Ecco il mio nuovo video, "Tempo di digiuno".
La difficile vita di alcune famiglie di serbi nei villaggi intorno Gnjilane, in Kosovo e Metohija. L'impegno di monaci come padre Ilarion e di associazioni come Un Ponte per... a creare veri e propri ponti di solidarietà, nell'indifferenza generale che avvolge tutto quello che è conseguenza della tragica guerra "umanitaria" del 1999, che la Nato scatenò contro la ex Jugoslavia e la Serbia.
http://www.youtube.com/watch?v=xkz7lzF08vg
domenica 24 giugno 2012
lunedì 21 maggio 2012
21 maggio 2012, monologo per attore vero.
E certo, piove.
Non poteva essere altrimenti. Non poteva che piovere, in un giorno così.
Non poteva esserci sole, oggi.
Il sole, non poteva accettare di uscire senza che tu potessi vederlo.
Io... io non verrò a questo ultimo appuntamento. La tua piazza voglio ricordarla diversa. No, non verrò. Non posso vederti così, non voglio, non sarebbe giusto. Non posso vederti in quella scatola di legno... La tua voce ce l'ho impressa, nella mente. La sento pronunciare il mio nome, la sento che mi chiama, "Ale!". Ce l'ho impressa nella mente, la ascolto, con quel cuore di cui mi insegnasti a riconoscere i battiti. Adesso, ascolterò le nostre canzoni, so già che le ascolterò. Ho bisogno di ascoltarle. Riporteranno indietro i giorni, fino ad arrivare ai nostri, giorni.
Ascoltavamo le onde del mare, nel silenzio dei nostri respiri. Passioni svanite nello scorrere lento, del tempo. Che cancella i ricordi. Mai, avrei pensato di ridurti a ricordo. E non lo farò, nemmeno stavolta. La tua voce la ascolto, nitida, nel mio cuore. Tu continua a parlarmi. Io ci sarò.
(Oddio, è uscito il sole. E certo, il sole non poteva starsene chiuso dietro le nuvole di pioggia, in un giorno così. Doveva esserci il sole, oggi. Doveva salutarti. Dovevi rivederlo, ancora.
Io... io, però, non verrò a questo ultimo appuntamento.)
Io... io non verrò a questo ultimo appuntamento. La tua piazza voglio ricordarla diversa. No, non verrò. Non posso vederti così, non voglio, non sarebbe giusto. Non posso vederti in quella scatola di legno... La tua voce ce l'ho impressa, nella mente. La sento pronunciare il mio nome, la sento che mi chiama, "Ale!". Ce l'ho impressa nella mente, la ascolto, con quel cuore di cui mi insegnasti a riconoscere i battiti. Adesso, ascolterò le nostre canzoni, so già che le ascolterò. Ho bisogno di ascoltarle. Riporteranno indietro i giorni, fino ad arrivare ai nostri, giorni.
Ascoltavamo le onde del mare, nel silenzio dei nostri respiri. Passioni svanite nello scorrere lento, del tempo. Che cancella i ricordi. Mai, avrei pensato di ridurti a ricordo. E non lo farò, nemmeno stavolta. La tua voce la ascolto, nitida, nel mio cuore. Tu continua a parlarmi. Io ci sarò.
(Oddio, è uscito il sole. E certo, il sole non poteva starsene chiuso dietro le nuvole di pioggia, in un giorno così. Doveva esserci il sole, oggi. Doveva salutarti. Dovevi rivederlo, ancora.
Io... io, però, non verrò a questo ultimo appuntamento.)
martedì 20 marzo 2012
Tempo di digiuno
Padre Ilarion è un monaco ortodosso, che vive nel monastero di Draganac, zona di Gnjlane, Kosovo ovest. Proviene dal monastero di Visoki Dečani, il più importante per la chiesa ortodossa serba. Nel pogrom antiserbo del marzo del 2004, più di 150 fra monasteri e chiese ortodosse, oltre a molte case e cimiteri, furono distrutti o incendiati dalla furia indipendentista kosovaro-albanese, che avrebbe avuto soddisfazione 4 anni dopo, il 17 febbraio 2008, quando il Kosovo si autoproclamò indipendente, subito riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato.
A Draganac c’è tanto da fare. Nel monastero, un vero e proprio cantiere in ristrutturazione continua, c’è tanto da realizzare e sistemare. Dai locali della chiesa ai locali per i monaci, da quelli per gli ospiti alle strutture per gli animali. Qui, proprio in questo monastero, c'è una sorgente d'acqua che si crede sia benedetta. E così, il venerdì dopo la Pasqua si celebra la Vergine Maria e questa sua fonte miracolosa. Vengono in migliaia a prendere l'acqua, moltissimi gli albanesi che, come in altri monasteri, cercano la grazia di Dio, anche se ortodosso...
Ma padre Ilarion si sta occupando anche e, soprattutto, di altro. Ad esempio, delle tante famiglie serbe della zona, che vivono in condizioni assurde.
Isolate dall’intolleranza del fanatismo indipendentista "made in Usa", dall’oblio di mezzi di informazione per nulla interessati alle loro vite, isolate dalla natura che, da queste parti, a volte le rende irraggiungibili. Come nei mesi scorsi, gennaio e febbraio, quando oltre due metri di neve hanno reso la loro situazione ancora più drammatica. Per la mancanza di cibo, di acqua e per la difficoltà a portare loro un minimo di sostegno e aiuto.
Queste famiglie ricevono un pasto al giorno dalla Cucina Popolare, una piccola organizzazione guidata da Svetlana, una donna serba che in questi anni è riuscita a garantire pasti e sostegno per circa 800 famiglie. Ma ricevono aiuti anche dal monastero e, quindi, da padre Ilarion, che divide donazioni, sceglie i beneficiari, gliele porta direttamente.
La cosa che più sconvolge ma che, pure e incredibilmente, riconcilia con la vita, è vedere come queste famiglie siano piene di bambini!
Vedere come la vita scorra anche in questi posti dimenitcati, dove per arrivarci ti ci vorrebbe una jeep delle ricche ONG umanitarie che sfrecciano per le strade umanitariamente distrutte da bombe altrettanto umanitarie! E tu non ce le hai, quelle jeep e per fortuna. Perché rappresenti una associazione così piccola che in questi posti ci puoi arrivare solo accompagnato dal furgone di Radovan, del villaggio di Koš, vicino Osojane, in piena Metohija. Ci arrivi con le sue manovre, a volte improbabili, ma pure con la tua ostinazione. E pure con la tua rabbia. Si, serve anche quella.
Perché poi ti chiedi come mai nessuno racconta di questa gente, della loro vita. Ti chiedi del perché il vivere in queste condizioni non diventi grido di dolore da far sentire al mondo! Ti chiedi perché il Kosovo e la Metohija siano stati ridotti così, senza che nessuno abbia mosso un dito.
Per distruggerlo e creare questa finta e insopportabile pseudo-libertà e pseudo-indipendenza, è stato ridotto prima a un ammasso di macerie, ora lasciato a se stesso. Che si consumino le violenze contro i serbi nella Metohija, che si consumino nell’isolamento più totale gli stessi serbi del Kosovo! E si costruiscano ancora nel "Kosovo libero e indipendente" alberghi lussuosi, pompe di benzina, statue della Libertà (a Priština, sopra un hotel), statue dei Liberatori (Bill Clinton, sempre a Priština).
E si lascino marcire le carogne di tantissimi animali ammazzati dalle auto lungo le strade. Cani, gatti, volpi… si lascino così, che tanto il Kosovo e la Metohija sono ridotti a una discarica a cielo aperto, dove l’immondizia la trovi ovunque. Vicino le case, lungo le strade, sparsa nei campi.
Era forse questa, dunque, la libertà a cui si aspirava? Era questa la voglia di indipendenza? Era il poter sventolare le bandiere dell’Albania e degli Stati Uniti su tanti, troppi balconi? Era il ricevere soldi a fondo perduto per permettere che il territorio fosse ripulito da persone scomode? Nei pressi di Uroševac, a sud della regione, va sempre ricordato, sorge Bond Steel, la più grande base degli Usa in Europa. Una vera e propria città di cui poco si sa e poco si deve sapere. E chi può controllare un territorio da cui nulla deve trapelare, meglio di mafie, malavita e narcotraffico?
Siamo in tempo di Quaresima e padre Ilarion mi illustra la pratica del digiuno, osservata per sette settimane prima della Pasqua, con esclusione del sabato e della domenica, tanto da arrivare a 35 giorni di digiuno. Un digiuno detto dell’acqua, cioè si mangiano solo cose bollite, niente carne e pesce, niente proteine animali né oli, niente vino. Si arriverà a 36,5 giorni, col sabato santo e metà della domenica di Pasqua. Così si arriva a un decimo dell’anno di digiuno, offerto al Cristo Redentore. I classici 40 giorni si superano durante l’anno, arrivando a digiunare per la festa della Madonna ad agosto.
Ma andando per questi villaggi, visitando queste famiglie, davvero non sembra necessario rispettare date e ricorrenze per ottenere digiuni. La loro condizione di estrema povertà li porta a mangiare spesso solo pane e farinacei, la carne è davvero cosa rara.
Parlare di Europa, di entrata nell’Unione Europea da queste parti fa sorridere. Così come parlare di sacrifici da compiere per superare la crisi. Così come fa sorridere incontrare all’aeroporto a Belgrado, al ritorno, operai specializzati della nuova Fiat che "esporta lavoro". Fa sorridere sentirli preoccupati del cibo mangiato in Serbia, in questo loro distaccamento forzato, prendere o lasciare, si lavora lontano dalla tua famiglia, dalla tua casa, perché c’è da istruire gli operai serbi per farli produrre tanto pagandoli poco, zero diritti. Ma non erano umani, quei diritti, erano solo roba di malattie, turni con orari decenti, tutela delle donne, figli da crescere, ferie, pause pranzo, cose così… Fa sorridere e anche tenerezza, che siano preoccupati per il cibo. Sanno che le bombe hanno fatto danni anche al ciclo vitale. Uranio impoverito, plutonio, radiazioni, inquinamento chimico e batteriologico, lo sanno, glielo hanno detto! Ma devono arrangiarsi. Sanno pure che la gente qui si ammala e tanto e sempre di più, a causa di tutto quello che c’è stato... Qualcuno ha dimenticato? Sono passati 13 anni da quel 24 marzo 1999, quando la Jugoslavia, ridotta ai minimi termini, fu definitivamente affossata da 78 giorni di bombardamenti della Nato, ai quali partecipò anche l’Italia… Ci dissero che si andava a proteggere civili e portare democrazia e rispetto di diritti umani… Si, è vero, fa proprio sorridere tutto questo.
Ma devono rischiare, questi lavoratori "signorsi", ché la lettera di licenziamento è pronta, sul tavolo, anche per loro che hanno accettato abbassando la testa. Sono quasi 1700 e stanno a Kragujevac, dove non c’è più posto per dormire, con intere famiglie di serbi, senza salario e senza lavoro, che si sono trasferite a casa di parenti o amici, pur di affittare agli italiani la propria anche a prezzi stracciati e riuscire a guadagnare qualcosa per sopravvivere.
Fa sorridere tutto ciò. Ma anche piangere.
Gli sguardi dei bambini di queste famiglie che visitiamo in questi villaggi nei dintorni di Gnjlane e di Novo Brdo, non sappiamo toglierceli dagli occhi. Alcuni sereni, nonostante tutto, altri impauriti da situazioni difficili anche nei rapporti dentro la famiglia stessa, altri persi nel vuoto di problemi psichici, chi mai se ne occuperà?
Si, quello sguardo ti resta appiccicato addosso. Professionisti dei diritti umani non vengono fino quaggiù. Preferiscono luoghi più adatti alla ribalta, dove c’è il dittatore da sconfiggere e ammazzare, fantomatici quanto opportunistici oppositori da foraggiare con armi, soldi e coi quali accordarsi per il futuro da sfruttare.
Ma qui no, non viene nessuno. Non ci sono dittatori, qui. La Serbia è paese democratico, ormai, si manganellano manifestanti come dalle nostre parti e si finisce in carcere se protesti troppo, anche se puzzi di fame. Questo, poi, dicono pure che sia Kosovo, altro governo, altra "democrazia", con a capo criminali indagati per traffico di organi umani, ma liberamente eletti dal popolo! E allora?
E allora… Allora questi bambini, semplicemente, non esistono!
Stupidi noi che li andiamo a cercare, che torniamo con nella mente e nel cuore tante idee per farli sorridere, almeno un po’, mica tanto, solo un po’… Smeješ se!, sorridi, bambina persa nel vuoto di un gioco che neppure riesci a sognare. Vuoi vederlo il mare? Lo sai cos’è? In televisione l’avrai anche visto. Non ti ci porta nessuno, proveremo a farlo noi.
Ci vorranno soldi, sarà difficile trovarli. Mica dobbiamo comprarci aerei da guerra! Per quelli si troverebbero facilmente, per il tuo sorriso no. Per il tuo sorriso, per vederlo sbocciare come fiore a primavera, bisogna scalare montagne, bisogna pregare ma non il tuo Dio, che pure ti guarda e ti benedice. No, bisogna pregare gli umani, quelli che non si fanno troppi scrupoli davanti a immagini come quelle della tua povera casa, perché sanno trovare alibi.
Ma noi, che siamo cocciuti e testardi come i cromosomi che ti porti dentro, alla fine, puoi giurarci, il mare te lo faremo conoscere. E toccare. E giocare. Insieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, insieme ai tuoi amichetti, quelli del villaggio vicino, così vicino che nemmeno puoi giocarci insieme. E’ pericoloso e la sera c’è coprifuoco.
Passano follia e provocazione, tirano sassi alle finestre, vogliono spaventare il tuo sonno. A volte sparano. Alla fine ci riescono, ti spaventano.
Ma tu chiudi i tuoi occhi e prova a dormire lo stesso. Prova a sognarlo, quel mare visto in televisione. Vedrai, da vicino sarà pure più bello.
A Draganac c’è tanto da fare. Nel monastero, un vero e proprio cantiere in ristrutturazione continua, c’è tanto da realizzare e sistemare. Dai locali della chiesa ai locali per i monaci, da quelli per gli ospiti alle strutture per gli animali. Qui, proprio in questo monastero, c'è una sorgente d'acqua che si crede sia benedetta. E così, il venerdì dopo la Pasqua si celebra la Vergine Maria e questa sua fonte miracolosa. Vengono in migliaia a prendere l'acqua, moltissimi gli albanesi che, come in altri monasteri, cercano la grazia di Dio, anche se ortodosso...
Ma padre Ilarion si sta occupando anche e, soprattutto, di altro. Ad esempio, delle tante famiglie serbe della zona, che vivono in condizioni assurde.
Isolate dall’intolleranza del fanatismo indipendentista "made in Usa", dall’oblio di mezzi di informazione per nulla interessati alle loro vite, isolate dalla natura che, da queste parti, a volte le rende irraggiungibili. Come nei mesi scorsi, gennaio e febbraio, quando oltre due metri di neve hanno reso la loro situazione ancora più drammatica. Per la mancanza di cibo, di acqua e per la difficoltà a portare loro un minimo di sostegno e aiuto.
Queste famiglie ricevono un pasto al giorno dalla Cucina Popolare, una piccola organizzazione guidata da Svetlana, una donna serba che in questi anni è riuscita a garantire pasti e sostegno per circa 800 famiglie. Ma ricevono aiuti anche dal monastero e, quindi, da padre Ilarion, che divide donazioni, sceglie i beneficiari, gliele porta direttamente.
La cosa che più sconvolge ma che, pure e incredibilmente, riconcilia con la vita, è vedere come queste famiglie siano piene di bambini!
Vedere come la vita scorra anche in questi posti dimenitcati, dove per arrivarci ti ci vorrebbe una jeep delle ricche ONG umanitarie che sfrecciano per le strade umanitariamente distrutte da bombe altrettanto umanitarie! E tu non ce le hai, quelle jeep e per fortuna. Perché rappresenti una associazione così piccola che in questi posti ci puoi arrivare solo accompagnato dal furgone di Radovan, del villaggio di Koš, vicino Osojane, in piena Metohija. Ci arrivi con le sue manovre, a volte improbabili, ma pure con la tua ostinazione. E pure con la tua rabbia. Si, serve anche quella.
Perché poi ti chiedi come mai nessuno racconta di questa gente, della loro vita. Ti chiedi del perché il vivere in queste condizioni non diventi grido di dolore da far sentire al mondo! Ti chiedi perché il Kosovo e la Metohija siano stati ridotti così, senza che nessuno abbia mosso un dito.
Per distruggerlo e creare questa finta e insopportabile pseudo-libertà e pseudo-indipendenza, è stato ridotto prima a un ammasso di macerie, ora lasciato a se stesso. Che si consumino le violenze contro i serbi nella Metohija, che si consumino nell’isolamento più totale gli stessi serbi del Kosovo! E si costruiscano ancora nel "Kosovo libero e indipendente" alberghi lussuosi, pompe di benzina, statue della Libertà (a Priština, sopra un hotel), statue dei Liberatori (Bill Clinton, sempre a Priština).
E si lascino marcire le carogne di tantissimi animali ammazzati dalle auto lungo le strade. Cani, gatti, volpi… si lascino così, che tanto il Kosovo e la Metohija sono ridotti a una discarica a cielo aperto, dove l’immondizia la trovi ovunque. Vicino le case, lungo le strade, sparsa nei campi.
Era forse questa, dunque, la libertà a cui si aspirava? Era questa la voglia di indipendenza? Era il poter sventolare le bandiere dell’Albania e degli Stati Uniti su tanti, troppi balconi? Era il ricevere soldi a fondo perduto per permettere che il territorio fosse ripulito da persone scomode? Nei pressi di Uroševac, a sud della regione, va sempre ricordato, sorge Bond Steel, la più grande base degli Usa in Europa. Una vera e propria città di cui poco si sa e poco si deve sapere. E chi può controllare un territorio da cui nulla deve trapelare, meglio di mafie, malavita e narcotraffico?
Siamo in tempo di Quaresima e padre Ilarion mi illustra la pratica del digiuno, osservata per sette settimane prima della Pasqua, con esclusione del sabato e della domenica, tanto da arrivare a 35 giorni di digiuno. Un digiuno detto dell’acqua, cioè si mangiano solo cose bollite, niente carne e pesce, niente proteine animali né oli, niente vino. Si arriverà a 36,5 giorni, col sabato santo e metà della domenica di Pasqua. Così si arriva a un decimo dell’anno di digiuno, offerto al Cristo Redentore. I classici 40 giorni si superano durante l’anno, arrivando a digiunare per la festa della Madonna ad agosto.
Ma andando per questi villaggi, visitando queste famiglie, davvero non sembra necessario rispettare date e ricorrenze per ottenere digiuni. La loro condizione di estrema povertà li porta a mangiare spesso solo pane e farinacei, la carne è davvero cosa rara.
Parlare di Europa, di entrata nell’Unione Europea da queste parti fa sorridere. Così come parlare di sacrifici da compiere per superare la crisi. Così come fa sorridere incontrare all’aeroporto a Belgrado, al ritorno, operai specializzati della nuova Fiat che "esporta lavoro". Fa sorridere sentirli preoccupati del cibo mangiato in Serbia, in questo loro distaccamento forzato, prendere o lasciare, si lavora lontano dalla tua famiglia, dalla tua casa, perché c’è da istruire gli operai serbi per farli produrre tanto pagandoli poco, zero diritti. Ma non erano umani, quei diritti, erano solo roba di malattie, turni con orari decenti, tutela delle donne, figli da crescere, ferie, pause pranzo, cose così… Fa sorridere e anche tenerezza, che siano preoccupati per il cibo. Sanno che le bombe hanno fatto danni anche al ciclo vitale. Uranio impoverito, plutonio, radiazioni, inquinamento chimico e batteriologico, lo sanno, glielo hanno detto! Ma devono arrangiarsi. Sanno pure che la gente qui si ammala e tanto e sempre di più, a causa di tutto quello che c’è stato... Qualcuno ha dimenticato? Sono passati 13 anni da quel 24 marzo 1999, quando la Jugoslavia, ridotta ai minimi termini, fu definitivamente affossata da 78 giorni di bombardamenti della Nato, ai quali partecipò anche l’Italia… Ci dissero che si andava a proteggere civili e portare democrazia e rispetto di diritti umani… Si, è vero, fa proprio sorridere tutto questo.
Ma devono rischiare, questi lavoratori "signorsi", ché la lettera di licenziamento è pronta, sul tavolo, anche per loro che hanno accettato abbassando la testa. Sono quasi 1700 e stanno a Kragujevac, dove non c’è più posto per dormire, con intere famiglie di serbi, senza salario e senza lavoro, che si sono trasferite a casa di parenti o amici, pur di affittare agli italiani la propria anche a prezzi stracciati e riuscire a guadagnare qualcosa per sopravvivere.
Fa sorridere tutto ciò. Ma anche piangere.
Gli sguardi dei bambini di queste famiglie che visitiamo in questi villaggi nei dintorni di Gnjlane e di Novo Brdo, non sappiamo toglierceli dagli occhi. Alcuni sereni, nonostante tutto, altri impauriti da situazioni difficili anche nei rapporti dentro la famiglia stessa, altri persi nel vuoto di problemi psichici, chi mai se ne occuperà?
Si, quello sguardo ti resta appiccicato addosso. Professionisti dei diritti umani non vengono fino quaggiù. Preferiscono luoghi più adatti alla ribalta, dove c’è il dittatore da sconfiggere e ammazzare, fantomatici quanto opportunistici oppositori da foraggiare con armi, soldi e coi quali accordarsi per il futuro da sfruttare.
Ma qui no, non viene nessuno. Non ci sono dittatori, qui. La Serbia è paese democratico, ormai, si manganellano manifestanti come dalle nostre parti e si finisce in carcere se protesti troppo, anche se puzzi di fame. Questo, poi, dicono pure che sia Kosovo, altro governo, altra "democrazia", con a capo criminali indagati per traffico di organi umani, ma liberamente eletti dal popolo! E allora?
E allora… Allora questi bambini, semplicemente, non esistono!
Stupidi noi che li andiamo a cercare, che torniamo con nella mente e nel cuore tante idee per farli sorridere, almeno un po’, mica tanto, solo un po’… Smeješ se!, sorridi, bambina persa nel vuoto di un gioco che neppure riesci a sognare. Vuoi vederlo il mare? Lo sai cos’è? In televisione l’avrai anche visto. Non ti ci porta nessuno, proveremo a farlo noi.
Ci vorranno soldi, sarà difficile trovarli. Mica dobbiamo comprarci aerei da guerra! Per quelli si troverebbero facilmente, per il tuo sorriso no. Per il tuo sorriso, per vederlo sbocciare come fiore a primavera, bisogna scalare montagne, bisogna pregare ma non il tuo Dio, che pure ti guarda e ti benedice. No, bisogna pregare gli umani, quelli che non si fanno troppi scrupoli davanti a immagini come quelle della tua povera casa, perché sanno trovare alibi.
Ma noi, che siamo cocciuti e testardi come i cromosomi che ti porti dentro, alla fine, puoi giurarci, il mare te lo faremo conoscere. E toccare. E giocare. Insieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, insieme ai tuoi amichetti, quelli del villaggio vicino, così vicino che nemmeno puoi giocarci insieme. E’ pericoloso e la sera c’è coprifuoco.
Passano follia e provocazione, tirano sassi alle finestre, vogliono spaventare il tuo sonno. A volte sparano. Alla fine ci riescono, ti spaventano.
Ma tu chiudi i tuoi occhi e prova a dormire lo stesso. Prova a sognarlo, quel mare visto in televisione. Vedrai, da vicino sarà pure più bello.
sabato 18 febbraio 2012
Orecchie, occhi, parole...
Chiederanno ai serbi, in maniera sempre più pressante, di sacrificare la loro terra, il Kosovo e la Metohija, per far entrare la Serbia nell'Unione Europea... e poi, gli chiederannno sacrifici sempre più alti, per farcela restare. Tito aveva intuito che la terza via, quella dei non alllineati, era possibile. Oggi, sarebbe ancora l'unica possibilità per togliersi il cappio al collo messo a tanti paesi sovrani, fra i quali il nostro.
In questo quadro, parlare dei dimenticati del Kosovo e della Metohija, a 13 anni dai bombardamenti della Nato, a 4 anni dall' autoproclamazione del "Kosovo indipendente", riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato ma non dalla maggior parte dei paesi che stanno nelle Nazioni Unite, è difficile.
Orecchie sensibili ce ne sono sempre meno, che non siano di mercanti... occhi onesti che non abbiano come secondo fine quello di speculare sulla tragedia di questo popolo, pure... parole libere, non condizionate dalla ricerca del consenso a tutti costi, diventano utopia.
Allora, ecco il mio video, il primo di cui sono totalmente "responsabile" (dalle riprese al montaggio, dai testi alla scelta delle musiche, fino al titolo...). Tranquilli, sarà il primo di una serie. Perchè fino a che avrò forza e voce, racconterò quello che le mie orecchie ascoltano, che i miei occhi vedono, che le mie parole hanno il dovere di testimoniare... l'ingiustizia perpetrata ai danni dei serbi del Kosovo e della Metohija.
http://www.youtube.com/watch?v=fAeR9cW5olw
http://www.youtube.com/watch?v=UhcnbuU581g&feature=related
buona visione.
In questo quadro, parlare dei dimenticati del Kosovo e della Metohija, a 13 anni dai bombardamenti della Nato, a 4 anni dall' autoproclamazione del "Kosovo indipendente", riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato ma non dalla maggior parte dei paesi che stanno nelle Nazioni Unite, è difficile.
Orecchie sensibili ce ne sono sempre meno, che non siano di mercanti... occhi onesti che non abbiano come secondo fine quello di speculare sulla tragedia di questo popolo, pure... parole libere, non condizionate dalla ricerca del consenso a tutti costi, diventano utopia.
Allora, ecco il mio video, il primo di cui sono totalmente "responsabile" (dalle riprese al montaggio, dai testi alla scelta delle musiche, fino al titolo...). Tranquilli, sarà il primo di una serie. Perchè fino a che avrò forza e voce, racconterò quello che le mie orecchie ascoltano, che i miei occhi vedono, che le mie parole hanno il dovere di testimoniare... l'ingiustizia perpetrata ai danni dei serbi del Kosovo e della Metohija.
http://www.youtube.com/watch?v=fAeR9cW5olw
http://www.youtube.com/watch?v=UhcnbuU581g&feature=related
buona visione.
martedì 15 novembre 2011
Quando si dice, la fortuna!
Bene, Berlusconi se n’è andato e siamo tutti contenti. Ma sarà vero?
Sarà vero che se n’è proprio andato? E sarà vero che siamo tutti contenti?
Il popolo in piazza ha festeggiato, lasciandosi andare a quel senso di liberazione che l’ha pervaso alla notizia del dimissionario premier.
C’è chi non ha avuto proprio nulla da festeggiare. A parte i suoi fedelissimi, non hanno avuto nulla da festeggiare coloro i quali non arrivano alla fine del mese perché, come recita uno slogan efficace, alla fine dello stipendio manca sempre troppo mese!
Non hanno avuto modo di festeggiare i precari, gli studenti, i lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, gli ospedalieri, gli sfruttati del privato, i pensionati… perché non una parola di speranza per il loro futuro o per un anche minimo cambiamento nella loro vita è giunta da chi è stato chiamato a sostituire Berlusconi.
Siamo contenti, è vero, non possiamo negarlo. Berlusconi è andato… e fra gli scontenti ci sono i fascisti o post fascisti, che sempre fascisti sono. Cartelli appesi sulle grate dell’università di Roma Tor Vergata che la vigilanza, in altri casi sempre molto attenta, si guarda bene dal rimuovere… Comandi dall’alto, affinità di pensiero o paura di pestaggi e ritorsioni da parte dei fascisti del nuovo millennio?
Del resto qui a Tor Vergata Casapound è di casa.
Cartelli appesi contro questa “offesa alla nazione”, che si è vista imporre un governo dalle banche del grande potere economico. Un potere che, però, proprio loro, i fascisti, storicamente hanno sempre spalleggiato e difeso. Scarsa memoria, opportunismo o riconoscenza verso Berlusconi, uno dei maggiori artefici del loro sdoganamento?
Ma anche a sinistra, la sinistra vera, in molti non sanno di cosa essere contenti. Il governo Monti, imposto dalla Banche e dal mondo della Finanza dell’Unione Europea, non promette nulla di buono.
Lacrime e sangue che, al solito, dovremo versare noi comuni lavoratori, in quanto nessuno oserà toccare i privilegi della casta. Dall’evasione fiscale, alle milionarie proprietà.
Questa sensazione di paese a sovranità limitata è molto più reale di quanto si possa credere. Tanto che andare alle elezioni, occasione per toglierci di mezzo tanti parlamentari analfabeti o eletti per servigi tutt’altro che nobili, è stata ritenuta una perdita di tempo. Una cosa inutile.
E, in effetti… da quanto tempo le elezioni non sono più utili?
Chi si scandalizza oggi nel vedere ridotto il nostro paese a servo di interessi superiori che vengono da oltre la Alpi e da oltre i nostri mari, dovrebbe rifletterci, sempre che sia in buona fede e porsi la domanda: da quanto tempo questa è, di fatto, la realtà?
Io dico che dovremmo gioire, invece e tanto!
Fare cortei, caroselli festosi, iniziative nelle strade.
Ma non con la motivazione di quelli scesi in piazza a Montecitorio, che si sentono liberati più da un feticcio insopportabile e ingombrante, odioso nella sua protervia quanto ridicolo nella sua goffaggine e che non sospettano neppure da cosa si dovranno liberare domani e dopodomani.
Dovremmo gioire perché il cambiamento è avvenuto senza le bombe della Nato. Ma ci pensate se avessero scelto di liberarci e restituirci “democrazia” alla stessa maniera dell’Iraq di Saddam? O dell’Afghanistan dei Talebani? O della Jugoslavia di Milošević? O della Libia di Gheddafi?
Da quanto tempo siamo un paese a sovranità limitata?
In politica estera innanzitutto, con la scusa di esportare “democrazia”. La stessa “democrazia” che oggi vuole più solide garanzie da offrire al Grande Capitale Internazionale. Lacrime e sangue.
Ma si, c’è proprio da gioire. Berlusconi se n’è andato senza neppure bisogno delle bombe, intere o a frammentazione, dell’uranio impoverito o gas nervini. Sono bastati spread e titoli di borsa.
State tranquilli, avrà di che consolarsi. Ha molte nipotine, Silvio, anche straniere. Ma che fortuna, per noi, vivere aldiquà dell’Adriatico!
Sarà vero che se n’è proprio andato? E sarà vero che siamo tutti contenti?
Il popolo in piazza ha festeggiato, lasciandosi andare a quel senso di liberazione che l’ha pervaso alla notizia del dimissionario premier.
C’è chi non ha avuto proprio nulla da festeggiare. A parte i suoi fedelissimi, non hanno avuto nulla da festeggiare coloro i quali non arrivano alla fine del mese perché, come recita uno slogan efficace, alla fine dello stipendio manca sempre troppo mese!
Non hanno avuto modo di festeggiare i precari, gli studenti, i lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, gli ospedalieri, gli sfruttati del privato, i pensionati… perché non una parola di speranza per il loro futuro o per un anche minimo cambiamento nella loro vita è giunta da chi è stato chiamato a sostituire Berlusconi.
Siamo contenti, è vero, non possiamo negarlo. Berlusconi è andato… e fra gli scontenti ci sono i fascisti o post fascisti, che sempre fascisti sono. Cartelli appesi sulle grate dell’università di Roma Tor Vergata che la vigilanza, in altri casi sempre molto attenta, si guarda bene dal rimuovere… Comandi dall’alto, affinità di pensiero o paura di pestaggi e ritorsioni da parte dei fascisti del nuovo millennio?
Del resto qui a Tor Vergata Casapound è di casa.
Cartelli appesi contro questa “offesa alla nazione”, che si è vista imporre un governo dalle banche del grande potere economico. Un potere che, però, proprio loro, i fascisti, storicamente hanno sempre spalleggiato e difeso. Scarsa memoria, opportunismo o riconoscenza verso Berlusconi, uno dei maggiori artefici del loro sdoganamento?
Ma anche a sinistra, la sinistra vera, in molti non sanno di cosa essere contenti. Il governo Monti, imposto dalla Banche e dal mondo della Finanza dell’Unione Europea, non promette nulla di buono.
Lacrime e sangue che, al solito, dovremo versare noi comuni lavoratori, in quanto nessuno oserà toccare i privilegi della casta. Dall’evasione fiscale, alle milionarie proprietà.
Questa sensazione di paese a sovranità limitata è molto più reale di quanto si possa credere. Tanto che andare alle elezioni, occasione per toglierci di mezzo tanti parlamentari analfabeti o eletti per servigi tutt’altro che nobili, è stata ritenuta una perdita di tempo. Una cosa inutile.
E, in effetti… da quanto tempo le elezioni non sono più utili?
Chi si scandalizza oggi nel vedere ridotto il nostro paese a servo di interessi superiori che vengono da oltre la Alpi e da oltre i nostri mari, dovrebbe rifletterci, sempre che sia in buona fede e porsi la domanda: da quanto tempo questa è, di fatto, la realtà?
Io dico che dovremmo gioire, invece e tanto!
Fare cortei, caroselli festosi, iniziative nelle strade.
Ma non con la motivazione di quelli scesi in piazza a Montecitorio, che si sentono liberati più da un feticcio insopportabile e ingombrante, odioso nella sua protervia quanto ridicolo nella sua goffaggine e che non sospettano neppure da cosa si dovranno liberare domani e dopodomani.
Dovremmo gioire perché il cambiamento è avvenuto senza le bombe della Nato. Ma ci pensate se avessero scelto di liberarci e restituirci “democrazia” alla stessa maniera dell’Iraq di Saddam? O dell’Afghanistan dei Talebani? O della Jugoslavia di Milošević? O della Libia di Gheddafi?
Da quanto tempo siamo un paese a sovranità limitata?
In politica estera innanzitutto, con la scusa di esportare “democrazia”. La stessa “democrazia” che oggi vuole più solide garanzie da offrire al Grande Capitale Internazionale. Lacrime e sangue.
Ma si, c’è proprio da gioire. Berlusconi se n’è andato senza neppure bisogno delle bombe, intere o a frammentazione, dell’uranio impoverito o gas nervini. Sono bastati spread e titoli di borsa.
State tranquilli, avrà di che consolarsi. Ha molte nipotine, Silvio, anche straniere. Ma che fortuna, per noi, vivere aldiquà dell’Adriatico!
venerdì 21 ottobre 2011
Una delle Cartoline dal Kosovo e Metohija...
Cari amici,
Il mio nome è Sonja Vuković. Vivo a Osojane, comune di Istok, a Kosovo e Metohija. Lavoro in una scuola elementare come pedagogo. Mi piace lavorare con bambini, mi rallegrano, fanno ridere e mi fanno essere felice. Da anni porto alunni alle varie gite ma questo soggiorno a Roma per me è stato davvero una cosa speciale.
Da tanto tempo desideravo vedere Roma ed ecco, il mio è un esempio che i sogni possono diventare la realtà. Bisogna soltanto desiderare le cose giuste e Dio ci penserà a farle diventare la realtà nel momento giusto per noi. Roma è una città bellissima, è così meravigliosa che non ci sono le parole con cui potrei descrivere la sua bellezza. Camminare per le strade di Roma è un cammino sulle vie di eternità.
Quello che è più importante in assoluto è che ho conosciuto delle persone fantastiche, e in questo senso particolarmente Samantha ed Alessandro, le persone piene di calore, sincerità e amore. Grazie di aver riconosciuto l'ingiustizia che è stata compiuta verso il nostro paese. Grazie per amare i Serbi e la Serbia. Dopo tante sconfitte che abbiamo vissuto come popolo, dopo tanto dolore per non riuscire a dimostrare al mondo che non siamo cattivi ne colpevoli, il vostro amore ed il vostro combattere per il popolo Serbo, sono di grande conforto per noi.
Il villaggio Osojane in cui vivo è il primo villaggio a Kosovo e Metohija in cui le persone sfollate sono cominciate a tornare. Siamo scappati nel 1999 proprio quando a Kosovo e Metohija è stata ufficialmente proclamata la situazione di pace. Abbiamo vissuto come profughi per due anni, dopo i bombardamenti del mio paese, e questi erano i giorni più difficili. Siamo tornati il 13 agosto 2001. Tutto era distrutto, bruciato, rovinato. Davanti ai resti della mia casa ho trovato il mio slittino, il mio unico ricordo dell'infanzia che si è salvato.
Per un anno abbiamo aspettato che ci ricostruissero le case e nel frattempo abbiamo vissuto nelle tende e nei container. Ci scortavano e proteggevano i soldati italiani e per cinque anni potevamo muoverci solo con la scorta militare. L'inizio è stato difficile, ma tutto si sopporta più facilmente se si è nella propria casa, e sulla propria terra.
La scuola a Osojane è stata riaperta e ha cominciato a lavorare nel 2002 con solo 6 alunni. Un anno dopo il vecchio edificio è stato rinnovato e quest'anno ci sono 40 alunni. Non ci sono molte persone giovani a Osojane. Dopo il ritorno molti hanno deciso di andare via di nuovo perché non potevano sopportare la pressione psicologica e l'isolamento. In questo momento a Osojane sento soprattutto la mancanza dei miei amici, che sono sparsi per il mondo. Nonostante tutte le difficoltà siamo felici di vivere sotto il pezzo del cielo che è nostro, che non abbiamo rubato né tolto a nessuno. Quando guardo la mia terra sono molto orgogliosa perché è mia e io le appartengo. Ecco perché non vedo il mio futuro al di fuori della Serbia e fuori dal Kosovo e Metohija.
Mi piacerebbe tornare di nuovo a Roma, dove ci sono anche delle possibilità per specializzazione, però dopo tornerei di nuovo nel mio paese. Quando avrete letto questa lettera sarò migliaia di km lontano da voi. Ma la lontananza non permetterà che io dimentichi tutte le persone care e i giorni passati a Roma che hanno assomigliato molto al mio sogno.
Grazie a tutti che hanno aiutato l'organizzazione del nostro viaggio. Noi forse non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti e le emozioni però credete che i nostri cuori a Roma sono stati pieni di gioia. Stiamo tornando alla nostra solita vita di sempre e nei momenti difficili mi ricorderò di Roma, delle persone care e di quel mare infinito, con il castello sullo sfondo.
Il mio nome è Sonja Vuković. Vivo a Osojane, comune di Istok, a Kosovo e Metohija. Lavoro in una scuola elementare come pedagogo. Mi piace lavorare con bambini, mi rallegrano, fanno ridere e mi fanno essere felice. Da anni porto alunni alle varie gite ma questo soggiorno a Roma per me è stato davvero una cosa speciale.
Da tanto tempo desideravo vedere Roma ed ecco, il mio è un esempio che i sogni possono diventare la realtà. Bisogna soltanto desiderare le cose giuste e Dio ci penserà a farle diventare la realtà nel momento giusto per noi. Roma è una città bellissima, è così meravigliosa che non ci sono le parole con cui potrei descrivere la sua bellezza. Camminare per le strade di Roma è un cammino sulle vie di eternità.
Quello che è più importante in assoluto è che ho conosciuto delle persone fantastiche, e in questo senso particolarmente Samantha ed Alessandro, le persone piene di calore, sincerità e amore. Grazie di aver riconosciuto l'ingiustizia che è stata compiuta verso il nostro paese. Grazie per amare i Serbi e la Serbia. Dopo tante sconfitte che abbiamo vissuto come popolo, dopo tanto dolore per non riuscire a dimostrare al mondo che non siamo cattivi ne colpevoli, il vostro amore ed il vostro combattere per il popolo Serbo, sono di grande conforto per noi.
Il villaggio Osojane in cui vivo è il primo villaggio a Kosovo e Metohija in cui le persone sfollate sono cominciate a tornare. Siamo scappati nel 1999 proprio quando a Kosovo e Metohija è stata ufficialmente proclamata la situazione di pace. Abbiamo vissuto come profughi per due anni, dopo i bombardamenti del mio paese, e questi erano i giorni più difficili. Siamo tornati il 13 agosto 2001. Tutto era distrutto, bruciato, rovinato. Davanti ai resti della mia casa ho trovato il mio slittino, il mio unico ricordo dell'infanzia che si è salvato.
Per un anno abbiamo aspettato che ci ricostruissero le case e nel frattempo abbiamo vissuto nelle tende e nei container. Ci scortavano e proteggevano i soldati italiani e per cinque anni potevamo muoverci solo con la scorta militare. L'inizio è stato difficile, ma tutto si sopporta più facilmente se si è nella propria casa, e sulla propria terra.
La scuola a Osojane è stata riaperta e ha cominciato a lavorare nel 2002 con solo 6 alunni. Un anno dopo il vecchio edificio è stato rinnovato e quest'anno ci sono 40 alunni. Non ci sono molte persone giovani a Osojane. Dopo il ritorno molti hanno deciso di andare via di nuovo perché non potevano sopportare la pressione psicologica e l'isolamento. In questo momento a Osojane sento soprattutto la mancanza dei miei amici, che sono sparsi per il mondo. Nonostante tutte le difficoltà siamo felici di vivere sotto il pezzo del cielo che è nostro, che non abbiamo rubato né tolto a nessuno. Quando guardo la mia terra sono molto orgogliosa perché è mia e io le appartengo. Ecco perché non vedo il mio futuro al di fuori della Serbia e fuori dal Kosovo e Metohija.
Mi piacerebbe tornare di nuovo a Roma, dove ci sono anche delle possibilità per specializzazione, però dopo tornerei di nuovo nel mio paese. Quando avrete letto questa lettera sarò migliaia di km lontano da voi. Ma la lontananza non permetterà che io dimentichi tutte le persone care e i giorni passati a Roma che hanno assomigliato molto al mio sogno.
Grazie a tutti che hanno aiutato l'organizzazione del nostro viaggio. Noi forse non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti e le emozioni però credete che i nostri cuori a Roma sono stati pieni di gioia. Stiamo tornando alla nostra solita vita di sempre e nei momenti difficili mi ricorderò di Roma, delle persone care e di quel mare infinito, con il castello sullo sfondo.
mercoledì 7 settembre 2011
Cartoline dal Kosovo e Metohija
Gorica, Sonja, Gordana, Marina, Milica, Jelica, Albijana, Roxanda, la "mascotte" Violeta... e poi Stefan, Stojan, Milos, Danilo, Stefan, Srdjan. 12 ragazzi in età preuniversitaria più 3 accompagnatrici maggiorenni, provenienti dai villaggi serbi del Kosovo e Metohija, martoriata terra serba dove Un Ponte per, in accordo coi monaci del monastero di Decani, oggi protetto dai militari italiani della Kfor, ha avviato sostegni a distanza per famiglie che o non sono mai andate via, nonostante i soprusi subiti o sono tornate a vivere in quella che da sempre è la loro terra. Il Kosovo e la Metohija, appunto, la terra dei monasteri.
Fra mille difficoltà, queste famiglie vivono in una sorta di piccole riserve indiane, appena tollerate quando non osteggiate nel nuovo Kosovo indipendente, riconosciuto a tempo di record dall'Italia e dai paesi Nato, non riconosciuto da molti altri, fra i quali Cina, Russia, India, Brasile. La comunità internazionale non sembra preoccuparsi di questo apartheid, quasi che le sorti di questa gente non rientri nelle agende dei solerti Ministeri degli Esteri che in passato, al contrario, hanno fatto di tutto per bombardare quel che rimaneva della Jugoslavia, con particolare accanimento contro la Serbia, con la scusa, ben propagandata, di combattere le "pulizie etniche".
Questi ragazzi siamo riusciti, con uno sforzo economico enorme per una piccola associazione come Un Ponte per..., a farli arrivare in Italia, a offrire loro una sistemazione più che dignitosa, a farli frequentare un corso di italiano presso le strutture della Facoltà di Lettere dell'università di Roma "Tor Vergata", a regalare loro momenti di gioia, di gioco ma pure culturali davvero di buon livello.
Vedere tanta parte del nostro impegno aggirarsi per i monumenti di Roma, fare foto come normali turisti, conoscendo però la loro situazione di vita, ci ha in parte commosso ma pure regalato forza e consapevolezza di poter continuare nella strada intrapresa. Coscienti che, insieme anche ai tanti sottoscrittori che ci hanno aiutato e che continuano a farlo, si possano stabilire solidi ponti di solidarietà anche coi dimenticati. Che noi, continueremo a non dimenticare.
Fra mille difficoltà, queste famiglie vivono in una sorta di piccole riserve indiane, appena tollerate quando non osteggiate nel nuovo Kosovo indipendente, riconosciuto a tempo di record dall'Italia e dai paesi Nato, non riconosciuto da molti altri, fra i quali Cina, Russia, India, Brasile. La comunità internazionale non sembra preoccuparsi di questo apartheid, quasi che le sorti di questa gente non rientri nelle agende dei solerti Ministeri degli Esteri che in passato, al contrario, hanno fatto di tutto per bombardare quel che rimaneva della Jugoslavia, con particolare accanimento contro la Serbia, con la scusa, ben propagandata, di combattere le "pulizie etniche".
Questi ragazzi siamo riusciti, con uno sforzo economico enorme per una piccola associazione come Un Ponte per..., a farli arrivare in Italia, a offrire loro una sistemazione più che dignitosa, a farli frequentare un corso di italiano presso le strutture della Facoltà di Lettere dell'università di Roma "Tor Vergata", a regalare loro momenti di gioia, di gioco ma pure culturali davvero di buon livello.
Vedere tanta parte del nostro impegno aggirarsi per i monumenti di Roma, fare foto come normali turisti, conoscendo però la loro situazione di vita, ci ha in parte commosso ma pure regalato forza e consapevolezza di poter continuare nella strada intrapresa. Coscienti che, insieme anche ai tanti sottoscrittori che ci hanno aiutato e che continuano a farlo, si possano stabilire solidi ponti di solidarietà anche coi dimenticati. Che noi, continueremo a non dimenticare.
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