venerdì 7 settembre 2012

Oceani di speranza

Viaggio di rientro per i tre ragazzi ospitati a casa mia, Beba, Saša, Andjela. In meno di 15 ore, dall’Umbria a Kraljevo, per circa 1400 chilometri con la macchina. A fine agosto ne avrei percorsi più di 8 mila. Nel bagagliaio, oltre valigie e regali vari, 2 televisori vecchi ma funzionanti per la famiglia di Novka Milanović, a Kraljevo. Ci saranno problemi, risolvibili, di sintonizzazione dei canali.
Il 27 agosto mattina, dopo aver sentito per telefono padre Ilarion del monastero di Draganac, parto per il Kosovo e Metohija, con l’obiettivo di:
incontrare alcune della famiglie che manderanno i figli il 3 settembre in Italia, al mare ad Anzio, in una vacanza organizzata da Un Ponte per…; visitare il monastero di Draganac dove svolge la sua opera padre Ilarion, col quale è iniziata una valida collaborazione e che si sta occupando proprio dei ragazzi che verranno in Italia e di molte famiglie da noi sostenute o sostenibili in futuro…; verificare, con il monastero di Dečani, lo stato dei lavori per la costruzione di pozzi artesiani in alcune zone abitate dai serbi in Kosovo e Metohija…;  visitare la zona di Velika Hoča.
Mi accompagna Vesna, amica serba  già una volta con me in Metohija per i sostegni, disponibile ad aiutarmi anche in questo tour.
La prima volta che sono stato a Draganac pensavo sarebbe stato impossibile tornarci. Adesso ho imparato e, anche se le strade restano impervie, il luogo lontano e isolato, ce la posso fare da solo. Quando si viaggia soli e con i propri mezzi è più semplice, dopo, ricordare la strada.
  
Abbiamo appuntamento con Ilarion a Gračanica, splendido monastero, perla dell’architettura medievale e patrimonio dell’Unesco. Il monastero è davvero troppo vicino alla strada e il rumore del quotidiano andirivieni ne mina fortemente l’atmosfera. Nel pomeriggio avverrà una cerimonia che vedrà una novizia prendere i voti come suor Melania. A celebrarla il vescovo Teodosije, che resterà al monastero per la festa della Dormizione di Maria del giorno dopo, 28 agosto (corrisponde all’Assunzione cattolica del 15 agosto).
Ilarion si farà attendere, noi assisteremo a tutta la funzione, prima di incontrarlo. Ma un contrattempo ci costringerà a tornare a Mitrovica, per ritornare poi a Gračanica a notte inoltrata.
Il giorno dopo si va a Draganac dove pure si celebra la Dormizione di Maria. Molti serbi vengono in visita e assistono alla funzione del mattino. Finito tutto, con Ilarion visitiamo una famiglia, quella di Maja Stanojković che sostituirà un’altra ragazzina che non ha ottenuto il passaporto.
C’è da dire che le cose sono molto confuse riguardo i passaporti e, spesso, si creano situazioni in cui è davvero difficile per le famiglie di queste zone ottenerlo. Per le spese, per i viaggi e per le troppo complicate, a volte, pratiche burocratiche da espletare.
Siamo a Šilovo, piccolo villaggio della zona di Gnjilane. Aspettiamo Maja e sua mamma presso la casa di Ivan, detto “Talijan”, perché da piccolo acchiappava le rane (gli italiani erano considerati dei mangia rane!). Ha aperto questo locale dove si mangia e si beve. Prenderemo delle pizze che la moglie prepara nel suo forno, “vera pizza italiana” ci dice (smentita, ovviamente, dal risultato!).

Ma la pizza si lascia mangiare, Ilarion la prende per gli altri 3 monaci del monastero e per gli amici Carabinieri che, nel pomeriggio, verranno a consegnargli banchi e sedie per la scuola. Ilarion inizierà presto lezioni di religione presso le scuole dei villaggi per due volte la settimana, per 10 ore al giorno. Ma, intanto, oltre a svolgere la sua funzione, cerca di attivarsi per dare una grossa mano alla comunità. Questo mi piace di questo giovane monaco e questo ci accomuna, perché credo sia anche nello spirito di Un Ponte per…, se qualcosa ho capito in questi anni, proprio l’abbinamento “bene immateriale (preghiera, funzioni, contro-informazione)-bene materiale (le attività concrete a sostegno degli esclusi)”.


Dopo aver inviato dal computer di Ilarion la lista aggiornata dei ragazzi (c’è stata una sostituzione), mentre eravamo nel magazzino a scegliere lenzuola che mi sarei portato dietro per i ragazzi da ospitare ad Anzio, Ilarion se ne esce con un improvviso: “Arrivano i Carabinieri!”, che mi fa sobbalzare, apprensione subito sedata dal suo più rassicurante: “Portano banchi e sedie per la scuola…”. L’episodio, raccontato agli stessi Carabinieri, avrebbe suscitato in loro un certo divertimento…
E così, eccomi a dare una mano, con Ilarion occupato in altro, scaricando banchi e sedie e facendo gli onori di casa fra i Carabinieri Kfor del gruppo MSU di Priština (Multinational Specialized Unit, Unità Specializzata Multinazionale), che gradiranno cibo, vino e rakija, con Vesna che fungerà da graditissima cameriera.

Partiti i carabinieri, raggiungiamo Bostane, piccolo villaggio dove c’è la chiesa anch’essa medievale di Sveta Bogorodica. C’è la festa e fa effetto sentire musica serba ad alto volume, tanti ragazzini e ragazzi serbi dei villaggi restare a festeggiare in un posto così piccolo, circondato da albanesi. Ma qui il conflitto è arrivato poco o, comunque, se ne è andato presto. Troppo isolati questi villaggi per suscitare interessi nella malavita che detiene il potere reale di questo neoNato-narcostato! Ma ci tengono, le istituzioni locali (e ce ne accorgeremo presto), a far sapere che ora è tutto diverso, che non c’è più Jugoslavia, che non c’è più Serbia, che esiste solo la “Kosova” (anche se ci sarebbe da discutere sulla semantica di tante parole che vanno a sostituire le originali serbe. Parole e nomi senza una reale e accertata derivazione storica che, in realtà, trovano la loro origine nella terminologia serbo-croata. Per fare un esempio, il villaggio Petrovka, da sveti Petar, san Pietro, viene mutato in Petrove, giustificandone la derivazione dalla parola: pietra!).
A Bostane incontriamo Ivana e due sue amiche che verranno in Italia. Ivana vive ancora nella vecchia casa fatiscente a Gornje Kušce. Molte delle case di questi ragazzi andrebbero risistemate per meglio affrontare l’inverno. Stufe con un minimo di radiatori nelle stanze, sistemazione dei tetti, eliminazione di infiltrazioni… ma un altro inverno li attende. Speriamo non sia terribile come quello dello scorso anno.
Prima di arrivare a Bostane, con Ilarion siamo andati a visitare la chiesa di Ranilug, a Kosovska Kamenica. Qui Ilarion sta sperimentando con dei ragazzi la posa in opera di un intonaco speciale che riproduce l’effetto del marmo, all’interno della chiesa. Tre prove sono state eseguite sul muro all’interno, ne scelgono una. La chiesa deve essere completamente intonacata all’interno, mentre fuori marmo tipo travertino ricorre con file di mattoncini rossi. Un vecchio, dal terreno vicino, ci chiede acqua perché non ne ha. Ne prendiamo una bottiglia da una vicina fontana privata. La beve, contento.
Torniamo a Gračanica, c’è tanta gente nella strada. Le persone passeggiano, mangiano, bevono nei bar aperti fino a tardi, la festa è molto sentita. Nel monastero incontro suor Irina. Ci mostra le stanze dove dormire. Ma le funzioni e le visite continuano fino a notte fonda, anche se disturbate dalla musica esterna che arriva ad alto volume. Sembra che le autorità albanesi finanzino giovani serbi per organizzare feste in determinate date, come ad esempio quella di oggi. C’è una sfilata da qualche parte, si eleggerà miss Gračanica e si canta, si beve, si balla. E allora, la ricorrenza religiosa viene in qualche modo profanata.
Il giorno dopo, alle 4 e 30, una monaca chiama alla funzione battendo ritmicamente il Klepalo (Toaca). Questa pratica viene dal periodo di dominazione turca quando le campane era vietato suonarle perché infastidivano gli invasori. Ma le campane risuoneranno più tardi, dalle 5 in poi. Ho appuntamento con un certo Siniša che cura le pratiche di richiesta visti per i ragazzi. Alle 10 arriva, ma dobbiamo aspettare comunicazioni per andare in ambasciata. Tardando ad arrivare, decido di andare comunque. Siniša torna e mi lascia tutte le pratiche compresi i passaporti del gruppo. Incontro padre Andrej, del monastero di Dečani, che è in giro a raccogliere anche lui banchi e sedie dai carabinieri di Priština. Mi fissa un appuntamento con padre Isaja per andare a vedere come procede il lavoro di scavo dei pozzi. Ma mi sarà impossibile andare. Perché una volta a Priština, chiedendo di essere ricevuti perché Francesco dell’ass. Amici di Decani ha fissato un appuntamento, ci dicono che non c’è nessun appuntamento e che, se vogliamo parlare con loro, dobbiamo aspettare le 15!
Alle 15 siamo ricevuti dal signor Petani, dell’ufficio visti che, nel vedere quel che è stato prodotto, dice che sarà impossibile ottenere i visti. Siamo al 29 agosto, mercoledì, i ragazzi hanno il biglietto per lunedì 3 settembre. Che fare? Cerco di scusarmi per il disguido, forse qualcuno non si è occupato della cosa nel modo migliore, dico, cercando di ammorbidire il responsabile dell’ufficio, molto freddo e distaccato. Dovremo compilare i formulari, produrre gli atti di assenso, i certificati di nascita, 2 foto per ciascuno dei richiedenti, l’assicurazione per tutto il gruppo. Ma il tutto per domani, giovedì 30 agosto, entro le 15! Altrimenti niente vacanza per i ragazzi e soldi dei biglietti aerei buttati! Non ci voglio neppure pensare…
Noi siamo a conoscenza delle procedure ma pensavamo che si fosse preparato tutto, al monastero, con l’aiuto di chi aveva garantito a Ilarion la collaborazione. Ma è tardi per fare elenco di responsabilità e fraintendimenti, dobbiamo accelerare i tempi, abbiamo solo una sera, una notte, una mattina.
 
Per cui inizia la spola fra Gračanica, con l’incantevole Gračaničko jezero ad accompagnarci, Draganac e Bostane, fino nella casa di Emir Ferković, prete ortodosso Rom, parroco della chiesa di Sveta Bogorodica, dove iniziano ad arrivare le famiglie subito avvisate da Ilarion per compilare formulari, produrre le foto (Ilarion ha convocato un ragazzo fotografo che fa foto a chi ne è sprovvisto), portare certificati ( per fortuna tutti li hanno, avendo appena preso il passaporto), firmare atti. Entrando, nel vedere le palačinke preparate da Nada, la figlia del parroco, che verrà in Italia, Ilarion se ne mangia un paio, apprezzando molto e facendo contenta Nada!
La sera, andiamo a casa delle famiglie che non sono state raggiunte telefonicamente o che non sono potute arrivare a Bostane. E così, si piomba in case dove la gente dorme, la si sveglia suonando il clacson della vecchia jeep che Ilarion ha avuto in dono dal comandante Kfor (la mia auto, dopo varie peripezie, l’ho dovuta lasciare perché davvero avrei spaccato tutto proseguendo per quelle strade dissestate e sterrate di campagna), si ottengono firme e si riparte. Andiamo a Makreš, da Aleksandra Trajković, da Andjela Aleksić, da Dragana Antić. Poi, ci dividiamo. Ilarion e il fotografo vanno in altri villaggi, io e Vesna andiamo con un serbo del posto a casa di due famiglie più facilmente (eufemismo!) raggiungibili. Siamo a Koretište dalla famiglia di un prete ortodosso, Kovacević  e dalla famiglia Stojković. Ci chiedono dell'iniziativa, dell'associazione, qualcuno pensa io sia titolare di una Travel Agency! Vesna riesce a superare il mio iniziale senso di scoramento, spiegando bene quale è il vero motivo del nostro essere lì, con loro.
Torniamo e aspetto Ilarion davanti una casa buia e isolata dove, al piano superiore, c’è una specie di bar dove prendo un succo. Un ragazzo si presenta, gli hanno detto che sono italiano. Vive a Schio, è serbo e torna ad agosto nel villaggio di Straža, qui vicino, da parenti e amici. E’ fantastico sentirlo parlare in veneto e poi in serbo, con gli amici. Si chiama Nemanja e mi chiede cose. Al solito, che ci fai qui e perché e com’è… gli racconto e lui pure mi dice del suo lavoro in una falegnameria del Veneto e del padre, tornato perché al contrario, sempre in Veneto, la sua falegnameria ha chiuso. E della situazione dei villaggi.
Arriva Ilarion, ha completato il giro ma bisogna sviluppare le foto. E’ mezzanotte, raggiungiamo lo studio dove lavora il ragazzo, Marko. Il padrone dello studio raccoglie le foto e le manda in stampa. Nel frattempo, saliamo nella bella casa di Marko, dove vive col fratello, Miloš e con i genitori. Ilaron si addormenta. Al risveglio, sono prontele foto… ma lui si mangia tutte le cioccolate messe sul tavolo da Marko. E ne chiede un'altra da portarsi. dietro “E’ finito il digiuno per la Dormizione di Maria!”, ci dice con aria allegra.
Arriviamo a Draganac a notte fonda. Ci si arrangia per dormire, la stanza migliore viene data a Vesna, la cavalleria non è solo roba per laici. Il giorno dopo, alle 7, ci si sveglia per ripartire. Ilarion mi invita nella chiesa per una breve visita e, dopo una breve colazione con Justine, monaco da poco tempo, dopo una vita molto movimentata…, Petar, un giovane monaco e Kiril, l’anziano predecessore di Ilarion, andiamo dal sindaco di Novo Brdo dove, ci dice Ilarion, ci firmeranno gli atti di assenso, scritti in italiano ma non timbrati e ritenuti inaccettabili dall’ufficio visti di Priština.
Entriamo in questo palazzetto di 3 piani, fra gente che guarda Ilarion di traverso e gente che lo saluta amichevolmente. Cerca di parlare albanese, Ilarion e la cosa, ovviamente, è apprezzata. Entriamo, dopo breve trafila, nella stanza del sindaco, un uomo ben vestito e apparentemente cortese, dove spicca un bandierone americano alle sue spalle, con stelle e strisce nei quadri alle pareti.
Sembra de sta n’er Kansas city!” direbbe Alberto Sordi. Invece siamo solo nel Kosovo orientale, in uno sperduto villaggio. E questo sindaco, che crede di appartenere alla 51.a stella degli USA non crede, però, alla parola di Ilarion, perché questo timbro non arriva. Ilarion compila una richiesta che poi non potrà stampare. Ne compilano una loro, con l’elenco dei ragazzini, la timbrano, la firmano, ci allegano le fotocopie degli assensi, salvo perderne tre originali che mai più saranno ritrovati! La solerte segretaria del sindaco li ha fotocopiati tutti ma ne ha perso tre originali. Così, usciamo da questo posto assurdo senza tre originali degli assensi, senza i timbri, con tre ore in meno da poter utilizzare! Abbiamo perso tempo, nonostante l’ottimismo, forse ingenuo o forse rassegnato, di Ilarion.
Ma qualcosa di positivo ci sta guidando. Ci sono gli assensi in serbo, forse andranno bene. Sono tutti, gli ultimi li prendiamo a Gračanica dove ripassiamo. Sono firmati, sono timbrati, sono ufficiali. E abbiamo tutto il resto. Andiamo in fretta a Priština, sono le 13. Ma i funzionari sono appena andati in pausa pranzo… Aspettiamo davanti l’ambasciata lo scorrere lento del tempo, non curandoci delle occhiatacce che ci mandano gli albanesi che passano per la stretta via davanti l’ambasciata. Io a volte rispondo con sguardo altrettanto torvo, mi viene spontaneo, a difesa della tonaca di Ilarion, ovviamente malvista. Ma nessuno farà commenti o provocherà (c'è comunque la polizia davanti l'ambasciata...) e così, verso le 14,30, finita questa lunga pausa pranzo, ecco che arriva il signor Petani che accoglie tutta la documentazione. Sembra tutto a posto, stavolta e ci dice che per domani alle 16 ci saranno i visti. Non per tutti, perché 3 passaporti sono serbi e non hanno bisogno di visto.  Ma ci dice pure che l’ambasciatore non è stato contento di tutta questa approssimazione. Umilmente mi scuso, do ragione all’ambasciatore e assicuro che le prossime volte saremo più corretti. Ma i ragazzi partiranno…
Sulla strada del ritorno non posso non fermarmi, dopo un semaforo, a riprendere con la videocamera la statua bronzea di Bill Clinton, il “padre della Patria kosovara-albanese”, all’ingresso della Bill Clinton boulevard! Davanti a spettacoli così, come davanti alla statua della libertà su un lussuoso hotel di Priština, non sai mai se ridere o piangere. Forse tutte e due le cose avrebbero senso, come sempre in Serbia. Sorrisi e lacrime, matrimoni e funerali. Questo sa più di funerale… e non sembra esserci più molta Serbia, qui.

Dormiamo ancora a Gračanica, dopo aver mangiato e bevuto qualcosa, rilassandoci dopo lo stress, presso una famiglia di amici di Ilarion. Il giorno dopo lo lasciamo e rientriamo a Kraljevo. Ilarion mi avrebbe chiamato alle 17 per dirmi che tutti i visti li aveva con se. Io ero stato poco prima a Gazimestan e, dall’alto della torre che ricorda la battaglia del 28 giugno del 1389, dove l’esercito del principe Lazar fu sconfitto dai turchi, un silenzio irreale, rotto dal vento e una vista magnifica mi riportavano a emozioni lontane. Davvero quell’esercito difendeva il suolo sacro dei monasteri, ma anche la nostra “beneamata, civile, democratica Europa”. Che oggi, sembra aver dimenticato che anche questi serbi umiliati e disprezzati, sono figli suoi.

Il primo settembre, un nuovo ritorno in Italia. Alle 5,30 di mattina si parte. Arriveremo per le 20. Con me, altri tre ragazzi serbi, anche loro nati in Kosovo e Metohija. Ceca e Sonja ospitate per anni presso le nostre case, d’estate e Miloš, in vacanza in Italia solo lo scorso anno, con il primo gruppo dai villaggi della Metohija. Vengono in Italia per studiare all'università di Roma "Tor Vergata". Altre piccole gocce, nell’oceano della speranza.

giovedì 12 luglio 2012

L’anello di Kaccia

Ci sono anelli che hanno fatto la fortuna di registi dagli effetti speciali sempre troppo accesi. Anelli che hanno scatenato guerre, distruzioni, generato violenze. Ma ci sono anelli che nessuno conoscerà, né troverà. Mai.  Perché sono stati persi, su una spiaggia.

L’anello di Kaccia, in serbo diminutivo di Katarina, è stato perso su una spiaggetta libera, merce rara ormai, sul litorale della Liguria, a Celle Ligure, fra Genova e Ventimiglia.
Kaccia è in vacanza, appena dieci giorni, ospite di una iniziativa di solidarietà promossa da una piccola associazione romana, Un Ponte per. Kaccia viene dalla Serbia, precisamente da Kraljevo, insieme ad altri tredici suoi coetanei, storie di dopoguerra, uranio impoverito, dimenticanze. E di colpe mai pagate, mai ammesse, mai scusate, come si usa nella nostra società che si vuole così giusta e democratica da imporre agli altri la propria giustezza e democrazia.
Kaccia è in vacanza per una decina di giorni appena. Ha perso la mamma, Kaccia, qualche mese fa. Quell’anello glielo aveva regalato proprio lei. Oggi anche il suo papà è malato. E anche il suo fratello grande, trent’anni, è malato. Kaccia è il faro della famiglia, tutti si rivolgono a lei.
Ma sorride, mentre gioca a biliardino con mia figlia. O mentre gioca a pallavolo, Kaccia ha una battuta davvero efficace. Sorride, ha segnato un punto, sta vincendo, prova a dimenticare dolore e solitudine. Si è disegnata sulle unghie il simbolo della pace. Prova a far finta che la vita è bella.
Abbiamo cercato il suo anello, senza trovarlo, fra i sassi della spiaggia. Quei sassi che il mare ha consumato, ormai da troppo tempo. Insieme alla mia voglia di gridare al mondo... che Kaccia vorrebbe solo vivere la sua vita.

domenica 24 giugno 2012

video "Tempo di digiuno"

Ecco il mio nuovo video, "Tempo di digiuno".
La difficile vita di alcune famiglie di serbi nei villaggi intorno Gnjilane, in Kosovo e Metohija. L'impegno di monaci come padre Ilarion e di associazioni come Un Ponte per... a creare veri e propri ponti di solidarietà, nell'indifferenza generale che avvolge tutto quello che è conseguenza della tragica guerra "umanitaria" del 1999, che la Nato scatenò contro la ex Jugoslavia e la Serbia.

http://www.youtube.com/watch?v=xkz7lzF08vg

lunedì 21 maggio 2012

21 maggio 2012, monologo per attore vero.

E certo, piove. Non poteva essere altrimenti. Non poteva che piovere, in un giorno così. Non poteva esserci sole, oggi. Il sole, non poteva accettare di uscire senza che tu potessi vederlo.
Io... io non verrò a questo ultimo appuntamento. La tua piazza voglio ricordarla diversa. No, non verrò. Non posso vederti così, non voglio, non sarebbe giusto. Non posso vederti in quella scatola di legno... La tua voce ce l'ho impressa, nella mente. La sento pronunciare il mio nome, la sento che mi chiama, "Ale!". Ce l'ho impressa nella mente, la ascolto, con quel cuore di cui mi insegnasti a riconoscere i battiti. Adesso, ascolterò le nostre canzoni, so già che le ascolterò. Ho bisogno di ascoltarle. Riporteranno indietro i giorni, fino ad arrivare ai nostri, giorni.
Ascoltavamo le onde del mare, nel silenzio dei nostri respiri. Passioni svanite nello scorrere lento, del tempo. Che cancella i ricordi. Mai, avrei pensato di ridurti a ricordo. E non lo farò, nemmeno stavolta. La tua voce la ascolto, nitida, nel mio cuore. Tu continua a parlarmi. Io ci sarò.


(Oddio, è uscito il sole. E certo, il sole non poteva starsene chiuso dietro le nuvole di pioggia, in un giorno così. Doveva esserci il sole, oggi. Doveva salutarti. Dovevi rivederlo, ancora.
Io... io, però, non verrò a questo ultimo appuntamento.)

martedì 20 marzo 2012

Tempo di digiuno

Padre Ilarion è un monaco ortodosso, che vive nel monastero di Draganac, zona di Gnjlane, Kosovo ovest. Proviene dal monastero di Visoki Dečani, il più importante per la chiesa ortodossa serba. Nel pogrom antiserbo del marzo del 2004, più di 150 fra monasteri e chiese ortodosse, oltre a molte case e cimiteri, furono distrutti o incendiati dalla furia indipendentista kosovaro-albanese, che avrebbe avuto soddisfazione 4 anni dopo, il 17 febbraio 2008, quando il Kosovo si autoproclamò indipendente, subito riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato.
A Draganac c’è tanto da fare. Nel monastero, un vero e proprio cantiere in ristrutturazione continua, c’è tanto da realizzare e sistemare. Dai locali della chiesa ai locali per i monaci, da quelli per gli ospiti alle strutture per gli animali. Qui, proprio in questo monastero, c'è una sorgente d'acqua che si crede sia benedetta. E così, il venerdì dopo la Pasqua si celebra la Vergine Maria e questa sua fonte miracolosa. Vengono in migliaia a prendere l'acqua, moltissimi gli albanesi che, come in altri monasteri, cercano la grazia di Dio, anche se ortodosso...

Ma padre Ilarion si sta occupando anche e, soprattutto, di altro. Ad esempio, delle tante famiglie serbe della zona, che vivono in condizioni assurde.
Isolate dall’intolleranza del fanatismo indipendentista "made in Usa", dall’oblio di mezzi di informazione per nulla interessati alle loro vite, isolate dalla natura che, da queste parti, a volte le rende irraggiungibili. Come nei mesi scorsi, gennaio e febbraio, quando oltre due metri di neve hanno reso la loro situazione ancora più drammatica. Per la mancanza di cibo, di acqua e per la difficoltà a portare loro un minimo di sostegno e aiuto.
Queste famiglie ricevono un pasto al giorno dalla Cucina Popolare, una piccola organizzazione guidata da Svetlana, una donna serba che in questi anni è riuscita a garantire pasti e sostegno per circa 800 famiglie. Ma ricevono aiuti anche dal monastero e, quindi, da padre Ilarion, che divide donazioni, sceglie i beneficiari, gliele porta direttamente.
La cosa che più sconvolge ma che, pure e incredibilmente, riconcilia con la vita, è vedere come queste famiglie siano piene di bambini!
Vedere come la vita scorra anche in questi posti dimenitcati, dove per arrivarci ti ci vorrebbe una jeep delle ricche ONG umanitarie che sfrecciano per le strade umanitariamente distrutte da bombe altrettanto umanitarie! E tu non ce le hai, quelle jeep e per fortuna. Perché rappresenti una associazione così piccola che in questi posti ci puoi arrivare solo accompagnato dal furgone di Radovan, del villaggio di Koš, vicino Osojane, in piena Metohija. Ci arrivi con le sue manovre, a volte improbabili, ma pure con la tua ostinazione. E pure con la tua rabbia. Si, serve anche quella.
Perché poi ti chiedi come mai nessuno racconta di questa gente, della loro vita. Ti chiedi del perché il vivere in queste condizioni non diventi grido di dolore da far sentire al mondo! Ti chiedi perché il Kosovo e la Metohija siano stati ridotti così, senza che nessuno abbia mosso un dito.
Per distruggerlo e creare questa finta e insopportabile pseudo-libertà e pseudo-indipendenza, è stato ridotto prima a un ammasso di macerie, ora lasciato a se stesso. Che si consumino le violenze contro i serbi nella Metohija, che si consumino nell’isolamento più totale gli stessi serbi del Kosovo! E si costruiscano ancora nel "Kosovo libero e indipendente" alberghi lussuosi, pompe di benzina, statue della Libertà (a Priština, sopra un hotel), statue dei Liberatori (Bill Clinton, sempre a Priština).
E si lascino marcire le carogne di tantissimi animali ammazzati dalle auto lungo le strade. Cani, gatti, volpi… si lascino così, che tanto il Kosovo e la Metohija sono ridotti a una discarica a cielo aperto, dove l’immondizia la trovi ovunque. Vicino le case, lungo le strade, sparsa nei campi.
Era forse questa, dunque, la libertà a cui si aspirava? Era questa la voglia di indipendenza? Era il poter sventolare le bandiere dell’Albania e degli Stati Uniti su tanti, troppi balconi? Era il ricevere soldi a fondo perduto per permettere che il territorio fosse ripulito da persone scomode? Nei pressi di Uroševac, a sud della regione, va sempre ricordato, sorge Bond Steel, la più grande base degli Usa in Europa. Una vera e propria città di cui poco si sa e poco si deve sapere. E chi può controllare un territorio da cui nulla deve trapelare, meglio di mafie, malavita e narcotraffico?

Siamo in tempo di Quaresima e padre Ilarion mi illustra la pratica del digiuno, osservata per sette settimane prima della Pasqua, con esclusione del sabato e della domenica, tanto da arrivare a 35 giorni di digiuno. Un digiuno detto dell’acqua, cioè si mangiano solo cose bollite, niente carne e pesce, niente proteine animali né oli, niente vino. Si arriverà a 36,5 giorni, col sabato santo e metà della domenica di Pasqua. Così si arriva a un decimo dell’anno di digiuno, offerto al Cristo Redentore. I classici 40 giorni si superano durante l’anno, arrivando a digiunare per la festa della Madonna ad agosto.
Ma andando per questi villaggi, visitando queste famiglie, davvero non sembra necessario rispettare date e ricorrenze per ottenere digiuni. La loro condizione di estrema povertà li porta a mangiare spesso solo pane e farinacei, la carne è davvero cosa rara.
Parlare di Europa, di entrata nell’Unione Europea da queste parti fa sorridere. Così come parlare di sacrifici da compiere per superare la crisi. Così come fa sorridere incontrare all’aeroporto a Belgrado, al ritorno, operai specializzati della nuova Fiat che "esporta lavoro". Fa sorridere sentirli preoccupati del cibo mangiato in Serbia, in questo loro distaccamento forzato, prendere o lasciare, si lavora lontano dalla tua famiglia, dalla tua casa, perché c’è da istruire gli operai serbi per farli produrre tanto pagandoli poco, zero diritti. Ma non erano umani, quei diritti, erano solo roba di malattie, turni con orari decenti, tutela delle donne, figli da crescere, ferie, pause pranzo, cose così… Fa sorridere e anche tenerezza, che siano preoccupati per il cibo. Sanno che le bombe hanno fatto danni anche al ciclo vitale. Uranio impoverito, plutonio, radiazioni, inquinamento chimico e batteriologico, lo sanno, glielo hanno detto! Ma devono arrangiarsi. Sanno pure che la gente qui si ammala e tanto e sempre di più, a causa di tutto quello che c’è stato... Qualcuno ha dimenticato? Sono passati 13 anni da quel 24 marzo 1999, quando la Jugoslavia, ridotta ai minimi termini, fu definitivamente affossata da 78 giorni di bombardamenti della Nato, ai quali partecipò anche l’Italia… Ci dissero che si andava a proteggere civili e portare democrazia e rispetto di diritti umani… Si, è vero, fa proprio sorridere tutto questo.
Ma devono rischiare, questi lavoratori "signorsi", ché la lettera di licenziamento è pronta, sul tavolo, anche per loro che hanno accettato abbassando la testa. Sono quasi 1700 e stanno a Kragujevac, dove non c’è più posto per dormire, con intere famiglie di serbi, senza salario e senza lavoro, che si sono trasferite a casa di parenti o amici, pur di affittare agli italiani la propria anche a prezzi stracciati e riuscire a guadagnare qualcosa per sopravvivere.
Fa sorridere tutto ciò. Ma anche piangere.
Gli sguardi dei bambini di queste famiglie che visitiamo in questi villaggi nei dintorni di Gnjlane e di Novo Brdo, non sappiamo toglierceli dagli occhi. Alcuni sereni, nonostante tutto, altri impauriti da situazioni difficili anche nei rapporti dentro la famiglia stessa, altri persi nel vuoto di problemi psichici, chi mai se ne occuperà?
Si, quello sguardo ti resta appiccicato addosso. Professionisti dei diritti umani non vengono fino quaggiù. Preferiscono luoghi più adatti alla ribalta, dove c’è il dittatore da sconfiggere e ammazzare, fantomatici quanto opportunistici oppositori da foraggiare con armi, soldi e coi quali accordarsi per il futuro da sfruttare.
Ma qui no, non viene nessuno. Non ci sono dittatori, qui. La Serbia è paese democratico, ormai, si manganellano manifestanti come dalle nostre parti e si finisce in carcere se protesti troppo, anche se puzzi di fame. Questo, poi, dicono pure che sia Kosovo, altro governo, altra "democrazia", con a capo criminali indagati per traffico di organi umani, ma liberamente eletti dal popolo! E allora?
E allora… Allora questi bambini, semplicemente, non esistono!
Stupidi noi che li andiamo a cercare, che torniamo con nella mente e nel cuore tante idee per farli sorridere, almeno un po’, mica tanto, solo un po’… Smeješ se!, sorridi, bambina persa nel vuoto di un gioco che neppure riesci a sognare. Vuoi vederlo il mare? Lo sai cos’è? In televisione l’avrai anche visto. Non ti ci porta nessuno, proveremo a farlo noi.
Ci vorranno soldi, sarà difficile trovarli. Mica dobbiamo comprarci aerei da guerra! Per quelli si troverebbero facilmente, per il tuo sorriso no. Per il tuo sorriso, per vederlo sbocciare come fiore a primavera, bisogna scalare montagne, bisogna pregare ma non il tuo Dio, che pure ti guarda e ti benedice. No, bisogna pregare gli umani, quelli che non si fanno troppi scrupoli davanti a immagini come quelle della tua povera casa, perché sanno trovare alibi.
Ma noi, che siamo cocciuti e testardi come i cromosomi che ti porti dentro, alla fine, puoi giurarci, il mare te lo faremo conoscere. E toccare. E giocare. Insieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, insieme ai tuoi amichetti, quelli del villaggio vicino, così vicino che nemmeno puoi giocarci insieme. E’ pericoloso e la sera c’è coprifuoco.
Passano follia e provocazione, tirano sassi alle finestre, vogliono spaventare il tuo sonno. A volte sparano. Alla fine ci riescono, ti spaventano.
Ma tu chiudi i tuoi occhi e prova a dormire lo stesso. Prova a sognarlo, quel mare visto in televisione. Vedrai, da vicino sarà pure più bello.

sabato 18 febbraio 2012

Orecchie, occhi, parole...

Chiederanno ai serbi, in maniera sempre più pressante, di sacrificare la loro terra, il Kosovo e la Metohija, per far entrare la Serbia nell'Unione Europea... e poi, gli chiederannno sacrifici sempre più alti, per farcela restare. Tito aveva intuito che la terza via, quella dei non alllineati, era possibile. Oggi, sarebbe ancora l'unica possibilità per togliersi il cappio al collo messo a tanti paesi sovrani, fra i quali il nostro.
In questo quadro, parlare dei dimenticati del Kosovo e della Metohija, a 13 anni dai bombardamenti della Nato, a 4 anni dall' autoproclamazione del "Kosovo indipendente", riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato ma non dalla maggior parte dei paesi che stanno nelle Nazioni Unite, è difficile.
Orecchie sensibili ce ne sono sempre meno, che non siano di mercanti... occhi onesti che non abbiano come secondo fine quello di speculare sulla tragedia di questo popolo, pure... parole libere, non condizionate dalla ricerca del consenso a tutti costi, diventano utopia.
Allora, ecco il mio video, il primo di cui sono totalmente "responsabile" (dalle riprese al montaggio, dai testi alla scelta delle musiche, fino al titolo...). Tranquilli, sarà il primo di una serie. Perchè fino a che avrò forza e voce, racconterò quello che le mie orecchie ascoltano, che i miei occhi vedono, che le mie parole hanno il dovere di testimoniare... l'ingiustizia perpetrata ai danni dei serbi del Kosovo e della Metohija.

http://www.youtube.com/watch?v=fAeR9cW5olw

http://www.youtube.com/watch?v=UhcnbuU581g&feature=related

buona visione.

martedì 15 novembre 2011

Quando si dice, la fortuna!

Bene, Berlusconi se n’è andato e siamo tutti contenti. Ma sarà vero?
Sarà vero che se n’è proprio andato? E sarà vero che siamo tutti contenti?
Il popolo in piazza ha festeggiato, lasciandosi andare a quel senso di liberazione che l’ha pervaso alla notizia del dimissionario premier.

C’è chi non ha avuto proprio nulla da festeggiare. A parte i suoi fedelissimi, non hanno avuto nulla da festeggiare coloro i quali non arrivano alla fine del mese perché, come recita uno slogan efficace, alla fine dello stipendio manca sempre troppo mese!
Non hanno avuto modo di festeggiare i precari, gli studenti, i lavoratori dei servizi pubblici, della scuola, gli ospedalieri, gli sfruttati del privato, i pensionati… perché non una parola di speranza per il loro futuro o per un anche minimo cambiamento nella loro vita è giunta da chi è stato chiamato a sostituire Berlusconi.

Siamo contenti, è vero, non possiamo negarlo. Berlusconi è andato… e fra gli scontenti ci sono i fascisti o post fascisti, che sempre fascisti sono. Cartelli appesi sulle grate dell’università di Roma Tor Vergata che la vigilanza, in altri casi sempre molto attenta, si guarda bene dal rimuovere… Comandi dall’alto, affinità di pensiero o paura di pestaggi e ritorsioni da parte dei fascisti del nuovo millennio?
Del resto qui a Tor Vergata Casapound è di casa.
Cartelli appesi contro questa “offesa alla nazione”, che si è vista imporre un governo dalle banche del grande potere economico. Un potere che, però, proprio loro, i fascisti, storicamente hanno sempre spalleggiato e difeso. Scarsa memoria, opportunismo o riconoscenza verso Berlusconi, uno dei maggiori artefici del loro sdoganamento?

Ma anche a sinistra, la sinistra vera, in molti non sanno di cosa essere contenti. Il governo Monti, imposto dalla Banche e dal mondo della Finanza dell’Unione Europea, non promette nulla di buono.
Lacrime e sangue che, al solito, dovremo versare noi comuni lavoratori, in quanto nessuno oserà toccare i privilegi della casta. Dall’evasione fiscale, alle milionarie proprietà.

Questa sensazione di paese a sovranità limitata è molto più reale di quanto si possa credere. Tanto che andare alle elezioni, occasione per toglierci di mezzo tanti parlamentari analfabeti o eletti per servigi tutt’altro che nobili, è stata ritenuta una perdita di tempo. Una cosa inutile.
E, in effetti… da quanto tempo le elezioni non sono più utili?

Chi si scandalizza oggi nel vedere ridotto il nostro paese a servo di interessi superiori che vengono da oltre la Alpi e da oltre i nostri mari, dovrebbe rifletterci, sempre che sia in buona fede e porsi la domanda: da quanto tempo questa è, di fatto, la realtà?

Io dico che dovremmo gioire, invece e tanto!
Fare cortei, caroselli festosi, iniziative nelle strade.
Ma non con la motivazione di quelli scesi in piazza a Montecitorio, che si sentono liberati più da un feticcio insopportabile e ingombrante, odioso nella sua protervia quanto ridicolo nella sua goffaggine e che non sospettano neppure da cosa si dovranno liberare domani e dopodomani.

Dovremmo gioire perché il cambiamento è avvenuto senza le bombe della Nato. Ma ci pensate se avessero scelto di liberarci e restituirci “democrazia” alla stessa maniera dell’Iraq di Saddam? O dell’Afghanistan dei Talebani? O della Jugoslavia di Milošević? O della Libia di Gheddafi?

Da quanto tempo siamo un paese a sovranità limitata?
In politica estera innanzitutto, con la scusa di esportare “democrazia”. La stessa “democrazia” che oggi vuole più solide garanzie da offrire al Grande Capitale Internazionale. Lacrime e sangue.

Ma si, c’è proprio da gioire. Berlusconi se n’è andato senza neppure bisogno delle bombe, intere o a frammentazione, dell’uranio impoverito o gas nervini. Sono bastati spread e titoli di borsa.
State tranquilli, avrà di che consolarsi. Ha molte nipotine, Silvio, anche straniere. Ma che fortuna, per noi, vivere aldiquà dell’Adriatico!