alle nuove tensioni che stanno avvenendo, nel silenzio generale, fra Kosovo e Serbia.
Il governo serbo getta acqua sul fuoco, con politiche improntate al massimo dialogo, ma nel rispetto delle risoluzioni Onu (fa tenerezza questa ostinazione della Serbia ufficiale a credere nelle sirene della “Democrazia” importata a suon di bombe. C’è da credere a questo senso delle istituzioni? O è solo fumo da gettare negli occhi dei serbi, che dovranno in un futuro molto prossimo, ci scommetto, accettare molto di peggio??).
Le autorità albanesi di Pristina, al contrario, soffiano sullo stesso fuoco, forti, come sempre, dell’appoggio dei propri protettori europei e, in particolare, di quelli a stelle e strisce che da un lato si compiacciono per le politiche neoliberiste e per gli arresti eccellenti da consegnare al tribunale dell’Aja, tutta opera dell’attuale governo serbo, ma dall’altro nulla fanno, ad esempio, per accelerare l’incriminazione e l’arresto di quello che da sempre è il loro più grande alleato della regione: quell’Agim Thaci, ex criminale, ora elegante premier in giacca e cravatta del neoNato narcostato, già molto amico della Albright ai tempi degli accordi farsa di Rambouillet.
Ma, certo, la base Usa di Bond Steel, nel sud del Kosovo, la più grande d’Europa, deve essere ben salvaguardata nel territorio! E chi, meglio di astuti e incalliti criminali che, nel frattempo, accrescono i propri loschi affari mafiosi e malavitosi, può farlo? Un’altra domanda retorica, alla quale nessuno risponderà.
Intanto, nel nord del Kosovo, a maggioranza serba, il blocco alle frontiere sta determinando una situazione difficile a causa dell’impedimento al passaggio delle merci, avallato dall’intervento della Kfor che non essendo in grado di pretendere da Pristina lo sblocco delle dogane, fa finta di vigilare per evitare altre violenze ma, di fatto, militarizzando quei confini, rendendoli sempre più difficili da attraversare. Quando l’equidistanza diventa farsa!
In tutto questo, registriamo l’assordante silenzio della comunità internazionale, tutta intenta a continuare le proprie guerre, distruggendo popoli e territori, come in un risiko gigantesco.
Ora, dopo la Libia, che resiste, soffre e muore, toccherà alla Siria. E dopo? Domanda retorica.
mercoledì 27 luglio 2011
Mi arrendo...
Mi arrendo.
Ho sempre sostenuto che la Serbia, i Serbi, avessero subito le più grandi ingiustizie in questo secolo e, soprattutto, in quello passato. Ma pure nei secoli precedenti, prestando il fianco, lo so, al vittimismo che da sempre è presentato come caratteristica di questo popolo complicato.
Ho sempre cercato la parola a difesa dei serbi, per ciò che è accaduto nella Jugoslavia degli anni novanta. Ho sempre cercato di dimostrare come i suoi rappresentanti, politici, militari, popolari, avessero grosse attenuanti rispetto a ciò per il quale venivano accusati. Oggi no, basta, mi arrendo. Non spenderò più parole per difendere Milosević, Mladić, il motto Samo Sloga Srbine Spasava (Solo l’Unione Salverà i Serbi!), il festival di Guča, i monasteri del Kosovo e della Metohija, Jelena, Sladjana, Saša e tutto il resto.
No, basta, ve la do vinta.
Ho mia figlia in ospedale, sono davvero in una posizione debole, per cui non cercherò nessun tipo di contrattacco. Ho perso. Gli eventi, del resto, lo dicono. Ho perso, la Serbia ha perso.
La Serbia, che ha arrestato i suoi generali, quelli che il tribunale dell’Aja voleva arrestare, ha perso. Glieli ha consegnati, impacchettati e spediti a domicilio, senza ricevuta di ritorno.
Ho perso, lo so, ho perso come la Serbia con i suoi governanti proni a chiedere di entrare nel grande circo dell’Unione europea, senza garanzie su ciò che sarà il futuro della Serbia stessa e del suo popolo, terreno fertile preda dei vari Marchionne, dei comandanti Nato, del Fondo Monetario Internazionale, delle Banche.
Ripeto, mia figlia è in ospedale e io ho altro per la testa. Altro che la Serbia e le sue sorti! Ho perso.
Però, però, però…
Proprio a voi che avete da sempre accusato questo paese delle peggiori nefandezze.. che avete sempre sostenuto che i mali dei Balcani passassero tutti da Belgrado, la Belgrado dal nazionalismo esacerbato, preda di quel senso di vittimismo che ha portato alla violenza degli ultimi venti anni… proprio a voi che avete portato in giro per il mondo l’immagine della Serbia come terra di coltura del nuovo nazismo, delle pulizie etniche, che siete riusciti a convincere tutto il mondo che proprio da quella terra partiva il male assoluto… a voi, che avete eletto a vostri privilegiati interlocutori gentaglia che vendeva organi umani in cambio di soldi per finanziare il malaffare e lo squallido potere, scambiato per afflato libertario (che scempio delle parole!)… A voi che avete avallato tutto questo, si, proprio a voi, oggi io chiedo…
Come potete tollerare, nel nome del rispetto dei diritti umani, che persone come Zvezdan Arsić, abitante di una casetta in un villaggio serbo, nei pressi di Dečani, dove esiste e resiste un monastero millenario sotto tutela dell’Unesco, oggi patrimonio dell’umanità ma a rischio distruzione… che persone come Zvezdan Arsić, al quale hanno tagliato la fornitura di acqua e non può più annaffiare il proprio orto, che sta rinsecchendo, così come i fiori nei vasi che ci mostra, sconsolato e tenero, senza altre fonti di sostentamento… come potete tollerare che persone così non possano avere un minimo di giustizia?
Tutto intorno alla sua casetta appare povero, abbandonato, rassegnato. Padre Petar, del monastero di Dečani, dove perplessi soldati italiani fanno la guardia, controllando passaporti di amici visitatori, dove assistono alle funzioni religiose di una religione discreta, che non viene a cercarti a casa, una religione che aspetta che sia tu a compiere il primo passo di avvicinamento a Dio, religione che, con un sms, si ferma e prega, per le sorti di una ragazzina lontana che nemmeno conosce… Padre Petar mi mostra, fra il desolato e l’ironico amaro, quelle che erano le case dei serbi, distrutte. Aggiungendo, rassegnato…
“Le case dei serbi nel Kosovo e Metohija (attento padre Petar! Metohija è parola che non si può più pronunciare nel Kosovo “moderno, democratico e liberato!”)… queste case le riconosci perché sono quelle distrutte, che si incontrano nel paesaggio, o sono quelle nuove ricostruite coi ricchi fondi della comunità internazionale, ma con materiali poveri, con mezzi poveri, lentamente e distrattamente e che, una volte ultimate, sono piccole, piccole, piccole…”.
E’ vero. Qualcosa stanno ricostruendo a questi serbi ostinati che non vanno via o che sono tornati. Ma sono architetture minimali. Due stanze, un cesso, un tetto. E basta. Può bastare, deve!, bastare.
Costruite vicino alle vecchie case, andate in rovina, saccheggiate e depredate dagli sciacalli. Case una volta grandi, per famiglie numerose ora costrette a vivere in loculi minimali.
“Quello che eravamo, quello che siamo diventati!”.
Ma alla Serbia occidentalizzata e che vuole l’Europa, tutto questo appare davvero lontano.
Io non ero e non sono d’accordo con voi, ma è un parere ormai davvero poco importante.
Ma voi che avete difeso, a vostro modo di vedere e di dire, i “sacri diritti umani”… che pensate di stare a sostenerli ancora, ieri come oggi, attraverso altre guerre, in Libia come altrove… che siete convinti e ritenete doverose queste guerre che chiamate con nomi sprezzanti del ridicolo, che fate finta di ignorare le enormi quantità di denaro che le stesse guerre richiedono, salvo andare in piazza con scolorite bandiere, nere bianche rosse e verdi, per i tagli alla sanità o alla scuola pubblica… voi che vi commuovete con lacrime da coccodrillo, quando torna un militare morto avvolto da bandiere tricolori, pregne dell’ipocrisia di ministri riformati, simbolo di un Italia senza più memoria, che non ricorda la sua Storia e la sua fierezza… sempre pronti a fare finta di fermare lo spettacolo con minuti di raccoglimento che non contemplate quando a morire sono migliaia di civili inermi e sconosciuti e senza colpa, vittime dei vostri assurdi “effetti collaterali”, sempre pienamente giustificati e sempre, puntualmente, ignorati dai vostri telegiornali… per voi, convinti assertori di tutto ciò, non sono forse “Umani” i diritti di queste persone? E perché, allora, ve ne state in silenzio?
Perché restate in silenzio davanti ai tanti serbi scomparsi, ai quali hanno forzatamente espiantato organi, immessi nel mercato clandestino a finanziare movimenti di liberazione che fanno sfoggio, nel Kosovo “moderno, democratico e liberato”, di bandiere USA da balconi e tetti, quasi fossero le loro? Perché voi, si proprio voi, oggi, non dite nulla?”
Io smetto di scrivere su questi argomenti. Lo giuro, smetto. Tanto più, che mai avrete letto di ciò che vado sostenendo da anni. Ignorato, ignorante, mi rimetto alla vostra conoscenza dei fatti. La giudico oggettiva, buona, assoluta. Ma vi chiedo, da sconfitto… come fate a tollerare tutto quello che, oggi, è la realtà?
Attendo risposta.
Ho sempre sostenuto che la Serbia, i Serbi, avessero subito le più grandi ingiustizie in questo secolo e, soprattutto, in quello passato. Ma pure nei secoli precedenti, prestando il fianco, lo so, al vittimismo che da sempre è presentato come caratteristica di questo popolo complicato.
Ho sempre cercato la parola a difesa dei serbi, per ciò che è accaduto nella Jugoslavia degli anni novanta. Ho sempre cercato di dimostrare come i suoi rappresentanti, politici, militari, popolari, avessero grosse attenuanti rispetto a ciò per il quale venivano accusati. Oggi no, basta, mi arrendo. Non spenderò più parole per difendere Milosević, Mladić, il motto Samo Sloga Srbine Spasava (Solo l’Unione Salverà i Serbi!), il festival di Guča, i monasteri del Kosovo e della Metohija, Jelena, Sladjana, Saša e tutto il resto.
No, basta, ve la do vinta.
Ho mia figlia in ospedale, sono davvero in una posizione debole, per cui non cercherò nessun tipo di contrattacco. Ho perso. Gli eventi, del resto, lo dicono. Ho perso, la Serbia ha perso.
La Serbia, che ha arrestato i suoi generali, quelli che il tribunale dell’Aja voleva arrestare, ha perso. Glieli ha consegnati, impacchettati e spediti a domicilio, senza ricevuta di ritorno.
Ho perso, lo so, ho perso come la Serbia con i suoi governanti proni a chiedere di entrare nel grande circo dell’Unione europea, senza garanzie su ciò che sarà il futuro della Serbia stessa e del suo popolo, terreno fertile preda dei vari Marchionne, dei comandanti Nato, del Fondo Monetario Internazionale, delle Banche.
Ripeto, mia figlia è in ospedale e io ho altro per la testa. Altro che la Serbia e le sue sorti! Ho perso.
Però, però, però…
Proprio a voi che avete da sempre accusato questo paese delle peggiori nefandezze.. che avete sempre sostenuto che i mali dei Balcani passassero tutti da Belgrado, la Belgrado dal nazionalismo esacerbato, preda di quel senso di vittimismo che ha portato alla violenza degli ultimi venti anni… proprio a voi che avete portato in giro per il mondo l’immagine della Serbia come terra di coltura del nuovo nazismo, delle pulizie etniche, che siete riusciti a convincere tutto il mondo che proprio da quella terra partiva il male assoluto… a voi, che avete eletto a vostri privilegiati interlocutori gentaglia che vendeva organi umani in cambio di soldi per finanziare il malaffare e lo squallido potere, scambiato per afflato libertario (che scempio delle parole!)… A voi che avete avallato tutto questo, si, proprio a voi, oggi io chiedo…
Come potete tollerare, nel nome del rispetto dei diritti umani, che persone come Zvezdan Arsić, abitante di una casetta in un villaggio serbo, nei pressi di Dečani, dove esiste e resiste un monastero millenario sotto tutela dell’Unesco, oggi patrimonio dell’umanità ma a rischio distruzione… che persone come Zvezdan Arsić, al quale hanno tagliato la fornitura di acqua e non può più annaffiare il proprio orto, che sta rinsecchendo, così come i fiori nei vasi che ci mostra, sconsolato e tenero, senza altre fonti di sostentamento… come potete tollerare che persone così non possano avere un minimo di giustizia?
Tutto intorno alla sua casetta appare povero, abbandonato, rassegnato. Padre Petar, del monastero di Dečani, dove perplessi soldati italiani fanno la guardia, controllando passaporti di amici visitatori, dove assistono alle funzioni religiose di una religione discreta, che non viene a cercarti a casa, una religione che aspetta che sia tu a compiere il primo passo di avvicinamento a Dio, religione che, con un sms, si ferma e prega, per le sorti di una ragazzina lontana che nemmeno conosce… Padre Petar mi mostra, fra il desolato e l’ironico amaro, quelle che erano le case dei serbi, distrutte. Aggiungendo, rassegnato…
“Le case dei serbi nel Kosovo e Metohija (attento padre Petar! Metohija è parola che non si può più pronunciare nel Kosovo “moderno, democratico e liberato!”)… queste case le riconosci perché sono quelle distrutte, che si incontrano nel paesaggio, o sono quelle nuove ricostruite coi ricchi fondi della comunità internazionale, ma con materiali poveri, con mezzi poveri, lentamente e distrattamente e che, una volte ultimate, sono piccole, piccole, piccole…”.
E’ vero. Qualcosa stanno ricostruendo a questi serbi ostinati che non vanno via o che sono tornati. Ma sono architetture minimali. Due stanze, un cesso, un tetto. E basta. Può bastare, deve!, bastare.
Costruite vicino alle vecchie case, andate in rovina, saccheggiate e depredate dagli sciacalli. Case una volta grandi, per famiglie numerose ora costrette a vivere in loculi minimali.
“Quello che eravamo, quello che siamo diventati!”.
Ma alla Serbia occidentalizzata e che vuole l’Europa, tutto questo appare davvero lontano.
Io non ero e non sono d’accordo con voi, ma è un parere ormai davvero poco importante.
Ma voi che avete difeso, a vostro modo di vedere e di dire, i “sacri diritti umani”… che pensate di stare a sostenerli ancora, ieri come oggi, attraverso altre guerre, in Libia come altrove… che siete convinti e ritenete doverose queste guerre che chiamate con nomi sprezzanti del ridicolo, che fate finta di ignorare le enormi quantità di denaro che le stesse guerre richiedono, salvo andare in piazza con scolorite bandiere, nere bianche rosse e verdi, per i tagli alla sanità o alla scuola pubblica… voi che vi commuovete con lacrime da coccodrillo, quando torna un militare morto avvolto da bandiere tricolori, pregne dell’ipocrisia di ministri riformati, simbolo di un Italia senza più memoria, che non ricorda la sua Storia e la sua fierezza… sempre pronti a fare finta di fermare lo spettacolo con minuti di raccoglimento che non contemplate quando a morire sono migliaia di civili inermi e sconosciuti e senza colpa, vittime dei vostri assurdi “effetti collaterali”, sempre pienamente giustificati e sempre, puntualmente, ignorati dai vostri telegiornali… per voi, convinti assertori di tutto ciò, non sono forse “Umani” i diritti di queste persone? E perché, allora, ve ne state in silenzio?
Perché restate in silenzio davanti ai tanti serbi scomparsi, ai quali hanno forzatamente espiantato organi, immessi nel mercato clandestino a finanziare movimenti di liberazione che fanno sfoggio, nel Kosovo “moderno, democratico e liberato”, di bandiere USA da balconi e tetti, quasi fossero le loro? Perché voi, si proprio voi, oggi, non dite nulla?”
Io smetto di scrivere su questi argomenti. Lo giuro, smetto. Tanto più, che mai avrete letto di ciò che vado sostenendo da anni. Ignorato, ignorante, mi rimetto alla vostra conoscenza dei fatti. La giudico oggettiva, buona, assoluta. Ma vi chiedo, da sconfitto… come fate a tollerare tutto quello che, oggi, è la realtà?
Attendo risposta.
martedì 12 luglio 2011
Però, mia figlia deve guarire.
Eccomi in viaggio, in questa Serbia che arresta i propri generali per consegnarli in manette a chi l’ha umiliata, vilipesa, derisa, tradita, ferita, squarciata, offesa con bombardamenti, demonizzazioni, embarghi economici feroci, isolamenti.
Ma vuole l’Europa, questa Serbia, come fosse un dovere, quasi fosse colpa sua se questa Europa è una fregatura.
Entro nel pullman di linea che mi porterà a Kraljevo, da Belgrado. Oggi è caldo, ma il cielo di Belgrado è di un azzurro splendido, brillante, da paesaggio nordico.
Partiamo, il pullman non ha condizionatore e c’è un caldo afoso e inesorabile.
Ma il taciturno autista, non appena fuori dalla stazione, apre la porta anteriore.
Io sto seduto sul primo sedile, proprio vicino alla porta e la cosa mi fa piacere. Viaggiamo così, in barba a ogni regola, Del resto, fa troppo caldo, qualcosa bisogna pure inventarsi.
Agli incroci delle strade vendono cocomeri. E’ stagione. L’autista si accende una sigaretta e getta cenere dal suo finestrino che, puntualmente, rientra da quello dopo. Al casello chiude la portiera. C’è la polizia.
Superato il casello dell’autostrada, però, è di nuovo fresco, è di nuovo aria, è di nuovo ventilazione naturale.
Viaggio in solitudine.
Mi sento bene, la mia testa diviene improvvisamente sgombra, libera, pulita. Un po’ come questo cielo oggi, libero da grigie nubi, pieno di se. Mi riempio dell’essenziale, che oggi è il vuoto.
L’autista ha smesso di fumare ma sposta le cose sul cruscotto che stavano per volare via, guidando con una mano sola, in discesa, sull’autostrada. Nessuno sembra preoccuparsi. Lui sa quello che fa.
Si, sto davvero bene. Il viaggio mi rasserena.
Penso alla prima volta, subito dopo i bombardamenti “umanitari”, quando venivo a scoprire un mondo che non conoscevo. L’autista del pullman fuma molto e, adesso, sputa pure dal finestrino.
Non si fa!, quello dietro è aperto. Ma la cenere è più leggera, la porta il vento. Lo sputo no. Lo sputo pesa. Porta catrame, nicotina, inquinamento, disprezzo. Per una vita che non è più vita.
Salgono passeggeri dove non ci sono fermate, questo è davvero autobus per povera gente. Costa poco, rispetto agli altri. Salgono lavoratori che tornano a casa dopo il lavoro, pure loro avranno da sputare il loro sangue, il loro catrame, il peso di una vita che si fa sempre più dura.
Chiedo al bigliettaio se mi possono far scendere non alla fermata ufficiale ma vicino al mio hotel, che è di strada. Naturalmente non fanno problemi, si può fare. Saluto, mangio qualcosa da solo, vado a dormire, sereno e leggero. Domani sarà Kosovo. Domani sarà pure Metohija, la terra dei monasteri. E’ il nome giusto per quella terra.
A Dečani il sole filtra dalle finestre della chiesa. E’ bello. Ma io accendo un cero, di quelli grandi. Mia figlia non sta bene, me lo hanno detto al telefono. Niente di che, ma dentro sento qualcosa che non va. Allora accendo il cero, chiamo il suo nome. Dentro la chiesa, stavolta, anche io pregherò.
Con padre Petar visito alcune famiglie che verranno sostenute a distanza. Ho bisogno dei loro dati. E il solito rituale si svolge. Si arriva, si stringono mani, si chiedono nomi. Le storie, sembrano sempre le stesse.Ma le persone no, quelle cambiano ogni volta. Prima di conoscere questa nuove famiglie abbiamo consegnato i sostegni a distanza a nove famiglie che avevamo conosciuto a novembre scorso. Alcuni dei loro figli verranno in Italia a Settembre, in una iniziativa di conoscenza e scambio. Petar scatta foto a me e ai bambini. Sono foto belle, vive, piene di amore. Stiamo facendo cose importanti, anche se piccole e minime. Ma di più non riusciamo e questo, in ogni caso, sembra davvero molto, vista la considerazione che c’è per quel che si fa.
A Raušić passiamo vicino alle case distrutte dei serbi. E’ il passato che va a braccetto col presente, fatto di cimiteri ortodossi invasi da sterpaglie, con le lapidi distrutte, in frantumi.
A Djurakovac c’è la chiesa ortodossa anche lei invasa dalle sterpaglie mentre, poco distante, una nuova moschea lucida e bianca e brillante, fa sfoggio di se.
Visitiamo la famiglia di Zvezdan Arsić, una di quelle che andremo a sostenere dalla prossima volta.
Mi colpisce l’aspetto di quest’uomo, malato e gracile, che fa della terra la sua unica fonte di sostentamento.
Solo che, ci dice, da cinque giorni hanno tagliato l’acqua e non può annaffiare il suo orto. Che sta rinsecchendo, così come i fiori nei vasi che Zvezdan ci mostra, sconsolato e tenero. Tutto intorno mi sembra povero, abbandonato, rassegnato. Padre Petar mi mostra, anche se ormai le conosco bene, quelle che erano le case dei serbi: distrutte. Ma mi dice, anche… “Le case dei serbi le riconosci bene perché o sono quelle distrutte che si incontrano nel paesaggio, o sono quelle piccole, piccole…”.
E’ vero. Qualcosa gli hanno ricostruito a questi serbi ostinati che non vanno via o che sono tornati. Ma sono davvero architetture minimali. Due stanze, un cesso, un tetto. E basta. Spesso, costruite vicino alle vecchie case, andate in rovina, saccheggiate e depredate. Quello che eravamo, quello che siamo diventati.
Ma alla Serbia che vuole l’Europa, tutto questo appare davvero lontano.
La notte a Dečani è incantevole, anche se triste e preoccupata. Mia figlia non migliora, la cosa sembra più seria di quello che appariva all’inizio. Dormo col cellulare acceso, in attesa di qualche messaggio rassicurante. Che non arriva.
“Io, io… le metterò da parte le mie idee.
Non starò a ripeterle ancora, come ho fatto in questi dodici anni. No, basta. Mi arrendo. Mi dichiaro sconfitto. Non le rinnegherò, ma nemmeno starò qui ancora a difenderle, come fossi un Don Chishotte dei tempi moderni.
Ve la do vinta, tutto quel che avete sempre affermato e sostenuto, anche con bugie secondo me, sulla Jugoslavia, sulla Serbia, sul Kosovo e Metohija, ve lo riconosco buono. Non mi sentirete più. Mai più. Però…
Però proprio voi, che avete sostenuto che in Kosovo era in atto una pulizia etnica… che andava fermato il dittatore pazzo sanguinario, Milosević… che andavano arrestati i suoi complici, come Mladić… voi che avete affermato ovunque e sempre e con forza che la Serbia andava fermata, perché il suo nazionalismo esasperato stava producendo tragedie, calpestando diritti umani, violando leggi e regole internazionali… voi.. voi… come potete tollerare tutto questo, adesso, in silenzio?
Voi che avete abbracciato, facendo vostre, le motivazioni di interventi considerati umanitari, cosa fate oggi? Dove è la vostra umanità, davanti a persone come Zvezdan?
Io non ero e non sono d’accordo con voi, ma il mio è un parere poco importante. Ma voi che avete difeso, a vostro modo di vedere e di dire, diritti umani, e che pensate di sostenerli ancora, ieri come oggi, non sono forse umani i diritti anche di queste persone? E perché, allora, ve ne state in silenzio?
Perché restate in silenzio davanti ai tanti serbi scomparsi, ai quali hanno forzatamente espiantato organi, immessi nel mercato clandestino per finanziare movimenti di liberazione che fanno sfoggio, nel Kosovo “moderno e liberato”, di bandiere USA da balconi e tetti, quasi fossero le loro? Perché voi, si proprio voi, oggi, non dite nulla?”
A Dečani si incontrano i vescovi di Žiča, monastero vicino Kraljevo, un tempo sede del patriarcato e di Raška e Prizren, quindi della Metohija. Sono Hrisoston e Teodosije.
Nell’omelia Hrisoston esalta il ruolo, fondamentale per i serbi che resistono, dei monaci di Dečani.
Petar deve servire messa, “ho il servizio”, ci dice.
Alla fine saluteremo lui e Isaja, mentre Andrej lo salutiamo per telefono. Speriamo di rivederci presto.
Alla frontiera fra Serbia e Kosovo un poliziotto fa l’occhiolino in modo evidente e spudorato a Vesna, la ragazza della Croce Rossa che ci ha accompagnato, facendo anche da interprete.
Così vanno le cose, così sembrano proprio andare.
Mentre lasciamo Kosovska Mitrovica, sulla strada del ritorno inizia a piovere. Speriamo la pioggia arrivi da Zvezdan, e da quelle famiglie che non hanno acqua per il proprio orto. E speriamo pure che quel cero acceso, mantenga la sua luce a lungo. Mia figlia deve guarire.
Ma vuole l’Europa, questa Serbia, come fosse un dovere, quasi fosse colpa sua se questa Europa è una fregatura.
Entro nel pullman di linea che mi porterà a Kraljevo, da Belgrado. Oggi è caldo, ma il cielo di Belgrado è di un azzurro splendido, brillante, da paesaggio nordico.
Partiamo, il pullman non ha condizionatore e c’è un caldo afoso e inesorabile.
Ma il taciturno autista, non appena fuori dalla stazione, apre la porta anteriore.
Io sto seduto sul primo sedile, proprio vicino alla porta e la cosa mi fa piacere. Viaggiamo così, in barba a ogni regola, Del resto, fa troppo caldo, qualcosa bisogna pure inventarsi.
Agli incroci delle strade vendono cocomeri. E’ stagione. L’autista si accende una sigaretta e getta cenere dal suo finestrino che, puntualmente, rientra da quello dopo. Al casello chiude la portiera. C’è la polizia.
Superato il casello dell’autostrada, però, è di nuovo fresco, è di nuovo aria, è di nuovo ventilazione naturale.
Viaggio in solitudine.
Mi sento bene, la mia testa diviene improvvisamente sgombra, libera, pulita. Un po’ come questo cielo oggi, libero da grigie nubi, pieno di se. Mi riempio dell’essenziale, che oggi è il vuoto.
L’autista ha smesso di fumare ma sposta le cose sul cruscotto che stavano per volare via, guidando con una mano sola, in discesa, sull’autostrada. Nessuno sembra preoccuparsi. Lui sa quello che fa.
Si, sto davvero bene. Il viaggio mi rasserena.
Penso alla prima volta, subito dopo i bombardamenti “umanitari”, quando venivo a scoprire un mondo che non conoscevo. L’autista del pullman fuma molto e, adesso, sputa pure dal finestrino.
Non si fa!, quello dietro è aperto. Ma la cenere è più leggera, la porta il vento. Lo sputo no. Lo sputo pesa. Porta catrame, nicotina, inquinamento, disprezzo. Per una vita che non è più vita.
Salgono passeggeri dove non ci sono fermate, questo è davvero autobus per povera gente. Costa poco, rispetto agli altri. Salgono lavoratori che tornano a casa dopo il lavoro, pure loro avranno da sputare il loro sangue, il loro catrame, il peso di una vita che si fa sempre più dura.
Chiedo al bigliettaio se mi possono far scendere non alla fermata ufficiale ma vicino al mio hotel, che è di strada. Naturalmente non fanno problemi, si può fare. Saluto, mangio qualcosa da solo, vado a dormire, sereno e leggero. Domani sarà Kosovo. Domani sarà pure Metohija, la terra dei monasteri. E’ il nome giusto per quella terra.
A Dečani il sole filtra dalle finestre della chiesa. E’ bello. Ma io accendo un cero, di quelli grandi. Mia figlia non sta bene, me lo hanno detto al telefono. Niente di che, ma dentro sento qualcosa che non va. Allora accendo il cero, chiamo il suo nome. Dentro la chiesa, stavolta, anche io pregherò.
Con padre Petar visito alcune famiglie che verranno sostenute a distanza. Ho bisogno dei loro dati. E il solito rituale si svolge. Si arriva, si stringono mani, si chiedono nomi. Le storie, sembrano sempre le stesse.Ma le persone no, quelle cambiano ogni volta. Prima di conoscere questa nuove famiglie abbiamo consegnato i sostegni a distanza a nove famiglie che avevamo conosciuto a novembre scorso. Alcuni dei loro figli verranno in Italia a Settembre, in una iniziativa di conoscenza e scambio. Petar scatta foto a me e ai bambini. Sono foto belle, vive, piene di amore. Stiamo facendo cose importanti, anche se piccole e minime. Ma di più non riusciamo e questo, in ogni caso, sembra davvero molto, vista la considerazione che c’è per quel che si fa.
A Raušić passiamo vicino alle case distrutte dei serbi. E’ il passato che va a braccetto col presente, fatto di cimiteri ortodossi invasi da sterpaglie, con le lapidi distrutte, in frantumi.
A Djurakovac c’è la chiesa ortodossa anche lei invasa dalle sterpaglie mentre, poco distante, una nuova moschea lucida e bianca e brillante, fa sfoggio di se.
Visitiamo la famiglia di Zvezdan Arsić, una di quelle che andremo a sostenere dalla prossima volta.
Mi colpisce l’aspetto di quest’uomo, malato e gracile, che fa della terra la sua unica fonte di sostentamento.
Solo che, ci dice, da cinque giorni hanno tagliato l’acqua e non può annaffiare il suo orto. Che sta rinsecchendo, così come i fiori nei vasi che Zvezdan ci mostra, sconsolato e tenero. Tutto intorno mi sembra povero, abbandonato, rassegnato. Padre Petar mi mostra, anche se ormai le conosco bene, quelle che erano le case dei serbi: distrutte. Ma mi dice, anche… “Le case dei serbi le riconosci bene perché o sono quelle distrutte che si incontrano nel paesaggio, o sono quelle piccole, piccole…”.
E’ vero. Qualcosa gli hanno ricostruito a questi serbi ostinati che non vanno via o che sono tornati. Ma sono davvero architetture minimali. Due stanze, un cesso, un tetto. E basta. Spesso, costruite vicino alle vecchie case, andate in rovina, saccheggiate e depredate. Quello che eravamo, quello che siamo diventati.
Ma alla Serbia che vuole l’Europa, tutto questo appare davvero lontano.
La notte a Dečani è incantevole, anche se triste e preoccupata. Mia figlia non migliora, la cosa sembra più seria di quello che appariva all’inizio. Dormo col cellulare acceso, in attesa di qualche messaggio rassicurante. Che non arriva.
“Io, io… le metterò da parte le mie idee.
Non starò a ripeterle ancora, come ho fatto in questi dodici anni. No, basta. Mi arrendo. Mi dichiaro sconfitto. Non le rinnegherò, ma nemmeno starò qui ancora a difenderle, come fossi un Don Chishotte dei tempi moderni.
Ve la do vinta, tutto quel che avete sempre affermato e sostenuto, anche con bugie secondo me, sulla Jugoslavia, sulla Serbia, sul Kosovo e Metohija, ve lo riconosco buono. Non mi sentirete più. Mai più. Però…
Però proprio voi, che avete sostenuto che in Kosovo era in atto una pulizia etnica… che andava fermato il dittatore pazzo sanguinario, Milosević… che andavano arrestati i suoi complici, come Mladić… voi che avete affermato ovunque e sempre e con forza che la Serbia andava fermata, perché il suo nazionalismo esasperato stava producendo tragedie, calpestando diritti umani, violando leggi e regole internazionali… voi.. voi… come potete tollerare tutto questo, adesso, in silenzio?
Voi che avete abbracciato, facendo vostre, le motivazioni di interventi considerati umanitari, cosa fate oggi? Dove è la vostra umanità, davanti a persone come Zvezdan?
Io non ero e non sono d’accordo con voi, ma il mio è un parere poco importante. Ma voi che avete difeso, a vostro modo di vedere e di dire, diritti umani, e che pensate di sostenerli ancora, ieri come oggi, non sono forse umani i diritti anche di queste persone? E perché, allora, ve ne state in silenzio?
Perché restate in silenzio davanti ai tanti serbi scomparsi, ai quali hanno forzatamente espiantato organi, immessi nel mercato clandestino per finanziare movimenti di liberazione che fanno sfoggio, nel Kosovo “moderno e liberato”, di bandiere USA da balconi e tetti, quasi fossero le loro? Perché voi, si proprio voi, oggi, non dite nulla?”
A Dečani si incontrano i vescovi di Žiča, monastero vicino Kraljevo, un tempo sede del patriarcato e di Raška e Prizren, quindi della Metohija. Sono Hrisoston e Teodosije.
Nell’omelia Hrisoston esalta il ruolo, fondamentale per i serbi che resistono, dei monaci di Dečani.
Petar deve servire messa, “ho il servizio”, ci dice.
Alla fine saluteremo lui e Isaja, mentre Andrej lo salutiamo per telefono. Speriamo di rivederci presto.
Alla frontiera fra Serbia e Kosovo un poliziotto fa l’occhiolino in modo evidente e spudorato a Vesna, la ragazza della Croce Rossa che ci ha accompagnato, facendo anche da interprete.
Così vanno le cose, così sembrano proprio andare.
Mentre lasciamo Kosovska Mitrovica, sulla strada del ritorno inizia a piovere. Speriamo la pioggia arrivi da Zvezdan, e da quelle famiglie che non hanno acqua per il proprio orto. E speriamo pure che quel cero acceso, mantenga la sua luce a lungo. Mia figlia deve guarire.
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