lunedì 17 maggio 2010

Viaggi nella memoria

Continuiamo con i nostri viaggi nella memoria.
La memoria di un popolo, quello serbo, scippato delle sue tradizioni, della sua cultura, delle sue radici. Ma che resiste, fra mille tentativi di fiaccarla, questa resistenza.
Un viaggio nel Kosovo e Metohija, per me vuol dire sempre un “magone” che prende la gola. Ogni volta, come la prima volta. La tensione è forte nelle mie meravigliose accompagnatrici e interpreti. Ceca (si legge Zezza), 16 anni, Tanja, 18, Beba 13 e Jadranka 19, qualcuna per la prima volta in Kosovo, qualcuna c’è già stata lo scorso anno, qualcun’altra non può ricordarsi. Perché era bambina e fuggiva, a sua insaputa, fra braccia di genitori terrorizzati.
A Dečani, nell’incanto del monastero, dormiamo ospiti dei sempre gentili e accoglienti monaci. Padre Ilarijom fa le veci di Andrej, improvvisamente partito per Belgrado, e di Petar, che pure conosciamo bene, che è a Gračanica.
Dopo la liturgia, ci vengono offerti caffè, rakija e una gradevole cena, con buon vino rosso. Ci sono anche altre persone, che non si fermeranno a dormire. Vengono da Osojane, una vicina frazione e con una di loro, Sonja, ci scambiamo indirizzi e voglia di fare cose. Progettiamo una festa nel suo villaggio.
Prima di dormire chiedo che venga aperto il salone coi ceri della principessa Milica, moglie del leggendario principe Lazar, cavaliere serbo sconfitto nella battaglia del giugno 1389. I ceri, accesi per la prima volta nel 1924, dopo le guerre balcaniche, furono sostituiti con delle copie per opera di Aleksandar Karadjordjević e sua moglie Marija, le cui riproduzioni campeggiano nel salone. I ceri originali vengono conservati altrove, nel monastero. L’anziano padre Avakum, nome che significa amore per Dio, ci racconta volentieri la storia, benevolo e ben disposto verso quelle dolci figure che mi porto dietro. Vederli parlare, in intimità, è qualcosa che ha a che fare con la spiritualità. Io posso solo filmare questo incontro ed esserne testimone. Un anziano pope che conversa amabilmente e in piena sintonia con delle giovani ragazze del suo popolo, in un posto così sacro. E’ la storia che si fa realtà. E’ il ricordo che si tramanda.
All’alba, le ragazze ottengono un appuntamento davvero insolito. Andiamo alla fonte, scortati da un militare armato, a prendere l’acqua della Bistrica. Sarà l’acqua per il giorno, quella da bere. E’ un rito che nel monastero continuano a ripetere da sempre. L’acqua è fresca, leggermente frizzante e la berremo tutti. Dopo aver assistito alla funzione del mattino, partiamo salutando, uno per tutti, padre Silofont che si stacca per un breve momento dalla liturgia per darci ascolto. Alla mia richiesta di pagare per le stanze, mi risponde con un gentile, sorridente, secco… “Certamente no!”.
Alle otto e mezza siamo a Goraždevac, dove è in programma, per il 14 maggio, la festa popolare per il santo protettore Jeremija, la slava del villaggio. Pare che Jeremija lo protegga davvero il villaggio che, dopo i bombardamenti, è comunque rimasto abitato dai serbi. Ma, forse, Jeremija ha trovato collaborazione nella Kfor che, certo, non si aspettava di venire in Kosovo a proteggere coloro che aveva bombardato. Ma tanto è. C’è vita a Goraždevac!
Questa festa religiosa, osteggiata nel dopoguerra dal governo di Tito, è stata trasformata, nel tempo e furbescamente, in una festa legata alla liberazione dal fascismo, così da poter essere comunque festeggiata. Una sorta di compromesso storico tutto jugoslavo.
E’ quanto ci racconta un professore di chimica in pensione che, con la moglie, è venuto apposta per partecipare alla festa e col quale conversiamo in amicizia.
In questo giorno, la processione con l’icona del santo, con la bandiera serba e con il drappo della comunità esce dalla chiesa intorno alla quale farà tre giri, mentre il campanaro suonerà a festa le campane. Poi, si va a rendere omaggio alla vecchia chiesetta del cimitero, quella del XV secolo, restaurata nel 1960 quando venne rifatto il tetto, ma con ancora la struttura originale ben conservata. Il pope celebra la sua breve funzione davanti la vecchia chiesetta che viene aperta al pubblico per l’occasione.
Poi, la processione prosegue per tutto il villaggio dove, nelle case, sono pronti cibi e bevande da offrire al passaggio del corteo. Tavoli imbanditi, alcuni vegetariani nel rispetto delle usanze, altri… meno, aspettano la folla che sfila nelle strade, rendendo omaggio al santo e chiedendo grazia di protezione e buon raccolto, non disdegnando un pezzo di carne o di pesce arrostito o un bicchiere di vino o una rakija.
Le mie splendide interpreti mi aiutano nelle interviste agli anziani che raccontano le loro esperienze e i loro ricordi legati alla festa. Ne ricaviamo tanto materiale da divulgare ma, intanto, anche loro, oltre a divertirsi, scoprono… proprie radici, tradizioni, provenienze. Ecco che, allora, Ceca parla con le persone rovistando fra suoi ricordi legati ai racconti dei nonni e dei genitori. Conversa con gli anziani, che scopre quasi parenti, abitanti di villaggi nei pressi di Kijevo, villaggio di Klina, dove sono nati i nonni, dove sono nati i genitori, dove è nata anche lei. Dove oggi, però, di serbi non ne nascono più perché cacciati e impossibilitati a tornare.
Ecco che, vincendo iniziali titubanze, con Jadranka chiediamo a delle ragazze che siedono su un muretto della chiesa, cosa fanno, come vivono. E loro ci raccontano che stanno abbastanza bene, vanno a scuola ma non escono molto dal villaggio. Ma è meglio di quando sono dovute fuggire in Montenegro, con altri profughi. E’ meglio vivere a Goraždevac, libertà limitata, che come profughi altrove…
Ecco, ancora, che Tanja va in giro per il paese con la sorella Beba, guidata dal cugino Marko Bogicević, 20 anni, che nel 2003 scampò, uscendone “soltanto” ferito, all’assassinio dei due ragazzi serbi che, con lui, facevano il bagno nella Bistrica, il fiume che porta acqua nei numerosi rivoli e fiumiciattoli che attraversano il villaggio.
Proprio in uno di questi rivoli, davanti al mulino, al termine della processione, un ragazzo si immerge simbolicamente nei quattro sensi della croce, ma pure quattro punti cardinali, che riportano alle fasi della luna, del sole e della coltivazione nei campi.
Sveti Jeremija, san Geremia, continuerà a proteggere il villaggio anche per il prossimo anno. Ma ecco che, improvviso, si scatena un allegro e festoso putiferio!
Decine di ragazzi si buttano nelle basse acque scalciando e bagnando chiunque arrivi a tiro. Il liquido si fa presto fanghiglia dove vengono immersi anche malcapitati, occasionali ma comunque ben disposti visitatori. Tutto rimane nell’ambito della allegra festa, senza mai esagerare e ne farà le spese anche la nostra Jadranka che, fatalmente, verrà coinvolta. Attimi di nervosismo fra Marko e un altro ragazzo che avrebbe voluto buttare in acqua anche la nostra Ceca! Ma si sa, i ragazzi, alla fine, finiscono sempre per litigare quando ci sono di mezzo le ragazze!
Tutto torna a posto in un attimo. Jadranka si aiuterà con un paio di rakije bevute alla serba e con delle buste per calzini. Tornerà nella sua casa a Vitanovac, vicino Kraljevo, zuppa ma felice.
Ma a casa di Marko, dove un pochino Jadranka si asciugherà, incontriamo Dragan il padre di Marko, e Miško, lo zio di Tanja e Beba, cognato di Dragan.
Dopo esserci rifocillati e aver conversato, prima di andarcene Dragan ci mostra la foto appesa in camera sua del luogo dove avvenne la tragedia del 2003. Biciclette dei ragazzi a terra, il fiume e la sua luce strana, un senso di vuoto e di morte tutto intorno.
Ci racconta di quei due ragazzi, uno di 12 e l’altro di 19 anni, ammazzati a fucilate. Della vicina, grande piscina gestita, dopo i bombardamenti, da albanesi e di quando, al passaggio del funerale dei ragazzi, la musica venne alzata a tutto volume, in segno di ulteriore sfregio e disprezzo. A un gruppo di italiani che erano a Goraždevac per progetti di riconciliazione, chiesero quale riconciliazione fosse possibile davanti a tutto quell’odio. La loro risposta fu uno sguardo abbassato.
Ma questi italiani erano lì per un mondo migliore, non potevano né volevano prendere le parti di nessuno anche se, a volte, l’equidistanza rischia di fare ancora più danni. Perché non contempla la ricerca della verità. Equidistanti per un mondo migliore, dunque. Che però, adesso, fa a meno dei serbi.
Fa a meno anche di Jugoslav, 17 anni, ammazzato da albanesi nel 1998, insieme a un suo amico. Miško, il padre, ci racconta quei drammatici momenti…
“Sono ricordi pesanti da raccontare… Io glielo dicevo sempre di stare attento, di non allontanarsi troppo, di non restare mai solo, specie se lontano da casa. Erano nei campi, al lavoro. Il suo amico venne colpito da un proiettile che gli trapassò la testa mentre lui venne colpito al fianco destro. Rimase ore e ore così, senza nessuno a soccorrerlo. Io lo so, chi è stato, avrei voluto e potuto ucciderlo, so bene dove abita. La morte di un figlio, ammazzato in quel modo, ti acceca dal dolore. Ma quando ho visto la sua famiglia, i suoi piccoli figli, in quel momento non ce l’ho fatta. E se anche lo facessi oggi, sarebbe la fine per gli altri serbi del villaggio. Chi capirebbe il mio gesto?”.

Neppure la vendetta gli è rimasta, a Miško. Che deve vedere e sopportare nella sua terra, ormai non più dei monasteri, la Metohija, ma di Haradinaj, il criminale “assolto” all’Aja, al tribunale per i crimini nella Jugoslavia… pattuglie di poliziotti kosovari albanesi, in genere ex terroristi dell’Uck, aggirarsi sulle loro auto con i mitra spianati, in mezzo alla pacifica folla in festa. Percorsi della memoria che lasciano il segno!
Lo lasciano nell’animo di Ceca che, traducendo il racconto di Miško, rimane scossa, sfogo di delicato pianto ma pieno di rabbia… di Jadranka, che scopre storie della sua gente prima sconosciute, appropriandosene, finalmente e con tanta voglia di esserci ancora... di Tanja e Beba, che fanno le esperte, essendo questo il loro secondo viaggio in Kosovo, ma già pensano a feste da tenere nel “loro” villaggio, quello di Osojane.
Salutiamo e ce ne torniamo nel pulmino dove ci attende, oltre a Vinko, l’autista, anche Mijo Ratković, col quale andremo a riprendere suo figlio Josif, per la prima volta in Kosovo, che abbiamo lasciato a Belo Polje, dall’anziano zio Radomir, dove un bellissimo e curato orto ci parla il linguaggio della povera gente, onesta e dignitosa vita, vissuta di cose semplici.
Ripassiamo davanti la casa di Mijo, quella depredata e distrutta, a Belo Polje. Ma Mijo neppure si volta più a guardarla, ormai.
Nella rotonda di Peć, intanto, una gigantografia di William Walker campeggia.
Avanguardia della CIA nella destabilizzazione dell’America latina, capo missione OSCE nel ’99 in Jugoslavia (gli osservatori europei, guidati però da questo americano…), colui che diede il via libera ai bombardamenti Nato, responsabile di tanto dolore e tanta ingiustizia nel mondo, è un altro “benemerito” padre della patria kosovara albanese.
Bandiere a stelle e strisce dalle case gli rendono eterno omaggio.

p.s. Entrando nel Kosovo, dopo un po’ arriva sui nostri cellulari un messaggio…
“Welcome to Italy on TIM network!”
La telefonia mobile in Kosovo è stata tagliata ai serbi. Le schede serbe, quindi, funzionano come se si chiamasse dall’estero. Radomir, l’anziano zio di Mijo che vive nel villaggio di Belo Polje, se vuole chiamare i suoi figli in Serbia, paga come se dovesse chiamare Bill Clinton in USA. Ma a lui interessano solo i suoi figli, per sentirli meno distanti. E sentirsi, meno distante.
Invece no, testardo che è, non lo ha ancora capito che il Kosovo è uno stato indipendente e libero. Da quelli come lui, da quelli come i suoi figli, da quelli come la sua anziana, malata moglie. E se vuole pagare meno, cioè come prima, cosa per lui fondamentale vista la precaria situazione economica che vive, non gli servirà cambiare scheda e metterne una kosovara albanese. Pagherebbe allo stesso modo. Tanto.
No, dovrebbe solo andarsene. Lui e gli altri serbi dei villaggi. Per sempre. Intanto, però, pagherà e molto una telefonata alla figlia. Particolare interessante, la tariffa la paga alla TIM Italia, che gestisce le linee in roaming, credo si dica e si scriva così.
Alla faccia della protezione delle minoranze.

sabato 6 febbraio 2010

Vulcano Mitrovica

Un senso di impotenza e scoramento ci assale ad ascoltare le parole di padre Andrej, monaco del monastero di Dečani, uno dei simboli del Kosovo e Metohija che rischia di essere lasciato al proprio destino dalla forte diminuzione del contingente italiano, chiamato al sacrificio afghano dai vertici Nato e Usa. La sua preoccupazione è pari alla tenacia con la quale il monastero verrà difeso, ci dice, fin quando esisterà anche un solo serbo nella terra di Lazar e Miloš.
La partita si giocherà, a detta anche del capo del contingente italiano in Kosovo, colonnello Grasso, il prossimo 25 aprile, quando ci sarà l’intronizzazione del nuovo patriarca Irenej nel patriarcato di Peć, a pochi chilometri da Dečani. Quello sarà il momento in cui il Kosovo “indipendente”, il Kosovo governato da ex criminali di guerra ora in giacca e cravatta, questi si!, ritenuti affidabili dal mondo politico occidentale, dovrà dimostrare di essere anche “tollerante e democratico”. Ci riuscirà, siamo pronti a scommetterci, ma bisognerà vedere cosa accadrà quando i riflettori saranno spenti e le delegazioni internazionali andate via.
Le parole del colonnello sono improntate a una certa tranquillità, forte anche dell’arrivo, ci dice, di altri contingenti fra i quali quello turco.
Nessuno sembra rendersi conto del peso che certe decisioni hanno sullo stato d’animo delle minoranze serbe. Che siano anche i turchi a garantire pace e sicurezza in un territorio che è stato proprio dai turchi dominato per secoli e secoli, costringendo il popolo serbo a sacrifici immani ancora nelle memoria di intere generazioni appare, francamente, come l’ennesimo affronto ai serbi, che già hanno dovuto subire, negli anni più recenti, oltre alla guerra, lo schiaffo di vedere la propria incolumità affidata al contingente tedesco, che solo nella II guerra mondiale, in divisa SS, ha provocato eccidi inenarrabili. E nel marzo del 2004, quando un pogrom antiserbo fu scatenato dagli albanesi sotto gli occhi “distratti” della Kfor anche tedesca, questa diffidenza serba ha trovato, fatalmente, conferma!
Ma il vero termometro della situazione è Kosovska Mitrovica nord, dove l’acqua e la corrente elettrica continuano a venire razionate per i continui boicottaggi degli albanese a sud, che gestiscono il flusso.
“Qui siamo tutti armati!”, ci dicono nostri amici di Mitrovica nord. Armati, in attesa che il vulcano esploda. Perché la volontà della missione Eulex di realizzare ad ogni costo il famigerato piano Arthisaari, non sarà mai accettato dai serbi che non vogliono staccarsi definitivamente da Belgrado. Perché se questo dovesse mai accadere, anche per i serbi rimasti nei ghetti di tanti sperduti e dimenticati villaggi, sarà la fine. E con loro, sarà la fine per i monasteri ortodossi, molti dei quali patrimonio dell’Unesco, come Dečani, Gračanica, Patriarcato di Peć e altri ancora… Forse non verranno distrutti, ma è già partito il revisionismo che li trasformerà in pietre fondanti, e improbabili, di culture non ortodosse, prime fra tutte, quella albanese musulmana. Soprammobili per un business turistico gestito dalla mafia locale e dalla letale equidistanza di tante ong dal gippone facile!
Intanto, contraddizioni emergono ma non sembrano turbare politiche estere ne scelte che la comunità internazionale continua a proporre a danno dei serbi. A Kosovska Mitrovica nord, a pochi metri dal ponte sull’Ibar che, come il ponte sulla Drina di Ivo Andrić, è divenuto testimone della storia fra i due popoli, negozi gestiti da albanesi con tanto di bandiere Usa e Uck e vecchi manifesti elettorali inneggianti agli “ex criminali” Haradinaj e Tachi, in un via vai di auto senza targa, con targa albanese, con targa serba, vedono tanti serbi fare spesa perché tutto costa meno. E si può pagare in dinari. Ancora a Mitrovica nord, il cimitero turco è intatto e libera è la visita ai defunti… a Mitrovica sud, il cimitero ortodosso è distrutto e per visitarlo si rischia la propria incolumità anche se scortati dalla nuova polizia kosovara, formata da ex militanti dell’Uck. Sempre a nord, un villaggio albanese vive in assoluta tranquillità e libertà di movimento proprio vicino al monastero ortodosso di Sokolica dove le monache non si oppongono certo alla visita di donne albanesi che chiedono grazia di fertilità. Percorrendo la strada che da Vranje, uno dei luoghi più bombardati dalla Nato, ti porta in Kosovo, poco prima delle nuove frontiere imposte dall’Eulex, un villaggio albanese mostra il profilo di minareti musulmani intatti, senza contingenti Kfor a protezione. Siamo in Serbia! Ma a Gračanica, i militari Kfor vigilano giorno e notte, coi loro mitra spianati, sul monastero e sulla comunità serba ghettizzata. Siamo in Kosovo!
Tutto questo mentre a Belgrado molti albanesi del Kosovo portano i propri figli a curare gravi malattie, gentile regalo delle bombe all’uranio impoverito, che non hanno fatto distinzioni. Letale equidistanza…
La sensazione che ancora una volta volontà e scelte politiche tutte occidentali stiano giocando sulla pelle della povera gente è forte. Così come la sensazione che il vulcano esploderà a breve. Per questo c’è bisogno della mobilitazione del mondo culturale e associazionistico non colluso con queste scelte, per questo è stato lanciato l’appello da Un Ponte per… per la protezione delle minoranze serbe e dei monasteri ortodossi(vedi: http://www.unponteper.it/sostienici/petizione.php )
Non è da sottovalutare il pericolo che si sta correndo in quella terra.
Il continuo ricatto a cui è sottoposto il governo serbo, al quale ora si richiede addirittura di entrare nella Nato, e sarebbe l’ennesima provocazione per il popolo serbo del quale molti stigmatizzano il senso di persecuzione atavico ma che, a leggere la storia moderna e non, sembra davvero inevitabile… questo continuo ricatto non tiene conto dell’orgoglio di un popolo da sempre avanguardia dell’Europa ma dall’Europa sempre trattato come merce di scambio sul mercato dell’opportunismo occidentale.
Nel frattempo, le 15 famiglie serbe rimaste a Belo Polije, simboleggiate dall’anziano Radomir che ci offre rakija col sorriso sule labbra, nonostante il tumore che lo affligge e nonostante l’anziana moglie malata di Parkinson, non hanno nemmeno legna a sufficienza per scaldarsi nel rigido inverno balcanico. Ma a chi interessa il loro piccolo, lontano destino quotidiano?

mercoledì 23 dicembre 2009

Appello per la protezione delle minoranze serbe e dei monasteri ortodossi in Kosovo e Metohija

L’annunciata drastica riduzione del contingente Kfor (compresa la prevista diminuzione del contingente italiano da duemila unità a cinquecento), attuata in risposta alle richieste Usa di un maggiore impegno nella guerra in Afghanistan, rischia di alimentare ulteriormente il dramma che da oltre un decennio vivono le popolazioni di Kosovo e Metohija, che in questo modo si vedrebbero abbandonate al proprio destino.

Preoccupati della sorte dei villaggi serbi che da più di dieci anni vivono sotto protezione, isolati, ghettizzati, minacciati dalle frange estremiste e violente del terrorismo ex Uck oggi al potere… preoccupati per la sorte dei monasteri ortodossi, patrimonio culturale dell’umanità intera, la cui distruzione è stata tentata e realizzata con la perdita definitiva di circa 150 monasteri della regione… con la reale possibilità che un popolo intero, che da secoli abita il Kosovo e Metohija scompaia definitivamente dalla propria terra, ci appelliamo:

a personalità della politica, della cultura, dell’arte e a tutte quelle associazioni del pacifismo militante, che da anni si sono impegnate per ristabilire la verità storica di quanto accaduto nella ex Jugoslavia e in Kosovo e Metohija, in totale contrasto con quanti hanno di fatto cooperato al distacco definitivo del Kosovo dalla Serbia e della comunità serba dal Kosovo, affinché:

- di fronte alla situazione venutasi a creare in questi anni nel Kosovo e Metohija, di fatto controllato e governato da clan malavitosi retti da ex criminali di guerra che hanno impedito lo sviluppo di ogni possibilità di dialogo fra le parti in causa, l’Italia faccia un passo indietro e si pronunci contro la proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, in questi giorni in discussione presso la Corte di Giustizia internazionale;

- si denunci con forza che in questo momento storico, senza che si siano realizzate le condizioni minime e sufficienti a preparare il terreno per un ritiro totale delle truppe, la drastica diminuzione del contingente italiano in Kosovo e Metohija, posto a garanzia della minoranza serba e dei monasteri Ortodossi, abbandonerà a se stesse tutte le realtà “resistenti” nella regione, fatte di villaggi abitati da serbi e poche altre etnie (compresi quegli albanesi non collusi con mafia e terrorismo), da monasteri e cimiteri ortodossi, patrimonio culturale e artistico dell’umanità;

- si lavori affinché tutte le parti in gioco nel Kosovo, comprese le confessioni religiose, tornino a recitare il proprio fondamentale ruolo nel rispetto dei diritti di tutti;

- si arrivi alla istituzione di una commissione internazionale che verifichi la situazione delle proprietà abbandonate dalla popolazione serba in fuga, per poi procedere alla restituzione del patrimonio ai profughi, perché questi possano rientrarne in possesso, smascherando chi se ne è illegalmente impossessato.

Tutto questo perché si possa restituire il territorio del Kosovo e Metohija a tutti coloro che, da sempre, in quel territorio hanno convissuto.

A nostro avviso, il ruolo dell’Italia potrà tornare determinante, come lo fu per la sciagurata scelta dell’intervento armato. E, per una volta, potremo essere d’accordo.

(per le adesioni: http://www.unponteper.it/sostienici/petizione.php )

primi firmatari dell'appello: associazione Un Ponte per…; Lidia Campagnano; Marco Santopadre (direttore Radio Città Aperta); Riccardo Pilato (Zastava Brescia); Matteo Calamandrei; Bruno Maran (Padova); Ivan Pavicevac (redattore radiotrasmissione "Voce Jugoslava"); Milca Ostojic (corrispondente stampa serba); Chiara e Alessandra Di Giorgio; Stefano Giuseppe Magni; Stefano Bacchetta (insegnante elementare); prof. Giorgio Barone-Adesi (Facoltà Giurisprudenza università Catanzaro); Cristina Garreffa (architetto); Paola Salvi (Un Ponte per...)...

mercoledì 16 dicembre 2009

L'Urlo del Kosovo

Non racconterò, stavolta, di missioni, di iniziative, di progetti o progettini, come i professionisti della cooperazione sanno chiamare quelli che in questi anni abbiamo realizzato fra i dimenticati della Serbia. E non farò relazioni. Stavolta no.
Del resto, che c'è da raccontare?
Abbiamo incontrato dignità e disperazione, negli occhi di persone che non sanno più come andare avanti, rabbia e impotenza, negli occhi di chi si batte contro ingiustizie e malattie, vigliacche come le bombe che cadevano dalle nuvole, invisibili quanto gli assassini che le hanno sganciate. Vite che vanno comunque avanti, anche senza un perchè.
E non sembrano esserci più perchè a cui rispondere, oggi. In Kosovo, in Serbia, ovunque.

Il perché di una guerra, che ha regalato storia, arte, cultura, vite umane a mafie e narcotrafficanti, oggi al potere nel Kosovo. E ha consentito l’orribile traffico di organi, espiantati ai tanti serbi fatti sparire nel nulla dal terrorismo Uck, mesi, anni prima della guerra “umanitaria” e per i quali non ci sarà mai più giustizia.


E allora, racconterò del ritorno, fatto di stanchezza, solitudine, crisi e lacrime soffocate.
Per quella figura esile, minuta, furtiva come ombra, nel buio del monastero di Gračanica, che mi veniva incontro. Come anime di purgatorio, ci siamo rivisti, in quel buio, in quella solitudine…
Vi ste Irina sestra?” – “Siete suor Irina?
Da”, "Si", era lei e si è ricordata del nostro primo incontro, quattro anni fa, quando Irina mi raccontò delle sue visite periodiche e sotto scorta, ai pochi villaggi serbi scampati al pogrom del marzo 2004, villaggi nei quali svolgeva la sua professione di medico pediatra, curando e assistendo bambini.
Il volto non è più lo stesso, quello fresco e vivo di allora. Anche il mio non lo è più.
Zima” avanza sui volti, sulle pietre, sulle strade, regno inaffidabile di nervosi e ambigui passanti, che fanno tappa in un caffé. Gračanica di notte.
Inverno” avanza, imbianca destini e ti lascia dentro solo voglia di piangere.
Per tutti quei monasteri che, lontano da Gračanica, rischiano di sparire per sempre. Per tutte le suor Irina che rischiano di non avere futuro nel loro Kosovo e Metohija, da sempre la loro terra, la terra dei monasteri.
Quei soldati davanti l’ingresso del monastero presto se ne andranno. E se non lo faranno loro, lo faranno gli altri, schierati oggi a salvaguardia dei pochi serbi rimasti a vivere, isolati e ghettizzati, nei propri villaggi, mezzo distrutti accanto ai cimiteri dei propri cari.
Lanceremo un appello, fatto di parole, ponderate ed equilibrate, perché tanti possano sottoscriverlo e aderire a quel grido di disperazione e paura che, però, TUTTI!, dovremo urlare al mondo, unendoci a quell’albero, bruciato fin nelle radici ma che Boško ha portato in salvo, strappandolo al Kosovo e Metohija “liberato”, realizzandone scultura a simbolo di tutto il dolore e disperazione di un popolo umiliato, sventrato, avvelenato, defraudato.
Urlo lanciato per tutto quel patrimonio umano, culturale, artistico, a rischio sparizione, ma pure per quell’ombra, che non so togliermi dagli occhi e dalla mente… ombra che avanza, nel buio e nella solitudine di un monastero, uno dei tanti, bellissimo ma spento, isolato e buio, protetto da militari ignari e distanti, stonati e inaccettabili.
Quell’ombra, a simbolo di tutte le altre che il Kosovo inghiotte, ormai da anni, nell’indifferenza generale.
No, scusatemi, ma non mi riesce di vedere né di sentire altro, oggi, se non quel buio e quella solitudine… niente altro, se non quella voglia grande che ti soffoca la gola, impazzisce il cuore, allaga lo sguardo… paura di morire, insieme a tutto questo.

giovedì 3 dicembre 2009

Kosovo e Metohija, è scattato l’allarme!

L’allarme è scattato.
La Nato, padrona della politica estera di molti paesi, fra i quali il nostro, l’Italia, sia essa di Berlusconi, di Fini, di Prodi o di D’Alema, chiama a raccolta. Servono più militari in Afghanistan e, nonostante il disperato appello a Obama di Michael Moore, vedrete che li manderanno. Solo che l’Italia li prenderà soprattutto dal Kosovo, ormai in completa svendita, che sta per essere abbandonato anche da Belgrado, ancora una volta imbrogliata da un piatto di lenticchie, come la prossima liberalizzazione dei visti, tenuta sotto scacco dalla paura di guastare i rapporti con la comunità europea.
Sarà inutile, dunque, il prossimo viaggio a Roma e a Bruxelles di padre Sava, vescovo delegato della chiesa ortodossa serba e di padre Teodosije, vescovo di Dečani, per chiedere che le forze Kfor a tutela dei loro monasteri non smobilitino?
Senza una presa di posizione forte e chiara soprattutto di quelle realtà associative della società civile non colluse con la spartizione dei fondi, di provenienza USA e Germania, riversati nell’area con intento evidente di favorire quell’associazionismo la cui attività di fatto avalla la indipendenza unilaterale, puntualmente proclamata… senza una presa di posizione di queste realtà che da anni si sono impegnate per ristabilire la verità storica di quanto accaduto nella ex Jugoslavia e in Kosovo e Metohija, forse si, sarà inutile.
Perché tutti i monasteri e, di conseguenza, i villaggi serbi che ancora resistono in Kosovo e Metohija, il Kosovo e Metohija in mano ai criminali di guerra, narcotrafficanti, capi clan mafiosi dell’ex Uck, saranno abbandonati al loro destino.
Forse, non i più famosi, come Dečani o Gračanica o come il patriarcato di Peć, che potranno rappresentare un business, in futuro, anche per gli albanesi, che proveranno a trasformarli in loro patrimonio culturale, cosa che, di fatto, l’Albania ha già provato a rivendicare. Ma per quelli più piccoli, miracolosamente scampati ai vari pogrom anti serbi, dal giugno del 1999 fino a oggi, passando per il 17 marzo 2004, c’è il serio rischio della distruzione e cancellazione più completa, anche dalla memoria.
E non servirà la presenza Eulex a difenderli, insieme alle ultime famiglie di serbi rimasti nelle enclavi. Erigendo e controllando dogane, con la scusa dei traffici malavitosi verso la Serbia, ha reso inutile la stessa richiesta presentata dal governo di Belgrado alla Corte di giustizia internazionale sulla legittimità dell’indipendenza proclamata unilateralmente in Kosovo nel febbraio 2008. Il verdetto pare già scritto ma, in ogni caso, la richiesta si ridurrà a puro esercizio di demagogia. Impensabile, infatti, si possa tornare indietro restituendo realmente il Kosovo alla Serbia. E quelle famiglie rischiano di venire spazzate via e per sempre. Un popolo, verrà definitivamente cancellato dalla propria terra.
Ma che popolo siamo diventati, noi italiani, che non riusciamo a indignarci più, se non davanti a una fiction televisiva o a un reality show?
All’inizio, preda delle menzogne di governanti a tempo, messi al loro posto da manovre in perfetto stile Cia, Cossiga insegna!, basta andare a rivedere le sue manovre di bassa politica per permettere di insediare un governo di “sinistra”, quello di D’Alema nel 1998, per non andare a elezioni anticipate, governo poi protagonista nella guerra alla Jugoslavia, sia nel concedere e usare per la propria aviazione le basi per gli attacchi aerei, come Aviano, dove centinaia di persone si affollavano per gustarsi lo spettacolo della guerra in diretta… sia tenendo a casa milioni di persone che non scesero in piazza contro il “loro governo”, complice dell’infame aggressione a un paese sovrano, che non ci aveva attaccato, e che si fece beffe della Costituzione…
Dopo, tutti concordi nell’inviare truppe in missione di pace, truppe che ben presto si resero conto del raggiro, dell’imbroglio, prendendo pian piano le parti dell’unica parte realmente colpita, i serbi!, la cui espulsione ha origine già ad inizio secolo, quando erano il 40% della popolazione di Kosovo e Metohija, ma che basterebbe riconsiderare, alla luce dei fatti accaduti, a partire dal 1981!...
Ora, dopo averli illusi della possibilità di resistere nella loro terra e in quella dei loro padri grazie alla nostra presenza militare, ammirata e apprezzata in questo decennio proprio da quei serbi che furono descritti come nemici, ora… abbandonandoli al loro destino, lasciandoli nel vuoto più assoluto, dove rischieranno di scomparire.
Tutto perché il padrone americano ha fatto un fischio. E’ iniziata la gara a chi dimostrerà, ancora una volta, di essere il più affidabile. Dini o La Russa, poco cambia.
In questo quadro viene da chiedere, provocatoriamente… possiamo affermare che ci resta difficile dissentire dai risultati del referendum svizzero su “moschee e minareti”?
Se la comunità internazionale, infatti, si dovesse comportare sempre come nel Kosovo e Metohija…
avallando la mutilazione di un paese, la Serbia, di una delle sue parti più importanti, culla della propria civiltà…
avallando espulsione e pulizia etnica dei serbi, ma pure delle altre etnie minori, degli oppositori politici e non, anche albanesi (chi conosce la storia di Ibraj Musa, ex partigiano morto da pochi giorni, profugo in patria, difensore della Jugoslavia e amico di tutti i suoi popoli, ma nemico dell’Uck, che gli ha quasi sterminato la famiglia?)…
avallando distruzioni di chiese e cimiteri ortodossi, patrimonio culturale dell’umanità intera, dopo che i serbi hanno tollerato, accettato, condiviso, convissuto da sempre nel Kosovo e Metohija con altre etnie e religioni, consentendo, quindi, la “costruzione di nuovi minareti e nuove moschee”, beh… ci sarebbe poco da stare tranquilli!
Allora, vista la presenza di una forte comunità kosovara albanese nel loro territorio, viene da chiedere, sempre provocatoriamente… ma non avranno ragione gli svizzeri?

venerdì 27 novembre 2009

SoS Kosovo!

Mancava questo tassello nella nostra presenza nella Serbia del dopoguerra.
Mancava, per provare a ristabilire verità storiche, attualità inconfutabili, certezza di dubbi.
Mancava, perché bisogna conoscere anche le altrui solidarietà, con un popolo che è stato vittima di ingiustizia. E lo è tuttora.
Così, dopo aver conosciuto e collaborato con Gilberto Vlaić e la sua associazione “Non bombe ma solo caramelle”, andiamo a conoscere una fra le voci più preparate della contro informazione sul tema ex Jugoslavia… Enrico Vigna, di “SoS Yugoslavia”.
Da Kragujevac, dove arriviamo in una serata che sembra annunciare proleče, primavera, e non zima, inverno, partiamo la mattina presto del 24 novembre alla volta di Kosovska Mitrovica.
Siamo in sette nel pulmino. Ci sono Rajka Veljović, storica interprete coordinatrice dell ufficio internazionale adozioni e rappresentante per anni, anche in Italia, del sindacato della “Zastava” di Kragujevac, la “Fiat dei Balcani”, testimone militante delle sue disgrazie, ultima in ordine cronologico “l’avvento” della Fiat di Marchionne (vedere i preziosi resoconti di Gilberto Vlaić )… c’è Jasmina Brajković, dell’associazione Malati di Sclerosi Multipla di Kragujevac… e ci sono Milija, Darko, figlio di Jasmina che guida il pulmino e Boris, figlio di Rajka. E poi ci siamo noi, Enrico Vigna, di “SoS Yugoslavia”, che porta a conclusione due iniziative a sostegno dell’associazione Malati di Sclerosi Multipla di Mitrovica e a sostegno di figli di scomparsi, attraverso i padri di Dečani, in Kosovo (SoS Kosovo). E ci sono io, Alessandro Di Meo, di “Un Ponte per…”, da dieci anni impegnato in iniziative di solidarietà con i profughi del Kosovo, quelli fuggiti “dalla parte sbagliata”, come dicevamo in un volantino del 1999, la parte dove non c’erano televisioni ad aspettare… che mi sono aggregato per capire come si muovono anche altre realtà nel Kosovo. Il Kosovo, però, dei serbi ghettizzati, criminalizzati, vilipesi, insultati, defraudati della loro terra, della loro memoria e delle proprie radici.
A Mitrovica salgono con noi anche Žarko, Ilija e Voikan, della locale associazione Malati di Sclerosi Multipla. Continuiamo in dieci, quindi, scortati da una pattuglia della polizia kosovara, alla volta del Kosovo. Passiamo il ponte sull’Ibar, non quello divenuto tristemente famoso, bensì un altro, parallelo, poche centinaia di metri distante.
Visiteremo il patriarcato di Peć dove, fra non molto, verrà insediato il nuovo patriarca che sostituirà il defunto Pavle. Non incontriamo madama Dobrila, che conosco, molto impegnata con i numerosi gruppi di visitatori. La ascolterò da lontano, descrivere le tre chiese che formano il patriarcato.
Fra molti imprevisti e problemi creati dalle pattuglie di scorta della polizia kosovara che si alterneranno (sono poliziotti albanesi, non so quanto felici di farci da scorta) che faranno perdere anche del tempo, arriviamo a Dečani che è già sera. Per le strade di Peć, imbottigliati nel traffico, la pattuglia aziona la sirena per passare prima attirando, in tal modo, la curiosità della gente che subito, in strada o da auto di passaggio, individuando targa serba, inizia l’opera di scherno e minacce, fatta di gestacci e urla.
Comunque, arriviamo a destinazione, non senza aver prima sventato il subdolo tentativo della pattuglia di riportarci indietro, verso Mitrovica, lamentando una mancanza di comunicazione in proposito, prontamente vanificata dalla consegna della corretta documentazione presentata in tempo utile alle “autorità” kosovare...
C’è molta gente, al monastero di Dečani, i tavoli per gli ospiti sono imbanditi, domani, 24 novembre, sarà la festa di Sveti Stefan Dečanski, re fondatore del monastero, venerato come santo. In pratica, la loro slava. Per questo non riusciremo a dormire al monastero. Circa duecento persone provenienti dalla Serbia, ma non solo, lo hanno preso letteralmente d’assalto, e la cosa fa veramente effetto. Assisteremo, comunque, alla funzione delle sei, ipnotica e magica nell’atmosfera serale, scoprendo che anche alcuni nostri militari impegnati a guardia del monastero sono da non molto divenuti ortodossi. Da una parte li capisco. Venuti in missione per continuare il “lavoro” iniziato dalla Nato e dalle sue bombe, si ritrovano nel mezzo di contraddizioni così evidenti da non poter evitare coinvolgimenti emotivi nei confronti di coloro che furono descritti come nemici. E per qualcuno, il coinvolgimento si è manifestato in questo modo. Effettivamente, qualcosa nell’aria c’è di affascinante, di ammaliante, di avvolgente.
Anche io accendo candele nel candeliere, parte bassa rigorosamente per i morti, parte alta per i vivi, dove intreccio fiammelle da mantenere accese. Ma i miei anticorpi, fondamentalmente atei, cercano strade per difendersi, anche se la sfida è alquanto impegnativa.
Riuscirò a incontrare rapidamente padre Andrej, che parla bene italiano e che sarà in Italia dal 30 novembre ad accompagnare padre Teodosije, figura primaria della chiesa ortodossa in Kosovo, col quale mi accordo per un appuntamento. C’è determinazione a spostare il nostro intervento a favore dei serbi rimasti, e in questo il ruolo dei padri di Dečani è davvero centrale.
A tarda sera, non senza aver gradito un piatto di zuppa calda di verdure, dell’aivar (peperoni cotti alla brace, macinati e messi sotto vuoto), del buon riso e del vino rosso, offertoci come rituale dei festeggiamenti, saremo costretti, nostro malgrado (la scorta ci attende fuori, puntuale), a fare ritorno a Mitrovica, dove dormiremo.
Il giorno dopo, 24 novembre, martedì, ci recheremo, sempre a Mitrovica, in una specie di mercatino fatto di piccoli negozi e qualche bancarella apparentemente improvvisata, fra le vie della parte nord che, però, è gestita da albanesi. I serbi ci vanno a fare “shopping”, perché si trovano cose a basso prezzo. Comprerò dei calzettoni, fatti a Prizren, mentre le donne del nostro gruppo, fatalmente, si perdono nei negozietti.
In questa parte, delimitata da bandiere rosse con l’aquila bicefala e dalle immancabili bandiere a stelle e strisce… forse in onore del padre della patria kosovara albanese, Bill Clinton… serbi e albanesi sembrano convivere ancora oggi. E le auto che passano, con targhe albanesi del nuovo Kosovo, con targhe serbe del vecchio Kosovo, con targhe serbe della Serbia o con targhe senza targa, perché immatricolate chissà dove e chissà come… oppure senza targa semplicemente perché sono taxi e, attraversando di continuo i ponti sull’Ibar, non vogliono rischiare troppo… le auto che passano ce lo confermano.
Verrebbe istintivo andare dall’altra parte, quella albanese, ma la cosa viene considerata rischiosa e da evitare. Strano, però, o forse no… che i serbi non possano andare dall’altra parte, attraversando ponti sull’Ibar, quando di qua, al contrario, gli albanesi ci vivono e fanno affari!
Ma tanto è, e ce lo conferma quanto avvenuto pochi giorni fa, quando un gruppo di serbi, per fare visita al cimitero serbo ortodosso situato nella parte sud, ha avuto bisogno della scorta armata che non ha evitato, però, di lasciarli insultare a distanza durante la visita al cimitero, in gran parte distrutto dalla violenza razzista kosovara albanese. Strano anche, o forse no… vedere nella parte nord di Mitrovica, il cimitero musulmano intatto e libero di ricevere visite.
Impossibilitati ad andare ancora a Dečani, dove una funzione religiosa straordinaria avrebbe celebrato il santo fondatore, andiamo in visita a un vicino monastero, quello di Sokolica, situato al di qua del ponte, quindi, per intenderci, nella parte serba oltre Mitrovica.
Pochi chilometri percorsi in salita e ci ritroviamo accanto a un villaggio albanese, ben tenuto e ristrutturato che vede eretta, in una vecchia casa in pietra, una scuola frequentata dai ragazzini albanesi del villaggio. Pare fosse la casa natia di Isa Shala “Boletini”, eroe kosovaro albanese vissuto a cavallo fra fine 800 e inizio 900, precursore del Kosovo indipendente e nominato “eroe del Kosovo” da Ibrahim Rugova nel 2004.
Dubbi, nei racconti di parte serba, sull’eroismo di Boletini, nativo di Mitrovica, ne fanno uomo esperto nella “risoluzione” delle controversie fra clan albanesi. Si dice ci si rivolgesse a lui quando si intendeva, dopo uno sgarbo subito, fare “giustizia”, uccidendo uno di un altro clan.
Allora, trattasi di sicario, prezzolato assassino o di eroe fautore della Grande Albania dove far confluire il Kosovo etnicamente ripulito dai serbi? Nemmeno ai posteri, ormai…
Ma la cosa davvero stupefacente, o forse no… è che in questo piccolo monastero, tenuto da monache, una statua della Madonna col bambino (Sokolica è l’unico monastero ortodosso a esporre al suo interno una statua, anche se pare ve ne sia un altro dalle parti di Prizren, a Orahovac, sud del Kosovo, verso il confine fra Albania e Macedonia) viene adorata e venerata soprattutto dalle donne albanesi con problemi di sterilità, omaggiata di oggetti in argento e oro per ricevere grazia di gravidanza. Questo è uno dei motivi per cui fu risparmiata dalle violenze che hanno prodotto la distruzione di oltre 150 monasteri ortodossi, fra il giugno del 1999 e il 17 marzo del 2004.
Dopo aver constatato di persona le qualità artistiche di queste monache, che stanno affrescando gli interni della chiesa, le loro capacità nel coltivare orto e giardino, arriva l’ora di tornare.
Sulla strada incontriamo indicazioni per altri monasteri, Studenica e Gradac fra tutti. Sarà per un’altra volta. Ci fermiamo per un caffè sotto il fantastico castello di Maglić e ricordi tornano alla mente.
Lascio la bella compagnia a Kraljevo, che è di strada, dove devo assolvere ad alcuni impegni, non richiesti ma moralmente (e affettivamente….) irrinunciabili.
Il tempo è davvero poco, così visito solo alcune di quelle famiglie dove è istintivo, ormai, sentirsi a casa propria. Ricevo inviti per prossimi compleanni di ex fanciulle ormai diciottenni (Tanja Vuković, della quale assaggio deliziosi cornetti preparati nella scuola che frequenta), inviti da estendere ad amici, con scambi di promesse e accordi… fettuccine contro cancellazioni di lacrime da un quadro!
Si incontrano volti aperti e preda del futuro, ma pure volti stanchi e preda di angosce.
Figli con negli occhi speranze di crescita, università, lavoro e vita, padri e madri con sguardi rassegnati, sempre più incapaci e inadeguati ad affrontare realtà quotidiana, fatta di disillusioni, bocconi amari, umiliazioni, lavori dimezzati, malpagati, se e quando, pagati.
Resta la solita alternanza di energia e stanchezza, gioia e tristezza, sorriso e lacrima.
Unica certezza… il pullman dell’una e mezza di notte, dove proverò a dormire, da Kraljevo mi porterà a Belgrado, dove alle sei e quaranta mi attende l’aereo che mi riporterà a Roma e, quindi, al mio posto di lavoro. Poche ore dopo l’incanto di Dečani e Peć, le contraddizioni di Sokolica e Mitrovica, le atmosfere del castello di Maglić e… quelle di Kraljevo. Ma i giorni di ferie sono quasi finiti e non posso passarli tutti in Serbia. E questo è davvero un peccato.

martedì 17 novembre 2009

Liberi da cosa?

Si sono svolte domenica 15 novembre le elezioni in Kosovo dove, c'è da dire, la "democrazia" sta dando i suoi frutti. Infatti, come nei maggiori stati democratici al voto è andata meno della metà degli aventi diritto (45 per cento su 1 milione e mezzo di albanesi).
Per questa parola, "democrazia", c'è poca affinità dunque, con la parola "libertà" che, notoriamente, è sinonimo di partecipazione!!!
Svariati partitini retti da ex criminali di guerra, giocando alla politica si contendono la vittoria, in perfetto stile nostrano. Tutti hanno vinto nessuno ha perso. A perdere, in realtà, sono i kosovari tutti, albanesi e non, in quanto il Kosovo è ormai la controfigura della terra che era. E il trucchetto, ormai, lo stanno scoprendo (alla buon'ora!!!) anche molti di quelli che hanno osannato l'indipendenza dichiarata unilateralmente e contro ogni diritto internazionale nel febbraio 2008.

Ma tanto basta ai governi occidentali per accreditare come democratico un narcostato, violento e illegale!
I pochi serbi rimasti hanno quasi completamente disertato le urne, ovviamente non riconoscendo legalità a queste elezioni farsa. Ma è significativo come nelle zone più interne, come ad esempio Gracanica (di fianco la foto del monastero) e Strpce, si siano raggiunte quote dal 30 e del 23 per cento dei serbi aventi diritto (in pratica, poche centinaia di votanti).

Questo dovuto un po' alla paura di rimanere ancora più isolati dal contesto, un po' per rafforzare il peso della presenza serba in Kosovo, cosa che viene a più riprese chiesta dai serbi delle enclavi e dalla chiesa Ortodossa, ultimo bastione resistente, vero e unico faro dei serbi che continuano a vivere, fra milioni di difficoltà, in Kosovo. Ruolo che la morte del patriarca Pavle (un "sant'uomo", ci confidano molti amici serbi), avvenuta domenica, all'età di 95 anni, dopo 19 anni di patriarcato, rende ancora più centrale.
Intorno alla chiesa Ortodossa ruota, infatti, tutto ciò che resta dei serbi e della Serbia nel Kosovo di oggi. Inoltre, cosa da non sottovalutare per il carico simbolico che l'evento porterà con se, il prossimo patriarca dovrà essere ufficializzato, come vuole la tradizione ortodossa, proprio nel patriarcato di Pec. Cioè, nel pieno di quel Kosovo e Metohija che continua ad accreditarsi al mondo come "liberato". Ma da chi e da cosa, dopo queste elezioni, sembra semplice per tutti da capire... Dal diritto, dalla legalità, dalla partecipazione.